MARTINA CARUSO MIGLIORE CHEF DONNA 2019: MA HANNO UN SENSO LE QUOTE ROSA NELLA RISTORAZIONE?

E’ Martina Caruso, chef del ristorante siciliano “Signum”, a Salina, la migliore chef donna per il 2109 secondo la guida Michelin.

La chef siciliana è stata infatti insignita del titolo durante la quarta edizione dell’evento Atelier des Grandes Dames, una manifestazione ideata dalla Maison Veuve Clicquot in collaborazione con Michelin Italia, e tesa a dare spazio alla presenza femminile nell’alta ristorazione. Lo scorso anno il titolo era andato a Fabrizia Meroi del ristorante “Laite” di Sappada, in provincia di Udine, e nel 2017 all’altrettanto giovane Caterina Ceraudo del ristorante Dattilo, in Calabria.

Quest’anno, gli ispettori della Michelin hanno premiato la chef siciliana non solo per la sua cucina “strutturata, ma allo stesso tempo fresca e delicata, con proposte originali che esaltano i sapori e i profumi dei prodotti locali” ma anche per la sua “grande volontà e capacità di progredire e di rappresentare la sua isola raggiante, attraverso una grande tecnica e il tocco femminile di una giovane donna appassionata e determinata”. Martina Caruso, con altre 40 colleghe, è una delle chef italiane alla guida di altrettanti ristoranti stellati.

La chef riceve il premio sotto l’insegna di un numero per lei emblematico, il 30: 30 sono infatti gli anni della Caruso e 30 sono gli anni di attività del ristorante del ristorante di famiglia. Non per nulla, in un articolo su Reporter Gourmet, Martina racconta con orgoglio che “sono figlia del Signum: questa struttura è stata fortemente voluta dai miei genitori che hanno profuso ogni loro energia prima nell’albergo, un luogo riscattato all’abbandono e portato a nuovo splendore, e poi nel ristorante. Sono cresciuta qui – continua Martina -, amo la mia terra con tutta la sua bellezza e difficoltà di viverci e lavorarci, ma questo riconoscimento arriva a gratificarmi e a riscattare tutti i sacrifici miei e della mia famiglia. L’isola di Salina – conclude infine la chef – ha un ecosistema unico e una biodiversità molto ricca che mi dà la giusta ispirazione per la mia idea di cucina mediterranea, e questo premio arriva a sancire la bellezza di un territorio tutto da esplorare.”

La novità della manifestazione di quest’anno è stata che a ogni chef veniva abbinato un “racconto” per immagini effettutato da un fotografo professionista, che per Martina Caruso è stato Lido Vannucchi. Secondo il fotografo, “Martina è un giovane donna che, come hanno fatto le nostre madri e le nostre nonne, ha scelto di assecondare un gesto d’amore: il gesto di una cucina al femminile. Nella sua cucina – continua il fotografo- l’amore parte dalla propria terra, dal proprio territorio, dai contadini, dagli agricoltori, i quali forniscono una materia prima, che, attraverso l’atto d’amore messo in pratica dalla chef, diventa cucina”.

Un amore che ha permesso a Martina di essere incoronata migliore chef donna per la guida Michelin,  un giusto riconoscimento per la sua passione e il suo talento. Anche se una domanda occorre comunque porsela: perchè confinare le chef-donna in una  categoria a parte, in un premio esclusivamente dedicato a loro e dove sono esclusi i colleghi uomini? Se talento e passione sono davvero  premiati indistintamente in tutti gli eventi e premiazioni aperti a chef di entrambi i generi, qual è  il motivo di dedicare  un premio esclusivamente alla donne? Non sono forse abbastanza “brave”, e vengono quindi inserite tout-court in una categoria “assistita”? Forse non le si ritiene ancora all’altezza, magari non come singolo componente ma comunque come aggregato complessivo, di competere con i colleghi uomini, oppure la realtà è che il mondo della ristorazione è ancora prevalentemente maschio-centrico, classista e ancora incentrato su ritmi e ruoli da caserma cui ci hanno abituati alcuni show televisi improntati più sullo spettacolo che non sulla vera cucina? Ben vengano  le quote rosa quando sono necessarie, ma la loro presenza sta comunque a significare che qualcosa, nel circuito principale non è così equo e trasparente. E  forse anche che le donne, nella ristorazione così come in altri campi, rimangono una sorta di categoria assistita, bisognosa, ancora oggi,  di classifiche solo ad esse destinate.

 

Crediti: Reporter Gourmet; foto Lido Vannucchi