MERCATO CENTRALE A TORINO: LA RINASCITA DI PORTA PALAZZO PASSA ATTRAVERSO IL CIBO?

Per chi non è di Torino, la nascita di Mercato Centrale, che inaugurerà il prossimo 3 aprile in una delle piazze più caratterstiche, variopinte e multiculturali piazze della città, potrebbe non sembrare un grande avvenimento. Potrebbe sembrare, anzi, la solita, ennesima apertura di un altro di quei templi del cibo che ormai si vanno moltiplicando in ogni forma e in ogni declinazione praticamente ovunque.

Invece, Mercato Centrale, per Torino, potrà essere molto di più che il solito aggregato di ristoranti, botteghe e negozi di cibo: sarà, si spera, un punto di partenza per la rinascita di Porta Palazzo, alias Piazza XVIII dicembre, uno dei luoghi più caratteristici ma anche una delle zone più critiche e “calde” della capitale sabauda, per decenni abbandonato a se stesso e diventato teatro di delinquenza, spaccio e criminalità, tanto da passare, nel corso degli anni, da essere “la pi bela strà d’Turin” (la più bella strada di Torino), come cantava Gipo Farassino, a sinonimo di degrado, incuria e microcriminalità, situazione che si è pian piano radicata nel tempo e alla quale nessuna delle amministrazioni degli ultimi decenni, comprese quelle più attuali, è riuscita a porre rimedio.

Eppure, Porta Palazzo è sempre stata, sin dalla sua nascita, un luogo vivo, ricco, colmo di opportunità per chi le sa vedere e sfruttare: proprio da Porta Palazzo è partita a metà del 1800 la visionaria impresa di Francesco Cirio, che proprio rivedendo le verdure che acquistava ogni giorno al termine del mercato ebbe l’idea di inscatolare i pomodori con il metodo Appert per conservarli più a lungo, diventando così il re dei pomodori in scatola.

E sempre da Porta Palazzo parte oggi il progetto di Umberto Montano, anch’egli imprenditore visionario e lungimirante, che si propone di essere un polo di aggregazione di culture e di influenze riunite sotto un unico denominatore comune: il cibo.

All’interno del Palafuksas –  il grande palazzo di vetro e metallo costruito nel 1997 su progetto dell’architetto Massimiliano Fuksas e mai completamente sfruttato o utilizzato per il suo potenziale – proprio di fronte al mercato dell’ortofrutta, Montano ha individuato la sede ideale per replicare il successo di Roma e Firenze, dove Mercato Centrale è già meta imprescindibile di turisti e viaggiatori.

Aggiudicatosi il bando di gara per la concessione dell’area per la cifra di oltre un milione di euro (1.100.000, per l’esattezza) insieme con il il Gruppo Human Company, il progetto di Montano prevede una struttura che si snoda per 4500 metri quadrati, distribuiti su tre livelli. Ma è al piano terreno che sarà situata la vera anima di Mercato Centrale: qui verranno riunite le migliori botteghe artigiane e le più caratteristiche specialità dello Stivale: dal Trapizzino di Stefano Callegari, l’ormai celebre triangolo di focaccia farcita, alla pasta del pastificio De Michelis, marchio storico per la pasta a Torino, dai tartufi di Savini alle specialità siciliane di Carmelo Pannocchietti fino al gelato di Marchetti o ai formaggi e salumi di Savigni per finire con i latticini di Beppino Occelli, anche responsabile del reparto caseario e che gestirà un laboratorio didattico sul formaggio al primo piano; sempre al pirmo  piano ci sarà anche una distilleria con cocktail bar capitanata da Teo Musso di birra Baladin insieme al gruppo Vnk. Il secondo piano, invece, ospiterà mostre ed eventi culturali.

Ma soprattutto, accanto alle botteghe di prodotti tipici, scenderanno anche in campo tre protagonisti della grande ristorazione sabauda: Davide Scabin, Marcello Trentini – alias Magorabin- e la Farmacia del Cambio, ovvero Matteo Baronetto.

Il genio di Davide Scabin a Mercato Centrale si esprimerà attraverso “Carbone bianco”, un progetto che prevede cotture a carbone mentre Marcello Trentini proporra la una declinazione della sua cucina in chiave vegetariana con “La Fata Verde”. La Farmacia del Cambio, invece, che in pochi anni è riuscita ad arrivare al cuore dei torinesi, sarà il ristorante ufficiale di Mercato Centrale, e proporrà “un’offerta di grande qualità e personalità ma a spesa contentua”, dice Montano.

Grandi progetti, grandi nomi e grandi ambizioni per Mercato Centale e per questa piazza cara ai torinesi, e per troppo tempo abbandonata.

Forse, la rinascita di Porta Palazzo passa proprio attraverso il cibo.

MERCATO CENTRALE: I PROTAGONISTI.

Al piano terra:

Le specialità siciliane di Carmelo Pannocchietti

L’enoteca di Luca Boccoli

I formaggi e i salumi di Beppe Gioviale

Il Tartufo di Luciano Savini e Aurelio Barbero

La pizza di Marco Fierro

Il fritto di Martino Bellincampi

Il girarrosto di Alessandro Baronti

Il gelato di Alberto Marchetti

La carne piemontese di Marco Martini

La carne e i salumi toscani della famiglia Savigni

La pasta fresca di Egidio Michelis

Il pesce di Valerio Lo Russo

I formaggi di Beppino Occelli

Il Mulino Viva la Farina

Il pane di Raffaele d’Errico

Il Trapizzino di Stefano Callegari

L’hamburger di chianina di Enrico Lagorio

La torrefazione e il cioccolato

I ristoranti:

La Fata Verde di Marcello Trentini

Carbone Bianco di Davide Scabin

Il ristorante de La Farmacia del Cambio

Al primo piano:

Il laboratorio dei formaggi di Beppino Occelli

La distilleria e cocktail bar di Vnk e Baladin

La scuola di cucina Lorenzo de Medici

 

Fonti: Mole24, EatPiemonte, Gambero rosso, Guidatorino, Artribune

 

GIOVANNI RASTRELLI E’ TRA I 30 GIOVANI DA TENERE D’OCCHIO PER FORBES

E’ arrivata alla quarta edizione la classifica 30 under 30”, la lista di Forbes, nota rivista americana,  che ogni anno seleziona 30 giovani talenti che si sono distinti in diversi campi della tecnica, della scienza, dell’arte o dell’industria.

Nel 2017, per restare nel campo del food, era stata la giovanissima Isabella Potì, allora 21enne, pastry-chef del ristorante Bros, a Lecce, ad essere inserita nella classifica, mentre quest’anno, sempre nel campo del cibo, è Giovanni Rastrelli, 28 anni, a guadagnarsi un posto nella classifica, per il suo contributo in una delle più nuove ed interessanti realtà gastronomiche torinesi.

Rastrelli, proveniente dal politecnico di Torino, è infatti l’amministatore delegato di Edit – (Eat Drink Innovate Together), il grande spazio polivalente di 2400 metri quadri su due piani collocato nato da un’ideda dell’imprenditore torinese Marco Brignone, situato in un’area completamente rinnovata del capoluogo piemontese, quella dell’ex Incet, storica ditta di cavi elettrici, dove oggi trovano spazio locali, ristoranti cocktail bar, una bakery caffè, una birreria artigianale e quattro cucine utilizzate per show cooking ma anche da affittare a cuochi amatoriali, e che comprende (va) nomi come Pietro Leeman, il  noto chef vegetariano (che ha ora terminato la sua consulenza con Edit), Renato Bosco con i suoi lievitati, o i fratelli Costardi (che però han recentmente detto addio alla loro consulenza in Edit per concentrarsi nuovamente sul loro ristorante nel vercellese). La struttura, che aveva raccolto finanziamenti per 6 milioni di dollari (oltre cinque milioni di euro) per la sua realizzazione, ha  realizzato nel 2018 circa 4 milioni di dollari di fatturato (oltre tre milioni e mezzo di euro)

 

PEYRANO CHIUDE A TORINO. ALL’ASTA LO STORICO MARCHIO.

Chiude definitivamente Peyrano, la storica cioccolateria torinese che per più di un secolo è stato un punto di riferimento fisso per i palati torinesi.

Lo stabilimento di Corso Moncalieri 47, che sin dal 1915 ha prodotto cioccolato, gianduiotti, praline e, in passato, anche dolci, chiude infatti definitivamente i battenti: fallite le trattative per cercare di salvare la storica casa torinese trovando compratori seri e intenzionati a portare avanti la storia dell’antica cioccolatiera, che nel 2002 era stata rilevata dal gruppo napoletano Maione. In seguito, nel 2010, dopo il fallimento del gruppo napoletano, i fratelli Peyrano avevano nuovamente rilevato l’azienda: Bruna e Giorgio Peyrano, incuranti dei loro 70 anni, avevano cercato di riportare la ditta sui binari della tranquillità finanziaria con rinnovata energia, riassumendo anche i vecchi dipendenti, ma purtroppo le cose non sono andate come previsto: “nel riaprire l’attività abbiamo affrontato costi imprevisti con i macchinari – dice Giorgio Peyrano-. Forse abbiamo fatto qualche errore. La crisi non ci ha aiutato. E Torino ci ha un po’ abbandonato”.

E intanto i debiti si sono accumulati: tra quanto dovuto per affitti arretrati, retribuzioni ai dipendenti ed altri voci, il debito complessivo ammonta oggi a cinque milioni. Ed ora, la sentenza dichiarativa di fallimento verso la ditta Jacopey cioccolato, la società dei fratelli Peyrano.

Per quanto riguarda il marchio Peyrano, invece, verrà messo all’asta. Ma senza l’esperienza, le capacità e la passione degli originari titolari, e senza l’antica e calda bottega di Corso Moncalieri, non sarà mai più la stessa cosa.

Immagini: La Stampa

ARMANI E GOBINO, PER UNA PERFETTA COLLABORAZIONE TRA DOLCI E MODA

Ormai il cibo è diventato una vera moda.

E la dimostraziome arriva nientemeno che da uno dei re del fashion, Giorgio Armani, che ha deciso di dare una nouva veste al suo brand di dolci “Armani Dolci”.  E per essere sicuro  di fare centro, il celebre stilista ha deciso di affidarsi, per la produzione delle sue delikatessen d’alta moda,  a uno dei più abili cioccolatieri a livello internazionale, vale a dire il torinese Guido Gobino. Una partnership che va a sostituirsi a quella che  vedeva Armani in società con un’altra celebre casa di cioccolato piemontese, Venchi, con cui lo stilista aviva avviato una collaborazione vent’anni fa.

Gobino si è detto onorato della collaborazione con Armani  nonchè entusiasta per le nuove sfide che che lo attendono, e ha precisato che tutte le specialità prodotte per il progetto dello stilista saranno ottenute artigianalmente con le migliori e più selezionate materie prime –  come fave di cacao  provenienti da  Venezuela, Ecuador, Messico, o nocciole IGP delle Langhe –  e grazie alle tecniche produttive più all’avanguardia, che il maestro cioccolatiere ha completamente implementato e affinato a partire dagli anni ‘9 e che gli hanno permesso di essere presente con i suoi dolci in ben 24 Paesi nel mondo.

I prodotti a marchio Armani- Gobino sono già in vendita a Milano, e a breve dovrebbero essere reperibili anche in altre grandi città italiane e nei dodici store situati all’estero, Parigi e Kuala Lampur compresi. La linea di prodotti di Armani Dolci inoltre non riguarderà esclusivamente il mondo del cioccolato, ma dovrebbe allargarsi ad altri settori, sempre nel comparto dolce.

Un’unione più che azzeccata, quella dei due maestri, che unisce due dei trend più gettonati del momento, cibo e moda: ci sono tutte le premese perchè la collaborazione vada a gonfie vele.

Crediti: Il Sole 24Ore

IL TRAPIZZINO ORA SBARCA ANCHE A TORINO

Il trapizzino? Ora sbarca anche a Torino.

E se qualche torinese ancora non sa esattamente di cosa si tratti, non ha che da pazientare un poco: a marzo, infatti, l’ormai celeberrima invenzione del pizzaiolo romano Stefano Callegari si potrà gustare anche nella capitale sabauda, e più precisamente, secondo le indiscrezioni, a Porta Palazzo, mercato e cuore multietnico del cibo, più precisamente all’interno del Palafuksas, l’edificio di vetro e acciaio un tempo adibito a mercato dell’abbigliamento e che oggi ospita botteghe gastronomiche di ogni tipo, dal macellaio al salumiere, dal panetterie  al pastificio, e che troneggia imponente ai lati della Piazza, vicino ai cosiddetti “contadini”.

Il Trapizzino, per quegli sparuti individui che ancora non lo sapessero, è il celebre “panino” di forma triangolare, e che deve parte del suo nome, e della sua forma, al tramezzino, quel tramezzino che proprio a Torino fu tenuto a battesimo da Gabriele D’annunzio, che nel lontano 1925 per primo addentò quel morbido sandwich di pane tostato tagliato in triangoli al Caffè Mulassano, dove i proprietari, tornati dall’America, si erano portati una macchina tostapane e con quella deliziavano i clienti con i loro tramezzini ripieni di burro e acciughe, peperoni e acciughe e altre tipicità torinesi. Il trapizzino, invece, di torinese ha solo parte del nome: per il resto, infatti, si tratti di un triangolo di pizza bianca riempito con i classici della cucina romana: polpette al sugo, coda alla vaccinara, pollo alla cacciatora, lingua in salsa verde, trippa, broccoli e salsiccia, carciofi alla romana, guancia brasata, coratella con cipolle e chi più ne ha  più ne metta.  Un vero tripudio di gusti e di sapore, che ben poco hanno a che spartire con le classiche, tristi farciture a base di verdura scondita o salumi di seconda scelta.

Un’idea semplice, quella avuta da Callegari nel 2008, ma che ha conquistato rapidamente i palati non solo nazionali, ma di tutto il mondo: prima di Torino, infatti, il Trapizzino è giù sbarcato, oltre che ovviamente a Roma, a Milano, Firenze e anche a New York. E ora, anche i torinesi potranno gustare il famoso trapizzino, magari sperando, nel profondo del loro cuore, che ne venga offerta anche una versione in salsa piemontese, magari farcito con tomini elettrici, acciughe al verde o, perchè no, con peperoni, cardi gobbi e topinambur freschi conditi da qualche generosa cucchiaiata di bagna caoda.

Crediti: Diario di Torino, Mole24, Il Messaggero. Immagini: Il Trapizzino

CHIUDE IL PIANO 35 A TORINO

Un triste epilogo, almeno per ora, quello del Piano 35, il tormentato ed esclusivo ristorante situato all’utlimo piano del grattacielo Intesa San Paolo, a Torino, con vista scenografica sullo skyline della città e sui monti che la circondano.

Il locale, aperto nel 2016, era stato inizialmente gestito dallo chef Ivan Milani, ma sin da subito la gestione del locale si era dimostrata problematica, tanto che nella primavera del 2017, a nemmeno un anno di distanza dalla trionfale apertura, lo chef aveva abbandonato baracca e burattini per dedicarsi ad altri progetti.

Una separazione che già a suo tempo aveva destato scalpore, nonostante il ristorante facesse registrare regolarmente il tutto esaurito, e che ora comunque appare come il primo segnale di una gestione sofferta e deficitaria, con conti in rosso e divergenze di opinione tra chef e proprietà, senza contare le difficoltà logistiche date dalla collocazione dei magazzini, ubicati nei sotterranei, 35 piani al di sotto del locale e che forse non poco hanno inciso sulla storia del locale e le varie rotazioni di chef.

Dopo l’uscita di Ivan Milani, il ristorante era stato temporanemente affidato a Fabio Marcì, suo sous-chef, cosa che faceva sperare in un percorso di stabilità e continuità, ma ben presto anche Macrì se ne era poi andato, pare per gli stessi motivi  di Milani, lasciando  poi la patata bollente a Marco Sacco, chef bistellato del Piccolo Lago di Verbania, lo scorso settembre.

E oggi, la conferma ufficiale: il ristorante chiuderà ufficialmente il 31 dicembre, non essendo stato rinnovato il contratto con Affida, la società del gruppo CIR Food che si occupa della gestione del locale sin dalla sua apertura. Una chiusura chenon dovrebbe comunque essere definitiva, in quanto pare che la proprietà, il Gruppo Intesa-San Paolo, stia comunque cercando di trovare delle soluzioni nuove per il locale, per non privare i clienti, torinesi e turisti, di una realtà che comunque, al di là di questioni interne organizzative o logistiche, era in pochi anni riuscita a conquistare il favore del pubblico e anche della critica, aggiudicandosi premi e riconoscimenti.

Stessi problemi ovviamente anche per il Lounge Bar, situato al di sopra del ristorante e guidato egregiamente da uno dei migliori bartender nazionali, Mirko Turconi,  Campione italiano della Diageo Reserve World Class 2017,e che costituiva un punto di riferimento per gli amanti del buon bere. Anche il lounge bar si ritrova oggi nelle stesse condizioni del ristorante e con una grande incongnita su quello che sarà il futuro del locale.

Intanto, oggi, sul profilo Facebook dello chef Ivan Milani, è comparso un post ambiguo, che recita “veritas filia temporis”, ossia la verità è figlia del tempo, corredato da un testo ermetico-filosofico  avente come soggetto la verità, la sua paziente attesa e il tempo galantuomo che porta alla luce tutti i misfatti: un chiaro riferimento alla tormentata vicenda del Piano 35 e alla sua diparita dal locale?

Intanto, i 40 dipendenti del ristorante più alto d’Italia aspettano con ansia di conoscere il loro destino.

Magari anche a piani meno alti e scenografici, ma più stabili e sicuri.

Crediti: Mole24, La Stampa