PERCHE’ NON FACCIO PIU’ PARTE DEL FAN CLUB DI UNO NOTO PASTICCIERE

L’ANTEFATTO: LA VITA IN UN FAN CLUB

Anni fa, ormai quasi una decina, chiesi su Facebook l’amicizia a un noto pasticciere, di quelli che vanno ancor oggi per la maggiore. Non è il caso ora di star qui a specificare quale esattamente fosse il prescelto, i nomi sono noti a tutti, e quello che sto per scrivere si può adattare ora a uno ora all’altro, senza troppe distinzioni. Tutti sono idolatrati, tutti sfornano libri a manovella e tutti hanno il loro regolare fan club con migliaia di adepti follower adoranti.

Allora, è da notare che all’epoca in realtà non esisteva nessun fan club, e la mia era una semplice richiesta di amicizia richiesta tramite Facebook che  era stata tranquillamente accettata. Da lì a poco, gli “amici” divennero talmente tanti che il nostro raggiunse il massimo consentito dal social,  e tramite un post, sempre su Facebook, il bravo pasticciere ci diede le dritte per essere traghettati sulla sua pagina diciamo “professionale”.  Da lì a poco, quindi, venni promossa dallo stato di semplice “amica”, per quanto virtuale, a quello di “fan”. Devo ammettere che mi fa uno strano effetto, ora, pensare che qualche decennio fa ero stata  fan convinta di un tipo che da un palco ammaliava migliaia di ragazzi urlando e ballando “I can’t get no satisfaction” e ora invece ero stata insignita del titolo di “fan” di un artigiano che farcisce pan di Spagna e bignè, ma così va il mondo, e io con lui.

Ad ogni modo, in breve tempo i “fan” divennero numerossimi, centinaia, migliaia, e ogni giorno il circolo di seguaci diventava sempre più affollato, tanto da dover essere regolato da un vero e proprio codice di condotta interno, per dare un po’ di ordine a una massa così importante di gente ed evitare comportametni scorretti o altri fastidiosi problemini derivanti da un ammasso così notevole di umanità: in poche parole, ad oggi, nel fan club, i “fan” possono in pratica solamente mostrare agli altri fan le loro “opere”, tutte ovviamente tratte da ricette del maestro, e non possono, ovviamente, scriverne la ricetta, in quanto in questo modo le migliaia di iscritti non avrebbero più necessità di acquistare i libri del Maestro levandogli buona parte dei suoi introiti (cosa giusta e sacrosanta, bisogna dirlo). Comunque, sin da subito rimasi un po’ delusa da questo fan club: il Sommo non interveniva quasi mai –ovviamente doveva lavorare, e non baloccarsi su Facebook –e tutta la storia si risolveva in gente che la suonava e se la cantava, cioè fan che postavano foto delle loro meraviglie e tutti gli altri a commentare “che bello, che brava, che meraviglia!”. Ogni tanto  l’Illuminato appariva, con qualche post da gettare ai follower, e molto spesso anche per rampognare quei pochi che ancora si ostinavano a pubblicare sue ricette a sbafo; e lì era un proliferare di commenti di ignominia rivolti agli incauti da parte dei più appassionati e devoti.

Ogni tanto il Sommo interveniva per annunciare urbi et orbi l’imminente uscita di un suo prossimo libro, facendone adeguta pubblicità, e i fan andavano in visibilio. Cosa lecitissima, d’altronde, diceva il n ostro: “il fan club è mio e ci faccio quello che voglio”, era la semplice tesi. E fin qui, ci poteva anche stare, etica e correttezza a parte.  Peccato che poi, dai libri propri, si è passati ai macchinari altrui, cioè di brand esterni, dal costo infinitamente maggiore delle poche decine di euro dei libri di ricette:  il nostro ha cioè iniziato a pubblicizzare, o melgio a consigliare caldamente tramite entusiastico video esplicativo, un noto attrezzo da cucina, che tutti noi conosciamo e dal costo che si avvicina al migliaio di euro. Quando qualcuno dei fan gli fece notare che forse la cosa non era tanto trasparente e che si trattava in qualche modo di pubblicità occulta, il Sommo intervenne personalmente per rampognare gli eretici, che furono prontamente espulsi dal fan club o comunque gentilmente accompagnati alla porta come persone non gradite. La tesi del Sommo era sempre la solita, semplice e inoppugnabile: io uso questo strumento in quanto utilissimo, insostituibile,e voglio condividerlo con le mie migliaia di fan perché anche loro possano godere di questa meraviglia nelle loro cucine, correndo a comprarlo. Naturalemnte, i fan adoranti ringraziavano in massa, o quasi, per il “consiglio” disinteressato.  Dopo un po’ di tempo, evidentemtne visto il gran riscontro della prima operazione commerciale a spese dei suoi “amici” virtuali,  il Sommo se ne ritornò sul fan club per mostare ai follower un altro prodigio della tecnica,  anche questo dell’ordine del migliaio di euro, considerato indispensabili per produrre pane, pizze focacce e lievitati di ogni genere, uno strumento che, per questo genere di preparazioni, avrebbe mandato in soffita le vecchie planetarie, un macchinario semi-professionale ma da tenere comodamente sul tavolo della propria cucina. A questo punto, tra i pochi commenti critici riguardo a conflitto di interessi, pubblicità occulta e compagnia bella, inserii anche il mio;  e qui mi bacchettò il Sommo in persona, che mi  rampognò pubblicamente: “quante cose, quante ricette avete imparato grazie a me che prima non sapevate manco tenere un cucchiaio in mano, e ora postate meraviglie? E poi questo è il mio fan club, e voi siete mie fan e quindi anche potenziali clienti, è normale che io venda i mie libri e che vi proponga i miei consigli per gli acquisti!”, era la tesi, la solita. Il tutto poi terminava con un triste lamento da parte del sommo, che si diceva amareggiato e deluso da queste inutili polemiche minacciando vagamente di chiudere il fan club, ovviamente seguito da una valanga di commenti disperati e supplicanti tesi a farlo demordere dall’insano proposito. Inutili i miei tentativi di spiegare che un fan club non dovrebbe essere un bacino di potenziali clienti ma una sorta di gruppo di amici, un insieme di persone  che si ritrovano attorno a una tavola (virtuale), e che non dovrebbe essere previsto che poi, nel bel mezzo della festa, ti capiti l’amico più furbo che approfitta dell’allegra e consistente compagnia per cercare di venderti il Bimby. Ma niente, ognuno è rimasto fermo sulle proprie posizioni e io ho smesso di intereagire con il “fan”club.

Ma, volendo chiarire un po’ la questione, chi ha davvero ragione in questa querelle, ed esisiste qualche norma che regoli lo spinoso problema della pubblicità occulta sul web, a cui influencer grandi e piccolo ricorrono a mani basse?

LE NORME ESISTENTI CONTRO L’INFLUENCER MARKETING

Bene, la realtà è che le norme esistono, eccome, e sono nate proprio per regolamentare quel Far West che è oggi la pubblicità sui social da parte di personaggi più o meno noti, e in grado di veicolare con i loro “consigli disinteressati”, ammanniti come brandelli di vita vissuta, i consumi di grandi (ma anche non, come vedremo in seguito) masse di persone.

Lo sa bene Chiara Maci, che solo alcuni anni fa,  in piena attività nel mostrare giocanda omogeneizzati e biscotti per bambini sul suo blog spacciandoli per frammenti di vita vissuta durante l’accudimentto della figlia appena nata, diceva pacificamente: “se esalto un prodotto che comunque sceglierei (anche se sono pagata per farlo, ndr), che problema c’è?”. In realtà il problema c’è, eccome.

A chiarirle le idee, nel 2017, è intervenuto l’Antitrust, L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), che mettendo ordine riguardo al fenomeno dell’influencer marketing – ovvero la diffusione su social e blog di immagini e video da parte dei cosiddetti “ infuencer” , cioè personaggi con un numero elevato di followers, che “consigliano” determinati prodotti anche solo mostrandone il loro utilizzo senza esplicitare chiaramente l’intento pubblicitario -, ha deciso di intervenire prima in modo soft, con delle lettere di moral suasion indirizzate ai maggiori influencer ricordando loro il divito di pubblicità occulta e ribadendo il principio, valido anche per il web e non solo per le emittenti televisive, secondo cui la pubblicità deve essere chiaramente riconoscibile e individuabile, non potendo approfittare l’influencer della fiducia, e diremmo anche dell’affetto, tributato dai propri follower per propinare loro prodotti che sono pagati per pubblicizzzre,  non solo tramite l’immagine ma anche negli hashtag o nei commenti.

Come sottolinea la nota dell’AGCM, “spesso le immagini con brand in evidenza, postate sul profilo personale del personaggio, si alternano ad altre dove non compare alcun marchio, in un flusso di immagini che danno l’impressione di una narrazione privata della propria quotidianità. Le immagini, infatti, talvolta, rappresentano un ambiente domestico e sono realizzate con tecniche fotografiche non ricercate; altre volte, le tipologie di immagini, le pose dei personaggi e l’ambiente assumono lo stile di un set fotografico. L’evidenza data ai marchi può variare in intensità e modalità, in quanto le tipologie di post e personaggi si presentano molto eterogenee. In alcuni casi, i nomi dei brand sono citati negli hashtag dei post, in altri casi, sono invece in evidenza nell’immagine. Il post può essere accompagnato da commenti enfatici sul prodotto».

A fronte di tale sottile forma di persuasione, L’Antitrust ha quindi stabilito che gli influencer debbano rendere “chiaramente riconoscibile la finalità promozionale, ove sussistente, in relazione a tutti i contenuti diffusi mediante social media, attraverso l’inserimento di avvertenze, quali, a titolo esemplificativo e alternativo, #adv, #pubblicità, #sponsorizzato, #advertising, #inserzioneapagamento, o, nel caso di fornitura del bene ancorché a titolo gratuito, #prodottofornitoda; diciture alle quali far sempre seguire il nome del marchio”.

Ad oggi, non solo le indicazioni date nel 2017 dall’Antitrust non solo sono sempre valide, ma, a distanza di un anno, cioè nell’agosto 2018, sono state anche estese a coloro che abbiano al loro seguito anche pochi follower, i cosiddetti “micro influencer”, su spinta delle associazioni dei consumaatori. Questi, infatti, proprio in virtù dei loro pochi seguaci, continuavano (e continuano) “ a fare pubblicità camuffata senza alcun rispetto delle pur minime regole di trasparenza imposte dal Codice del consumo”. La richiesta delle associazioni dei consumatori è che si passi dalla semplice “moral suasion” a delle vere e proprie sanzioni, considerato che le segnalazioni di pubblicità occulta sui social continuano a far registrare un costante aumento.

Le norme quindi esistono, e sono chiare: gli influencer, grandi e piccoli, devono obbligatoriamente segnalare come pubblicitari i post per i quali ricevono un compenso, non solo in denaro ma anche in natura, ad esempio ricevendo un campione omaggio di quanto mostrato nei propri post di “consigli” o di vita vissuta.

E quindi sì, anche i cuochi, ristoratori, pasticcieri o altri appartenenti al mondo del food non sono esentati dall’esplicitare il messaggio pubblicitario, anche se lo fanno all’interno del proprio fan club.

Peccato che, in questi casi, spesso siano proprio gli stessi gabbati, ovvero i followers adoranti, i primi a voler essere infinocchiati, opponendosi strenuamente a ogni azione che vada contro l’operato del loro idolo e accettando, di fatto, di venir trattati come meri potenziali clienti che non come semplici fan, o tantomeno amici. E allora, lì non c’è Antritrust che tenga.

 

IL SUCCHINO DI CITTADINANZA ZUEGG E L’INDIGNAZIONE A CASACCIO DEI GRILLINI

IL Movimento 5Sstelle, almeno a parole, può permettersi di tutto. Può deridere, insultare, offendere, sbeffeggiare e mandare a quel paese tutto e tutti, dal presidente della Repubblica al Papa, e guai a banfare, pena l’essere tacciati di complotti vari ed essere messi alla gogna su qualche blog satellite della Casaleggio e associati, come un tempo lo furono i giornalisti non graditi al movimento stesso.

Ma lo stesso comportamento non è ben visto quando le parti si invertono, ovvero quando ironia e sarcasmo sono rivolti da altri verso i 5 Stelle; anzi, in questo caso si scomodano pure le cariche istutuzionli, grilline ovviamente, per riportare i malcapitati al loro posto in men che non si dica, meglio se tramite l’idolatrato web.

E’ questa la sorte che è toccata al “Succhino di cittadinanza”, il succo di frutta Skipper Zuegg per il quale è stata scelta una particolarissima campagna pubblicitaria sui social. Infatti, andando sul sito del succo Skipper Zuegg, la pagina si apre su una scritta che invita il lettore a compilare un “modulo per la richiesta del succhino di cittadinanza”, prendendo bonariamente in giro il più famoso e tormentato reddito di cittadinanza.

Una presa in giro, appunto, fatta però in modo pacato, senza il ricorso a nessun “vaffa” o altre simili gradevoli espressioni tanto care al lessico pentastellato, ma soltanto riprendendo, in chiave ironica, alcuni temi in qualche modo riconducibili al movimento 5 stelle, e che spaziano dall’indignazione a oltranza all’ignoranza conclamata et similia. Recita infatti il modulo: “Sei finito in questa pagina perché sei uno scroccone? “, oppure “la terra la vedi tonda o piatta?” oppure “1 vale 1 su 1000 ce la fai?” o anche “Quante volte di indigni al giorno”, con tanto di risposta, ovviamente sgrammaticata, a seguire.

Una campagna che sui social ha riscosso il suo bel successo, tra oppositori e sostenitori –  come era prevedibile o probabilmente anche voluto dalla multinzionale dolciaria – ,  e mentre qualcuno ha gradito molto il tipo di pubblicità, commentando che tornerà ad acquistare i succhi Skipper Zuegg solo per i social media manager che hanno ideato la singolare pubblicità, altri invece, ovviamente appartenenti alla  variopinta galassia grillina, non hanno gradito altrettanto l’iniziativa.

Tra questi anche un deputato 5Stelle, Simone Battelli, che per difendere l’onore di compagni ed elettori ha avuto la bella idea di pubblicare una storia su Instagram proprio sul succhino di cittadinanza per rendere palese la proprio autorevole opinione.

Nella storia si vedono prima i succhi incriminati, con il marchio Zuegg in bella vista, su uno scaffale di supermercato, poi si vedono sul tappetino della cassa, pronti per il pagamento – probabilmente a sottolineare che i grillini non rubano, cosa che dovrebbe essere scontata ma che Battelli si premura di documentare –  e infine in un cestino della spazzatura. Il tutto corredato dalle scritte “prendo, pago, butto”.

Una innocua storiella, una lecita  opinione? Certo, se l’autore della storia in questione fosse un normale e sdegnato grillino non ci sarebbe stato alcuno problema: ognuno può manifestare il proprio dissenso come meglio crede, ovviamente nei limiti della legalità. Peccato che Battelli non sia proprio uno qualunque, ma sia il Presidente della Commissione Affari Europei alla Camera. E che il suo post non sia proprio il più indicato per dare una spinta agli affari, e alle aziende italiane, in un momento di crisi. Eppure, Battelli, del tutto incurante (o sprezzante?) del suo ruolo e di quanto questo pretenderebbe in tema di corretto comportamento e di comunicazione, non si fa alcun problema a gettare i succhi della centenaria azienda veronese dritti nel pattume, per lui degno luogo ove collocare chi si permette di sbeffeggiare il sacro Movimento.

Ma se satira e ironia, tra i grillini, sono le benvenute solo quando sono rivolte all’avversario e non a se stessi, ci ha pensato la rete, proprio quella”reeete” tanto cara a Grillo, a rimettere in riga l’incauto deputato, che è stato ripreso da molti internauti per aver sprecato i famigerati succhini, in barba ai tanto sbandierati costumi di onestà, morigeratezza e altre doti francescane tanto in voga presso i pentastellati.

A nulla è valsa la precisazione che, dopo lo scatto incriminato, le bottiglie di succhino sono stati recuperate dalla spazzatura, svuotate e smaltite nell’apposito contenitore del vetro: il riciclo virtuoso non ha salvato lo spreco indecoroso. E il presidente agli affari europei ha cancellato poco dopo il post incriminato dai social.

Della serie “posto, faccio una figuraccia e batto subito in ritirata.

Fonti: Androkronos, Il Corriere

L’INVASIONE DEI BISTROT: PER SENTIRCI TUTTI UN PO’ PARIGINI, OLLALLA’

 

A Torino, dove vivo, ma anche nelle altre grandi città italiane, è ormai un’invasione. Un’invasione di bistrot. Bistrot di qua, bistrot di là, bistrot a destra e bistrot a sinistra. Non c’ è più praticamente un isolato, o comunque un qualche centinaio di metri, dove un’insegna con la scritta “Bistrot” non ci venga incontro, con tutta l’eleganza e lo charme che solo le parole francesi riscuotono presso di noi, cugini poveri della malandata Italia con costante sindrome del brutto anatraccolo.

I bistrot ormai sono la nuova frontiera dei locali, e se la scritta trattoria o, ancor peggio, osteria, ormai è aborrita da tutti, tranne per quei locali fighetti che quanto più lontano sono dalla vera trattoria, la scritta bistrot invece sta spopolando. La si applica, ho notato, ormai indiscriminatamente per qualsiasi locale a cui si voglia dare un’allure globlal e nel contempo trés charmante: bistrot sono i ristorantini semplici, le trattorie, i bar, ma anche le pasticcerie, i localini senza una vera identità dove mangi dal panino al piatto di pasta, per finire con le pasticcerie e pure le gastronomie. Ormai è tutto un unico, grande bistrot.

Ma che cos’è davvero un bistrot, cosa lo distingue da un semplice “restaurant”, sempre per rimanere in tema di francesismi, che caratteristiche deve, o dovrebbe avere, per fregiarsi del titolo di vero, autentico bistrot?

Bene, non andando a perderci nell’etimologia del termine, che derivi dal vernacolo parigino o che si faccia risalire all’occupazione russa di Parigi, ad inizio ‘800, quando i solidati russi, non potendo bere in servizio, dicevano ai camerieri di far “velocemente”, “bistro”, in russo, per non essere colti in fallo dai superiori, in tempi più vicini a noi, il  bistrot francese è in pratica un locale semplice e di piccole dimensioni, dove si servono non solo pietanze senza pretese, un po’ come  nella nostra trattoria, ma dove si può anche solamente ordinare una tazzina di caffè o un bicchiere di liquore. Un bar con cucina, insomma, di quelli che al giorno d’oggi sono praticamente ovunque, pure sotto casa, e che ben potrebbero quindi essere tutti considerati dei bistrot. Certo, spesso manca l’atmosfera dei veri bistrot parigini, quell’insieme di aria di languida decadenza, di raccoglimento e di calore che i nostri moderni ed efficienti bar dell’angolo spesso non hanno. Ad ogni modo, questo è un bistrot, almeno in Francia: un locale piccolo, semplice, dove mangiare un pasto onesto, a poco prezzo o anche soloi sorbire un calice di vino. Un po’ come le vecchie piole torinesi, ritrovo di anziani che giocavano a scopa bevendo un quartino di rosso del bottiglione e che magari inframezzavano le loro partite con due acciughe al verde o un tomino sott’olio. Ecco, questo in fondo sono i bistrot francesi ,questa la loro “essenza”: non ristoranti pretenziosi, non stellati, e nemmeno pasticcerie né tantomeno gastronomie. Piole, al limite. Ma vuoi mettere chiamare un locale semplicemente “piola”, oppure al limite “bar con cucina” rispetto al mille volte più chic “bistrot”, che ci dà quell’aria global e internazionale che tanto ci piace? Tutto un altro fascino, per noi italianotti sempre poco fieri delle nostre radici, tutta un’altra storia: ci sentiamo un po’ francesi e un po’ meno zotici solo a pronunciare la parola, bistrò, bistrò…. C’est tellement chic!  E allora, tutti al bistrot! Poco importa se poi, invece di trovarci placidi e beati con le gambe sotto un tavolo a mangiare ostriche o escargots, ci ritroviamo in una gastronomia di quart’ordine a compare un fritto di pesce unto e del pane molle del supermercato. E ci tocca pure stare in piedi!

MA I PANETTONI DEL SUPER A 2 EURO AL CHILO SONO DAVVERO LO STERCO DEL DIAVOLO?

C’è ancora chi si scandalizza per i panettoni venduti a due euro al supermercato.
Non appena a qualcuno salta in testa di scrivere un articolo acchiappa-click, o click-baiting come si dice ora, uno stuolo di lettori inferociti si scaglia contro i panettoni industriali, che sono in pratica quelli che abbiamo mangiato fino all’altroieri, ovvero fino a una decina di anni fa, e che andavano bene a tutti. Questo, prima della comparsa dei panettoni artigianali, che hanno trasformato un prodotto che nasce industriale, ovvero il panettone inventato da Angelo Motta agli inizi del secolo scorso, in un nuovo dolce per gourmet, un lievitato d’alto bordo da pagare non meno di trenta euro al chilo.
E visti i prezzi dei panettoni artigianali, sono molti ora a pensare che il panettoni del supermercato – che nel periodo natalizio vengono venduti in effetti a due, quattro euro al chilo – siano dei veri e proprio figli di satana, degli ammassi immondi di uova scadute, burro rancido e farina proveniente da campi ammantatati di glifosato o chissà cos’altro.
Allora, cerchiamo di fare ordine una volta per tutte: il panettone venduto a due euro al chilo non è un prodotto remunerativo, per il supermercato che lo vende, ovvero non c’è margine di guadagno su un panettone venduto a tali prezzi, ma anzi, il supermercato ci perde; il prodotto è infatti venduto sottocosto. E questo perché in dicembre i supermercati utilizzano il richiamo del dolce natalizio per eccellenza, il panettone appunto, come tipico “prodotto civetta”, ovvero un prodotto su cui non si realizza alcun guadagno, ma che serve a veicolare i consumi di altri prodotti. Ovviamente il punto vendita ha il suo tornaconto, e non essendo un’ente benefico è evidente che finchè le perdite realizzate sulle vendite dei panettoni saranno più che assorbite dai margini di guadagno di altri prodotti natalizi, la perdita sui panettoni si rivelerà essere in realtà un buon investimento.
Eppure, ancora oggi, sono tantissimi coloro che credono che il basso prezzo praticato dai supermercati a dicembre sia frutto o di opera di strozzinaggio sui fornitori oppure di acquisti di prodotti così scadenti da essere acquistati per pochi centesimi al chilo.
Chiariamo una volta per tutte che non è così: i panettoni del supermercato, e tra essi marchi che sono sul mercato da anni, come Melegatti, Bauli, Maina, Motta o Balocco, impiegano farina, burro, uova o altri aromi che nono sono di serie C ma non sono nemmeno di serie B, anzi, spesso utilizzano anche loro ingredienti come burri pregiati d’Oltralpe, come il pandoro Tre Marie, e uova di categoria A, magari non biologiche ma comunque di prima qualità. La politica di vendita del distributore finale, del supermercato in pratica, non ha nulla a che vedere con la qualità del prodotto, il cui costo supera ampiamente il prezzo di vendita al consumatore.
In altre parole, i panettoni industriali non sono lo sterco del diavolo, non ammazzano i bambini né sono fatti con ingredienti di terz’ordine, quart’ordine o pessima qualità (oltretutto, gli stabilimenti industriali sono controllati spesso e con regolarità dagli organi preposti, e sono senza ombra di dubbio molto più sicuri che alcuni laboratori artigianali di dubbia fama).
Nessuno scandalo, nessuna truffa, nessun attentato alla salute pubblica, quindi: i panettoni del supermercato sono buoni, sicuri e si possono mangiare in tutta tranquillità: non dimentichiamoci che, in fondo, sono i panettoni con cui siamo tutti cresciuti e che abbiamo portato in tavola felici fino all’altro ieri. E con grande gioia e soddisfazione per il nostro palato.
Oppure oggi siamo diventati troppo esigenti e raffinati per accontentarci ancora di un semplice panettone Motta o Melegatti?