MARTINA CARUSO MIGLIORE CHEF DONNA 2019: MA HANNO UN SENSO LE QUOTE ROSA NELLA RISTORAZIONE?

E’ Martina Caruso, chef del ristorante siciliano “Signum”, a Salina, la migliore chef donna per il 2109 secondo la guida Michelin.

La chef siciliana è stata infatti insignita del titolo durante la quarta edizione dell’evento Atelier des Grandes Dames, una manifestazione ideata dalla Maison Veuve Clicquot in collaborazione con Michelin Italia, e tesa a dare spazio alla presenza femminile nell’alta ristorazione. Lo scorso anno il titolo era andato a Fabrizia Meroi del ristorante “Laite” di Sappada, in provincia di Udine, e nel 2017 all’altrettanto giovane Caterina Ceraudo del ristorante Dattilo, in Calabria.

Quest’anno, gli ispettori della Michelin hanno premiato la chef siciliana non solo per la sua cucina “strutturata, ma allo stesso tempo fresca e delicata, con proposte originali che esaltano i sapori e i profumi dei prodotti locali” ma anche per la sua “grande volontà e capacità di progredire e di rappresentare la sua isola raggiante, attraverso una grande tecnica e il tocco femminile di una giovane donna appassionata e determinata”. Martina Caruso, con altre 40 colleghe, è una delle chef italiane alla guida di altrettanti ristoranti stellati.

La chef riceve il premio sotto l’insegna di un numero per lei emblematico, il 30: 30 sono infatti gli anni della Caruso e 30 sono gli anni di attività del ristorante del ristorante di famiglia. Non per nulla, in un articolo su Reporter Gourmet, Martina racconta con orgoglio che “sono figlia del Signum: questa struttura è stata fortemente voluta dai miei genitori che hanno profuso ogni loro energia prima nell’albergo, un luogo riscattato all’abbandono e portato a nuovo splendore, e poi nel ristorante. Sono cresciuta qui – continua Martina -, amo la mia terra con tutta la sua bellezza e difficoltà di viverci e lavorarci, ma questo riconoscimento arriva a gratificarmi e a riscattare tutti i sacrifici miei e della mia famiglia. L’isola di Salina – conclude infine la chef – ha un ecosistema unico e una biodiversità molto ricca che mi dà la giusta ispirazione per la mia idea di cucina mediterranea, e questo premio arriva a sancire la bellezza di un territorio tutto da esplorare.”

La novità della manifestazione di quest’anno è stata che a ogni chef veniva abbinato un “racconto” per immagini effettutato da un fotografo professionista, che per Martina Caruso è stato Lido Vannucchi. Secondo il fotografo, “Martina è un giovane donna che, come hanno fatto le nostre madri e le nostre nonne, ha scelto di assecondare un gesto d’amore: il gesto di una cucina al femminile. Nella sua cucina – continua il fotografo- l’amore parte dalla propria terra, dal proprio territorio, dai contadini, dagli agricoltori, i quali forniscono una materia prima, che, attraverso l’atto d’amore messo in pratica dalla chef, diventa cucina”.

Un amore che ha permesso a Martina di essere incoronata migliore chef donna per la guida Michelin,  un giusto riconoscimento per la sua passione e il suo talento. Anche se una domanda occorre comunque porsela: perchè confinare le chef-donna in una  categoria a parte, in un premio esclusivamente dedicato a loro e dove sono esclusi i colleghi uomini? Se talento e passione sono davvero  premiati indistintamente in tutti gli eventi e premiazioni aperti a chef di entrambi i generi, qual è  il motivo di dedicare  un premio esclusivamente alla donne? Non sono forse abbastanza “brave”, e vengono quindi inserite tout-court in una categoria “assistita”? Forse non le si ritiene ancora all’altezza, magari non come singolo componente ma comunque come aggregato complessivo, di competere con i colleghi uomini, oppure la realtà è che il mondo della ristorazione è ancora prevalentemente maschio-centrico, classista e ancora incentrato su ritmi e ruoli da caserma cui ci hanno abituati alcuni show televisi improntati più sullo spettacolo che non sulla vera cucina? Ben vengano  le quote rosa quando sono necessarie, ma la loro presenza sta comunque a significare che qualcosa, nel circuito principale non è così equo e trasparente. E  forse anche che le donne, nella ristorazione così come in altri campi, rimangono una sorta di categoria assistita, bisognosa, ancora oggi,  di classifiche solo ad esse destinate.

 

Crediti: Reporter Gourmet; foto Lido Vannucchi

 

MERCATO CENTRALE A TORINO: LA RINASCITA DI PORTA PALAZZO PASSA ATTRAVERSO IL CIBO?

Per chi non è di Torino, la nascita di Mercato Centrale, che inaugurerà il prossimo 3 aprile in una delle piazze più caratterstiche, variopinte e multiculturali piazze della città, potrebbe non sembrare un grande avvenimento. Potrebbe sembrare, anzi, la solita, ennesima apertura di un altro di quei templi del cibo che ormai si vanno moltiplicando in ogni forma e in ogni declinazione praticamente ovunque.

Invece, Mercato Centrale, per Torino, potrà essere molto di più che il solito aggregato di ristoranti, botteghe e negozi di cibo: sarà, si spera, un punto di partenza per la rinascita di Porta Palazzo, alias Piazza XVIII dicembre, uno dei luoghi più caratteristici ma anche una delle zone più critiche e “calde” della capitale sabauda, per decenni abbandonato a se stesso e diventato teatro di delinquenza, spaccio e criminalità, tanto da passare, nel corso degli anni, da essere “la pi bela strà d’Turin” (la più bella strada di Torino), come cantava Gipo Farassino, a sinonimo di degrado, incuria e microcriminalità, situazione che si è pian piano radicata nel tempo e alla quale nessuna delle amministrazioni degli ultimi decenni, comprese quelle più attuali, è riuscita a porre rimedio.

Eppure, Porta Palazzo è sempre stata, sin dalla sua nascita, un luogo vivo, ricco, colmo di opportunità per chi le sa vedere e sfruttare: proprio da Porta Palazzo è partita a metà del 1800 la visionaria impresa di Francesco Cirio, che proprio rivedendo le verdure che acquistava ogni giorno al termine del mercato ebbe l’idea di inscatolare i pomodori con il metodo Appert per conservarli più a lungo, diventando così il re dei pomodori in scatola.

E sempre da Porta Palazzo parte oggi il progetto di Umberto Montano, anch’egli imprenditore visionario e lungimirante, che si propone di essere un polo di aggregazione di culture e di influenze riunite sotto un unico denominatore comune: il cibo.

All’interno del Palafuksas –  il grande palazzo di vetro e metallo costruito nel 1997 su progetto dell’architetto Massimiliano Fuksas e mai completamente sfruttato o utilizzato per il suo potenziale – proprio di fronte al mercato dell’ortofrutta, Montano ha individuato la sede ideale per replicare il successo di Roma e Firenze, dove Mercato Centrale è già meta imprescindibile di turisti e viaggiatori.

Aggiudicatosi il bando di gara per la concessione dell’area per la cifra di oltre un milione di euro (1.100.000, per l’esattezza) insieme con il il Gruppo Human Company, il progetto di Montano prevede una struttura che si snoda per 4500 metri quadrati, distribuiti su tre livelli. Ma è al piano terreno che sarà situata la vera anima di Mercato Centrale: qui verranno riunite le migliori botteghe artigiane e le più caratteristiche specialità dello Stivale: dal Trapizzino di Stefano Callegari, l’ormai celebre triangolo di focaccia farcita, alla pasta del pastificio De Michelis, marchio storico per la pasta a Torino, dai tartufi di Savini alle specialità siciliane di Carmelo Pannocchietti fino al gelato di Marchetti o ai formaggi e salumi di Savigni per finire con i latticini di Beppino Occelli, anche responsabile del reparto caseario e che gestirà un laboratorio didattico sul formaggio al primo piano; sempre al pirmo  piano ci sarà anche una distilleria con cocktail bar capitanata da Teo Musso di birra Baladin insieme al gruppo Vnk. Il secondo piano, invece, ospiterà mostre ed eventi culturali.

Ma soprattutto, accanto alle botteghe di prodotti tipici, scenderanno anche in campo tre protagonisti della grande ristorazione sabauda: Davide Scabin, Marcello Trentini – alias Magorabin- e la Farmacia del Cambio, ovvero Matteo Baronetto.

Il genio di Davide Scabin a Mercato Centrale si esprimerà attraverso “Carbone bianco”, un progetto che prevede cotture a carbone mentre Marcello Trentini proporra la una declinazione della sua cucina in chiave vegetariana con “La Fata Verde”. La Farmacia del Cambio, invece, che in pochi anni è riuscita ad arrivare al cuore dei torinesi, sarà il ristorante ufficiale di Mercato Centrale, e proporrà “un’offerta di grande qualità e personalità ma a spesa contentua”, dice Montano.

Grandi progetti, grandi nomi e grandi ambizioni per Mercato Centale e per questa piazza cara ai torinesi, e per troppo tempo abbandonata.

Forse, la rinascita di Porta Palazzo passa proprio attraverso il cibo.

MERCATO CENTRALE: I PROTAGONISTI.

Al piano terra:

Le specialità siciliane di Carmelo Pannocchietti

L’enoteca di Luca Boccoli

I formaggi e i salumi di Beppe Gioviale

Il Tartufo di Luciano Savini e Aurelio Barbero

La pizza di Marco Fierro

Il fritto di Martino Bellincampi

Il girarrosto di Alessandro Baronti

Il gelato di Alberto Marchetti

La carne piemontese di Marco Martini

La carne e i salumi toscani della famiglia Savigni

La pasta fresca di Egidio Michelis

Il pesce di Valerio Lo Russo

I formaggi di Beppino Occelli

Il Mulino Viva la Farina

Il pane di Raffaele d’Errico

Il Trapizzino di Stefano Callegari

L’hamburger di chianina di Enrico Lagorio

La torrefazione e il cioccolato

I ristoranti:

La Fata Verde di Marcello Trentini

Carbone Bianco di Davide Scabin

Il ristorante de La Farmacia del Cambio

Al primo piano:

Il laboratorio dei formaggi di Beppino Occelli

La distilleria e cocktail bar di Vnk e Baladin

La scuola di cucina Lorenzo de Medici

 

Fonti: Mole24, EatPiemonte, Gambero rosso, Guidatorino, Artribune

 

IL SUCCHINO DI CITTADINANZA ZUEGG E L’INDIGNAZIONE A CASACCIO DEI GRILLINI

IL Movimento 5Sstelle, almeno a parole, può permettersi di tutto. Può deridere, insultare, offendere, sbeffeggiare e mandare a quel paese tutto e tutti, dal presidente della Repubblica al Papa, e guai a banfare, pena l’essere tacciati di complotti vari ed essere messi alla gogna su qualche blog satellite della Casaleggio e associati, come un tempo lo furono i giornalisti non graditi al movimento stesso.

Ma lo stesso comportamento non è ben visto quando le parti si invertono, ovvero quando ironia e sarcasmo sono rivolti da altri verso i 5 Stelle; anzi, in questo caso si scomodano pure le cariche istutuzionli, grilline ovviamente, per riportare i malcapitati al loro posto in men che non si dica, meglio se tramite l’idolatrato web.

E’ questa la sorte che è toccata al “Succhino di cittadinanza”, il succo di frutta Skipper Zuegg per il quale è stata scelta una particolarissima campagna pubblicitaria sui social. Infatti, andando sul sito del succo Skipper Zuegg, la pagina si apre su una scritta che invita il lettore a compilare un “modulo per la richiesta del succhino di cittadinanza”, prendendo bonariamente in giro il più famoso e tormentato reddito di cittadinanza.

Una presa in giro, appunto, fatta però in modo pacato, senza il ricorso a nessun “vaffa” o altre simili gradevoli espressioni tanto care al lessico pentastellato, ma soltanto riprendendo, in chiave ironica, alcuni temi in qualche modo riconducibili al movimento 5 stelle, e che spaziano dall’indignazione a oltranza all’ignoranza conclamata et similia. Recita infatti il modulo: “Sei finito in questa pagina perché sei uno scroccone? “, oppure “la terra la vedi tonda o piatta?” oppure “1 vale 1 su 1000 ce la fai?” o anche “Quante volte di indigni al giorno”, con tanto di risposta, ovviamente sgrammaticata, a seguire.

Una campagna che sui social ha riscosso il suo bel successo, tra oppositori e sostenitori –  come era prevedibile o probabilmente anche voluto dalla multinzionale dolciaria – ,  e mentre qualcuno ha gradito molto il tipo di pubblicità, commentando che tornerà ad acquistare i succhi Skipper Zuegg solo per i social media manager che hanno ideato la singolare pubblicità, altri invece, ovviamente appartenenti alla  variopinta galassia grillina, non hanno gradito altrettanto l’iniziativa.

Tra questi anche un deputato 5Stelle, Simone Battelli, che per difendere l’onore di compagni ed elettori ha avuto la bella idea di pubblicare una storia su Instagram proprio sul succhino di cittadinanza per rendere palese la proprio autorevole opinione.

Nella storia si vedono prima i succhi incriminati, con il marchio Zuegg in bella vista, su uno scaffale di supermercato, poi si vedono sul tappetino della cassa, pronti per il pagamento – probabilmente a sottolineare che i grillini non rubano, cosa che dovrebbe essere scontata ma che Battelli si premura di documentare –  e infine in un cestino della spazzatura. Il tutto corredato dalle scritte “prendo, pago, butto”.

Una innocua storiella, una lecita  opinione? Certo, se l’autore della storia in questione fosse un normale e sdegnato grillino non ci sarebbe stato alcuno problema: ognuno può manifestare il proprio dissenso come meglio crede, ovviamente nei limiti della legalità. Peccato che Battelli non sia proprio uno qualunque, ma sia il Presidente della Commissione Affari Europei alla Camera. E che il suo post non sia proprio il più indicato per dare una spinta agli affari, e alle aziende italiane, in un momento di crisi. Eppure, Battelli, del tutto incurante (o sprezzante?) del suo ruolo e di quanto questo pretenderebbe in tema di corretto comportamento e di comunicazione, non si fa alcun problema a gettare i succhi della centenaria azienda veronese dritti nel pattume, per lui degno luogo ove collocare chi si permette di sbeffeggiare il sacro Movimento.

Ma se satira e ironia, tra i grillini, sono le benvenute solo quando sono rivolte all’avversario e non a se stessi, ci ha pensato la rete, proprio quella”reeete” tanto cara a Grillo, a rimettere in riga l’incauto deputato, che è stato ripreso da molti internauti per aver sprecato i famigerati succhini, in barba ai tanto sbandierati costumi di onestà, morigeratezza e altre doti francescane tanto in voga presso i pentastellati.

A nulla è valsa la precisazione che, dopo lo scatto incriminato, le bottiglie di succhino sono stati recuperate dalla spazzatura, svuotate e smaltite nell’apposito contenitore del vetro: il riciclo virtuoso non ha salvato lo spreco indecoroso. E il presidente agli affari europei ha cancellato poco dopo il post incriminato dai social.

Della serie “posto, faccio una figuraccia e batto subito in ritirata.

Fonti: Androkronos, Il Corriere

GIOVANNI RASTRELLI E’ TRA I 30 GIOVANI DA TENERE D’OCCHIO PER FORBES

E’ arrivata alla quarta edizione la classifica 30 under 30”, la lista di Forbes, nota rivista americana,  che ogni anno seleziona 30 giovani talenti che si sono distinti in diversi campi della tecnica, della scienza, dell’arte o dell’industria.

Nel 2017, per restare nel campo del food, era stata la giovanissima Isabella Potì, allora 21enne, pastry-chef del ristorante Bros, a Lecce, ad essere inserita nella classifica, mentre quest’anno, sempre nel campo del cibo, è Giovanni Rastrelli, 28 anni, a guadagnarsi un posto nella classifica, per il suo contributo in una delle più nuove ed interessanti realtà gastronomiche torinesi.

Rastrelli, proveniente dal politecnico di Torino, è infatti l’amministatore delegato di Edit – (Eat Drink Innovate Together), il grande spazio polivalente di 2400 metri quadri su due piani collocato nato da un’ideda dell’imprenditore torinese Marco Brignone, situato in un’area completamente rinnovata del capoluogo piemontese, quella dell’ex Incet, storica ditta di cavi elettrici, dove oggi trovano spazio locali, ristoranti cocktail bar, una bakery caffè, una birreria artigianale e quattro cucine utilizzate per show cooking ma anche da affittare a cuochi amatoriali, e che comprende (va) nomi come Pietro Leeman, il  noto chef vegetariano (che ha ora terminato la sua consulenza con Edit), Renato Bosco con i suoi lievitati, o i fratelli Costardi (che però han recentmente detto addio alla loro consulenza in Edit per concentrarsi nuovamente sul loro ristorante nel vercellese). La struttura, che aveva raccolto finanziamenti per 6 milioni di dollari (oltre cinque milioni di euro) per la sua realizzazione, ha  realizzato nel 2018 circa 4 milioni di dollari di fatturato (oltre tre milioni e mezzo di euro)

 

POTI’ BATTE FANELLA 3 A 0

Inutile girarci attorno: per Loretta Fanella, i dolci, la tecnica e la professionalità di Isaella Potì stanno a zero.

Lo ha detto chiaro e tondo sulla sua pagina Facebook, dove ha ripreso una foto di un dessert della giovane collega– una panna cotta al latte di pecora con ananas caramellato –  corredata da un chiarissimo commento: “Non ho più parole, se questa la ritenete pasticceria, allora io in tutti questi anni ho buttato via il tempo…”.

Poche parole, ma colme di significato, a cui, ovviamente, è seguito il solito fiume in piena di commenti e giudizi dei fan della Fanella, colmi di livore, saccenza  e maleducazione nei confronti della povera Potì.

Ah, per coloro che magari non lo sapessero, Isabella Potì e Loretta Fanella non sono esattamente le ultime due arrivate nel mondo della pasticceria: sous-chef e pastry-chef del ristorante Bros dei fratelli Pellegrino, a Lecce, e inserita un paio di anni fa dalla rivista americana Forbes nella classifica dei 30 personaggi “under 30” da tenere d’occhio per i prossimi anni la Potì, professionista conclamata, che ha  avuto come maestri personaggi del calibro di Carlo Cracco o Ferran Adrià la Fanella. Difficile immaginarle impegnate in una querelle da pollaio, eppure è proprio quel che è successo. E’ stata quindi Loretta Fanella la prima – ed in efetti la sola – ad attaccar briga, con il post indirizzato alla panna della collega, e in seguito,  evidentemnte non paga di aver già esprezzo un giudizio così  duro e sprezzante, ha rincarato la dose  il giorno successivo, su Identità golose, intervistata da Carlo Passera.

Chiari i punti cardine dell’attacco della Fanella, che comprendono nell’ordine:

1) Ma chi l’ha detto che  un professionista non debba giudicare il lavoro di un suo collega?  “A ottobre ero a Parigi ed ho fatto parte, in rappresentanza dell’Italia, di una giuria internazionale chiamata a dare un voto a piatti e ricette di venti pasticceri che venivano da tutto il mondo”, dice la Fanella, giusto per rimarcare la “peso” del suo giudizio. Peccato che quello da lei così aspramente criticato non fosse un piatto preparato per un concorso internalzione ma un semplice dessert senza velleità di primeggiare.

2)  la panna cotta al latte di pecoram, per Fanella,  NON è tale in quanto “di latte di pecora ce n’è solo il 20”, continua Fanella. Ad ogni modo ce n’è.

3) l’ananas non è “laccato”, bensì “bruciato alla base” dice Fanella; ovvero, se si vuol rivelare la vera essenza del commento, da leggere tra le righe: “cara Isabella, non solo non sai manco cuocere un ananas senza farlo bruciare, ma pure ci vuoi prendere tutti per i fondelli  facendolo passare per “laccato” metnre invece l’hai bell’e che bruciato.; ma ‘cca nisciun’ è  fesso”.

Alla fine di tutto, giusto per salvare un po’ di quella che un tempo veniva chiamata “buona creanza”, la Fanella termina augurando fortuna e successo alla giovane collega, ricordando però che in pasticceria, anche quella da ristorante,  “tutto ha un limite”, e che “non si possono dismettere le norme di base”. Veri attestati di stima.

E la Potì, come ha reagito la Potì di fronte a questo fuoco di fila di bordate non richieste verso la sua povera panna cotta?

Con una  compostezza che non molti sarebbero riusciti a mantenere, senza insultare, criticare a casaccio o scomporsi, ma anzi, dando anche velatamente una lezione di pasticceria:  rispetto al 20% di latte di pecora, Potì chiarisce che “è un latte dal gusto molto, molto deciso, e dobbiamo stemperarlo, altrimenti l’esito sarebbe immangiabile; quindi lo utilizziamo in proporzione, circa al 20%. Se utilizzassi 100% di latte di pecora, rovinerei il piatto”. Tiè!.

Per quanto riguarda l’ananas, invece, Potì chiarisce che presenta quel colore ambrato a causa della cottura lenta ai carboni e della glassatura con melassa e melograno: “non è bruciato!”, afferma decisamente Potì. Lezioni di pasticceria n. 2

La Potì continua poi   la sua difesa chiarendo che “i dolci proposti nel ristorante costituiscono un continuum con tutto il pasto, e non sono fini a se stessi. Ma soprattutto, “non siamo legati mani e piedi alle tecniche di pasticceria”. In pratica, se voglio servire un semplice budino, un flan o una tranquilla panna cotta con una fetta di ananas, non signfica che non saprei fare una millefoglie come si deve, una saint-honorè o che non abbia le basi della pasticceria o che difetti di tecnica. Semplicemente, faccio altro. Mi diverto a fare altro. Lezioni di pasticceria numero 3.

Della serie, l’aquila può volare all’altezza della quaglia (ma la quaglia, vola?), ma la quaglia non può volare all’altezza dell’aquila.

Incommentabile.

 

IN INGHILTERRA CIP E CIOP FINISCONO IN PADELLA

Lo scoiattolo grigio, si sa, è un animale infestatante. Dovunque arrivi, il prolifico roditore si riproduce a velocità vertiginose, creando non pochi problemi ai suoi simili e anche all’ecosistema circostante.

Arrivato nella vecchia Europa nel secolo scorso come ricordo di viaggio di alcuni turisti che si erano recati in Nord America, patria di questi graziosi animaletti, lo scoiattolo grigio si è poi ambientato perfettamente nel vecchio mondo, e ha cominciato a proliferare in maniera esponenziale, tanto da mettere a rischio la sopravvivenza della specie autoctona, lo scoiattolo rosso europeo, ormai quasi in via di estinzione. Infatti, lo scoiattolo grigio è portatore sano di un virus, il parapoxvirus, innocuo per gli umani, che si è rivelato letale per lo scoiattolo rosso europeo, e che ha contribuito inesorabilmente alla sua progressiva scomparsa.

Non per nulla l’UE ha inviato all’Italia – dove lo scoiattolo grigio è molto diffuso, in modo particolare in Piemonte, Liguria e Umbria –  ben tre raccomandazioni ufficiali esortandoci a porre un freno alla riproduzione del roditore, mentre Francia e Svizzera, che confinano con i nostri boschi, hanno anche diplomaticamente fatto sapere che “se troviamo anche un solo scoiattolo (grigio) nei nostri boschi, sarà guerra”. Questo, tanto per illustrare l’aria che tira, qui in Europa, attorno allo scoiattolo grigio.

Ma se l’Italia piange, l’Inghilterra non ride. Anche la Gran Bretagna, infatti, ha il suo bel surplus di scoiattoli grigi, considerato che una stima del 2009 riportata dal National Geographic ha fatto registrare nel Regno Unito la cifra di circa due milioni e mezzo di scoiattoli grigi contro le 10-15.000 unità di quelli rossi. Ma la differenza di approccio rispetto a noi è che gli inglesi, con la loro flemma e il loro pragmatismo secolare, hanno trovato un modo davvero infallibile, sano e a costo zero per contrastare la riproduzione incontrollata degli scoiattoli grigi: mangiarseli.

Proprio così: gli inglesi, già da almeno un decennio, si sono fatti promotori della campagna “Save our  Squirrels”, salviamo i nostri scoiattoli, al grido di “mangia un grigio e salva un rosso”, e  hanno pensato bene di sterminare i fastodiosi animaletti facendoli finire direttament in padella.

Il simpatico roditore, infatti, pare abbia carni buonissime, con pochi grassi e dal gusto dolce, simili al coniglio ma un po’ più grasse. Per altri invece sa di nocciole, per altri ancora di agnello misto ad anatra. Gli inglesi ne vanno pazzi, i macellai li finiscono in un amen e i centri commerciali, dove spesso si trovano anche surgelati, li vendono a manetta, mentre le massaie adorano cucinarli con patatine fritte, assieme a salsiccia e pancetta, o come ripieno di morbide pies di carne. Per non parlare dei ristoranti, come il noto St. John, che lo inserisce in carta quando di stagione (principalmnte in primavera), o gli chef britannici, come Hugh Fearnley-Whittingstall, che li cucinano tranquillamente nei programmi TV senza che a nessun inglese onnivoro venga in mente di scandalizzarsi o storcere il naso di fronte all’inconsueto piatto.

D’altronde, in Nord America, patria dello scoiattolo grigio, la tradizione di mangiare scoiattoli è secolare, ed è stata riportata anche nei ricettari di cucina, almeno fino alla metà del secolo scorso, quando lo scoiattolo è scomparso dalle cucine e dai ricettari americani in quanto giudicato un pasto troppo umile, amato solo da bifolchi e montanari.  Famoso e molto consumato era lo stufato di Brunswick, ora preparato con pollo o maiale, dove la carne di scoiattolo era cucinata con brodo di vitello, Madera e fagioli.

E oggi, la carne di scoiattolo, è ritornata prepotentmente alla ribalta come cibo etico, sostenibile e salutare. E anche buono. Da noi, qui in Italia, tale moda non è ancora arrivata, nè è detto che arrivi o attecchisca, vista l’alta concentrazione di movimenti animalisti e una (comprensibile) naturale repulsione per i roditori cucinati, ma non si può mai sapere.

D’altronde,  qui a Torino, nei parchi cittadini, c’è  una folta schiera di scoiattoli grigi che spesso si spingono fino nelle strade circostanti a cercare cibo.

Chissà, magari una volta o l’altra….

 

 

Crediti: National Geographic, Corriere, Repubblica. Immagini: Alamy

L’INVASIONE DEI BISTROT: PER SENTIRCI TUTTI UN PO’ PARIGINI, OLLALLA’

 

A Torino, dove vivo, ma anche nelle altre grandi città italiane, è ormai un’invasione. Un’invasione di bistrot. Bistrot di qua, bistrot di là, bistrot a destra e bistrot a sinistra. Non c’ è più praticamente un isolato, o comunque un qualche centinaio di metri, dove un’insegna con la scritta “Bistrot” non ci venga incontro, con tutta l’eleganza e lo charme che solo le parole francesi riscuotono presso di noi, cugini poveri della malandata Italia con costante sindrome del brutto anatraccolo.

I bistrot ormai sono la nuova frontiera dei locali, e se la scritta trattoria o, ancor peggio, osteria, ormai è aborrita da tutti, tranne per quei locali fighetti che quanto più lontano sono dalla vera trattoria, la scritta bistrot invece sta spopolando. La si applica, ho notato, ormai indiscriminatamente per qualsiasi locale a cui si voglia dare un’allure globlal e nel contempo trés charmante: bistrot sono i ristorantini semplici, le trattorie, i bar, ma anche le pasticcerie, i localini senza una vera identità dove mangi dal panino al piatto di pasta, per finire con le pasticcerie e pure le gastronomie. Ormai è tutto un unico, grande bistrot.

Ma che cos’è davvero un bistrot, cosa lo distingue da un semplice “restaurant”, sempre per rimanere in tema di francesismi, che caratteristiche deve, o dovrebbe avere, per fregiarsi del titolo di vero, autentico bistrot?

Bene, non andando a perderci nell’etimologia del termine, che derivi dal vernacolo parigino o che si faccia risalire all’occupazione russa di Parigi, ad inizio ‘800, quando i solidati russi, non potendo bere in servizio, dicevano ai camerieri di far “velocemente”, “bistro”, in russo, per non essere colti in fallo dai superiori, in tempi più vicini a noi, il  bistrot francese è in pratica un locale semplice e di piccole dimensioni, dove si servono non solo pietanze senza pretese, un po’ come  nella nostra trattoria, ma dove si può anche solamente ordinare una tazzina di caffè o un bicchiere di liquore. Un bar con cucina, insomma, di quelli che al giorno d’oggi sono praticamente ovunque, pure sotto casa, e che ben potrebbero quindi essere tutti considerati dei bistrot. Certo, spesso manca l’atmosfera dei veri bistrot parigini, quell’insieme di aria di languida decadenza, di raccoglimento e di calore che i nostri moderni ed efficienti bar dell’angolo spesso non hanno. Ad ogni modo, questo è un bistrot, almeno in Francia: un locale piccolo, semplice, dove mangiare un pasto onesto, a poco prezzo o anche soloi sorbire un calice di vino. Un po’ come le vecchie piole torinesi, ritrovo di anziani che giocavano a scopa bevendo un quartino di rosso del bottiglione e che magari inframezzavano le loro partite con due acciughe al verde o un tomino sott’olio. Ecco, questo in fondo sono i bistrot francesi ,questa la loro “essenza”: non ristoranti pretenziosi, non stellati, e nemmeno pasticcerie né tantomeno gastronomie. Piole, al limite. Ma vuoi mettere chiamare un locale semplicemente “piola”, oppure al limite “bar con cucina” rispetto al mille volte più chic “bistrot”, che ci dà quell’aria global e internazionale che tanto ci piace? Tutto un altro fascino, per noi italianotti sempre poco fieri delle nostre radici, tutta un’altra storia: ci sentiamo un po’ francesi e un po’ meno zotici solo a pronunciare la parola, bistrò, bistrò…. C’est tellement chic!  E allora, tutti al bistrot! Poco importa se poi, invece di trovarci placidi e beati con le gambe sotto un tavolo a mangiare ostriche o escargots, ci ritroviamo in una gastronomia di quart’ordine a compare un fritto di pesce unto e del pane molle del supermercato. E ci tocca pure stare in piedi!