IN INGHILTERRA CIP E CIOP FINISCONO IN PADELLA

Lo scoiattolo grigio, si sa, è un animale infestatante. Dovunque arrivi, il prolifico roditore si riproduce a velocità vertiginose, creando non pochi problemi ai suoi simili e anche all’ecosistema circostante.

Arrivato nella vecchia Europa nel secolo scorso come ricordo di viaggio di alcuni turisti che si erano recati in Nord America, patria di questi graziosi animaletti, lo scoiattolo grigio si è poi ambientato perfettamente nel vecchio mondo, e ha cominciato a proliferare in maniera esponenziale, tanto da mettere a rischio la sopravvivenza della specie autoctona, lo scoiattolo rosso europeo, ormai quasi in via di estinzione. Infatti, lo scoiattolo grigio è portatore sano di un virus, il parapoxvirus, innocuo per gli umani, che si è rivelato letale per lo scoiattolo rosso europeo, e che ha contribuito inesorabilmente alla sua progressiva scomparsa.

Non per nulla l’UE ha inviato all’Italia – dove lo scoiattolo grigio è molto diffuso, in modo particolare in Piemonte, Liguria e Umbria –  ben tre raccomandazioni ufficiali esortandoci a porre un freno alla riproduzione del roditore, mentre Francia e Svizzera, che confinano con i nostri boschi, hanno anche diplomaticamente fatto sapere che “se troviamo anche un solo scoiattolo (grigio) nei nostri boschi, sarà guerra”. Questo, tanto per illustrare l’aria che tira, qui in Europa, attorno allo scoiattolo grigio.

Ma se l’Italia piange, l’Inghilterra non ride. Anche la Gran Bretagna, infatti, ha il suo bel surplus di scoiattoli grigi, considerato che una stima del 2009 riportata dal National Geographic ha fatto registrare nel Regno Unito la cifra di circa due milioni e mezzo di scoiattoli grigi contro le 10-15.000 unità di quelli rossi. Ma la differenza di approccio rispetto a noi è che gli inglesi, con la loro flemma e il loro pragmatismo secolare, hanno trovato un modo davvero infallibile, sano e a costo zero per contrastare la riproduzione incontrollata degli scoiattoli grigi: mangiarseli.

Proprio così: gli inglesi, già da almeno un decennio, si sono fatti promotori della campagna “Save our  Squirrels”, salviamo i nostri scoiattoli, al grido di “mangia un grigio e salva un rosso”, e  hanno pensato bene di sterminare i fastodiosi animaletti facendoli finire direttament in padella.

Il simpatico roditore, infatti, pare abbia carni buonissime, con pochi grassi e dal gusto dolce, simili al coniglio ma un po’ più grasse. Per altri invece sa di nocciole, per altri ancora di agnello misto ad anatra. Gli inglesi ne vanno pazzi, i macellai li finiscono in un amen e i centri commerciali, dove spesso si trovano anche surgelati, li vendono a manetta, mentre le massaie adorano cucinarli con patatine fritte, assieme a salsiccia e pancetta, o come ripieno di morbide pies di carne. Per non parlare dei ristoranti, come il noto St. John, che lo inserisce in carta quando di stagione (principalmnte in primavera), o gli chef britannici, come Hugh Fearnley-Whittingstall, che li cucinano tranquillamente nei programmi TV senza che a nessun inglese onnivoro venga in mente di scandalizzarsi o storcere il naso di fronte all’inconsueto piatto.

D’altronde, in Nord America, patria dello scoiattolo grigio, la tradizione di mangiare scoiattoli è secolare, ed è stata riportata anche nei ricettari di cucina, almeno fino alla metà del secolo scorso, quando lo scoiattolo è scomparso dalle cucine e dai ricettari americani in quanto giudicato un pasto troppo umile, amato solo da bifolchi e montanari.  Famoso e molto consumato era lo stufato di Brunswick, ora preparato con pollo o maiale, dove la carne di scoiattolo era cucinata con brodo di vitello, Madera e fagioli.

E oggi, la carne di scoiattolo, è ritornata prepotentmente alla ribalta come cibo etico, sostenibile e salutare. E anche buono. Da noi, qui in Italia, tale moda non è ancora arrivata, nè è detto che arrivi o attecchisca, vista l’alta concentrazione di movimenti animalisti e una (comprensibile) naturale repulsione per i roditori cucinati, ma non si può mai sapere.

D’altronde,  qui a Torino, nei parchi cittadini, c’è  una folta schiera di scoiattoli grigi che spesso si spingono fino nelle strade circostanti a cercare cibo.

Chissà, magari una volta o l’altra….

 

 

Crediti: National Geographic, Corriere, Repubblica. Immagini: Alamy

L’INVASIONE DEI BISTROT: PER SENTIRCI TUTTI UN PO’ PARIGINI, OLLALLA’

 

A Torino, dove vivo, ma anche nelle altre grandi città italiane, è ormai un’invasione. Un’invasione di bistrot. Bistrot di qua, bistrot di là, bistrot a destra e bistrot a sinistra. Non c’ è più praticamente un isolato, o comunque un qualche centinaio di metri, dove un’insegna con la scritta “Bistrot” non ci venga incontro, con tutta l’eleganza e lo charme che solo le parole francesi riscuotono presso di noi, cugini poveri della malandata Italia con costante sindrome del brutto anatraccolo.

I bistrot ormai sono la nuova frontiera dei locali, e se la scritta trattoria o, ancor peggio, osteria, ormai è aborrita da tutti, tranne per quei locali fighetti che quanto più lontano sono dalla vera trattoria, la scritta bistrot invece sta spopolando. La si applica, ho notato, ormai indiscriminatamente per qualsiasi locale a cui si voglia dare un’allure globlal e nel contempo trés charmante: bistrot sono i ristorantini semplici, le trattorie, i bar, ma anche le pasticcerie, i localini senza una vera identità dove mangi dal panino al piatto di pasta, per finire con le pasticcerie e pure le gastronomie. Ormai è tutto un unico, grande bistrot.

Ma che cos’è davvero un bistrot, cosa lo distingue da un semplice “restaurant”, sempre per rimanere in tema di francesismi, che caratteristiche deve, o dovrebbe avere, per fregiarsi del titolo di vero, autentico bistrot?

Bene, non andando a perderci nell’etimologia del termine, che derivi dal vernacolo parigino o che si faccia risalire all’occupazione russa di Parigi, ad inizio ‘800, quando i solidati russi, non potendo bere in servizio, dicevano ai camerieri di far “velocemente”, “bistro”, in russo, per non essere colti in fallo dai superiori, in tempi più vicini a noi, il  bistrot francese è in pratica un locale semplice e di piccole dimensioni, dove si servono non solo pietanze senza pretese, un po’ come  nella nostra trattoria, ma dove si può anche solamente ordinare una tazzina di caffè o un bicchiere di liquore. Un bar con cucina, insomma, di quelli che al giorno d’oggi sono praticamente ovunque, pure sotto casa, e che ben potrebbero quindi essere tutti considerati dei bistrot. Certo, spesso manca l’atmosfera dei veri bistrot parigini, quell’insieme di aria di languida decadenza, di raccoglimento e di calore che i nostri moderni ed efficienti bar dell’angolo spesso non hanno. Ad ogni modo, questo è un bistrot, almeno in Francia: un locale piccolo, semplice, dove mangiare un pasto onesto, a poco prezzo o anche soloi sorbire un calice di vino. Un po’ come le vecchie piole torinesi, ritrovo di anziani che giocavano a scopa bevendo un quartino di rosso del bottiglione e che magari inframezzavano le loro partite con due acciughe al verde o un tomino sott’olio. Ecco, questo in fondo sono i bistrot francesi ,questa la loro “essenza”: non ristoranti pretenziosi, non stellati, e nemmeno pasticcerie né tantomeno gastronomie. Piole, al limite. Ma vuoi mettere chiamare un locale semplicemente “piola”, oppure al limite “bar con cucina” rispetto al mille volte più chic “bistrot”, che ci dà quell’aria global e internazionale che tanto ci piace? Tutto un altro fascino, per noi italianotti sempre poco fieri delle nostre radici, tutta un’altra storia: ci sentiamo un po’ francesi e un po’ meno zotici solo a pronunciare la parola, bistrò, bistrò…. C’est tellement chic!  E allora, tutti al bistrot! Poco importa se poi, invece di trovarci placidi e beati con le gambe sotto un tavolo a mangiare ostriche o escargots, ci ritroviamo in una gastronomia di quart’ordine a compare un fritto di pesce unto e del pane molle del supermercato. E ci tocca pure stare in piedi!