L’INVASIONE DEI BISTROT: PER SENTIRCI TUTTI UN PO’ PARIGINI, OLLALLA’

 

A Torino, dove vivo, ma anche nelle altre grandi città italiane, è ormai un’invasione. Un’invasione di bistrot. Bistrot di qua, bistrot di là, bistrot a destra e bistrot a sinistra. Non c’ è più praticamente un isolato, o comunque un qualche centinaio di metri, dove un’insegna con la scritta “Bistrot” non ci venga incontro, con tutta l’eleganza e lo charme che solo le parole francesi riscuotono presso di noi, cugini poveri della malandata Italia con costante sindrome del brutto anatraccolo.

I bistrot ormai sono la nuova frontiera dei locali, e se la scritta trattoria o, ancor peggio, osteria, ormai è aborrita da tutti, tranne per quei locali fighetti che quanto più lontano sono dalla vera trattoria, la scritta bistrot invece sta spopolando. La si applica, ho notato, ormai indiscriminatamente per qualsiasi locale a cui si voglia dare un’allure globlal e nel contempo trés charmante: bistrot sono i ristorantini semplici, le trattorie, i bar, ma anche le pasticcerie, i localini senza una vera identità dove mangi dal panino al piatto di pasta, per finire con le pasticcerie e pure le gastronomie. Ormai è tutto un unico, grande bistrot.

Ma che cos’è davvero un bistrot, cosa lo distingue da un semplice “restaurant”, sempre per rimanere in tema di francesismi, che caratteristiche deve, o dovrebbe avere, per fregiarsi del titolo di vero, autentico bistrot?

Bene, non andando a perderci nell’etimologia del termine, che derivi dal vernacolo parigino o che si faccia risalire all’occupazione russa di Parigi, ad inizio ‘800, quando i solidati russi, non potendo bere in servizio, dicevano ai camerieri di far “velocemente”, “bistro”, in russo, per non essere colti in fallo dai superiori, in tempi più vicini a noi, il  bistrot francese è in pratica un locale semplice e di piccole dimensioni, dove si servono non solo pietanze senza pretese, un po’ come  nella nostra trattoria, ma dove si può anche solamente ordinare una tazzina di caffè o un bicchiere di liquore. Un bar con cucina, insomma, di quelli che al giorno d’oggi sono praticamente ovunque, pure sotto casa, e che ben potrebbero quindi essere tutti considerati dei bistrot. Certo, spesso manca l’atmosfera dei veri bistrot parigini, quell’insieme di aria di languida decadenza, di raccoglimento e di calore che i nostri moderni ed efficienti bar dell’angolo spesso non hanno. Ad ogni modo, questo è un bistrot, almeno in Francia: un locale piccolo, semplice, dove mangiare un pasto onesto, a poco prezzo o anche soloi sorbire un calice di vino. Un po’ come le vecchie piole torinesi, ritrovo di anziani che giocavano a scopa bevendo un quartino di rosso del bottiglione e che magari inframezzavano le loro partite con due acciughe al verde o un tomino sott’olio. Ecco, questo in fondo sono i bistrot francesi ,questa la loro “essenza”: non ristoranti pretenziosi, non stellati, e nemmeno pasticcerie né tantomeno gastronomie. Piole, al limite. Ma vuoi mettere chiamare un locale semplicemente “piola”, oppure al limite “bar con cucina” rispetto al mille volte più chic “bistrot”, che ci dà quell’aria global e internazionale che tanto ci piace? Tutto un altro fascino, per noi italianotti sempre poco fieri delle nostre radici, tutta un’altra storia: ci sentiamo un po’ francesi e un po’ meno zotici solo a pronunciare la parola, bistrò, bistrò…. C’est tellement chic!  E allora, tutti al bistrot! Poco importa se poi, invece di trovarci placidi e beati con le gambe sotto un tavolo a mangiare ostriche o escargots, ci ritroviamo in una gastronomia di quart’ordine a compare un fritto di pesce unto e del pane molle del supermercato. E ci tocca pure stare in piedi!