UN BICCHIERE DI VINO ROSSO FA PERDERE PESO COME UN’ORA DI PALESTRA: davvero?

Volete perdere peso ma siete refrattari a sport, palestre e ogni tipo di movimento che non sia quello delle mandibole? Bene, allora sappiate che da oggi pare che abbiate un alleato in  più per perdere chili senza dover sudare per ore e ore nella palestra sotto casa per perdere un misero etto di ciccia: un bel bicchiere di vino rosso, bevuto la sera, avrebbe sui vostri rotolini di grasso lo stesso effetto di un’ora di palestra. Non male, se fose vero, eh?

Lo so, non pensavate che il paradiso fosse così vicino, eppure è così. O almeno parrebbe così. E a dirlo è una ricerca condotta dall’Università di Alberta, in Canada e riportata da Il Messaggero – , dove i ricercatori hanno scoperto che un bicchiere di vino rosso equivarrebbe a circa un’ora di palestra. Secondo infatti il dr. Jason Dyck dell’Unio, nel vino rosso è contenuto il resveratrolo, un componente che avrebbe il potere di attivare nel nostro organismo gli stessi effetti dell’esercizio fisico, impedendo alle cellule di grasso di diventare più dense. E la scoperta è supportata anche che dagli scienziati della Washington State University e di Harvard: secondo i loro studi, infatti, bere almeno due bicchieri di vino al giorno, preferibilmente rosso,  potrebbe aiutare a prevenire un aumento di peso fino al 70%. L’unica pecca è che perchè la magia si compia e il resveratrolo faccia per bene il suo lavoro, il vino deve essere bevuto la sera. Addio quindi ai pensieri di allegre libagioni durante la giornata, con il pensiero non solo di essere felicmente alticci ma di avere gli stessi effetti che un’ora dell’invisa palestra. Non ci resta che consolarci la sera, andando a nanno invece che con il solito, scipito bicchiere di latte caldo, con una bella tazza di barbera.  E pensare a come è bella, a volte, la vita.

Ci avevate creduto, vero?

Purtroppo però la notizia è vera solo in parte.  E’ vero cioè che il resveratrolo aiuterebbe l’effetto delle prestazioni sportive,  ma per arrivare all’effetto  desiderato occorerebbe bere, spiega lo stesso Dr. Dyck, tra le 100 e le 1000 bottiglie al giorno”, come riportato da Affari Italiani, e non solo un bicchiere. Il bicchiere si intende composto di resveratrolo puro, e per ottenerlo le 100-1000 bottiglie sono la quantità che dovremmo scolarci. Un po’ troppo anche per noi, in effetti.

Peccato.  Per un po’ avevamo voluto crederci.

 

Fonte: Il Messaggero, il Giornale; immagini: Casertaweb

No, Coca-Cola non ci ha rubato l’Acqua Lurisia!

Non c’è notizia che in questi giorni abbia destato più  sdegno, sconcerto e indignazione di quella dell’acquisizione dell’acqua minerale Lurisia da parte di Coca-Cola.

Cori di voci indignate si levano da ogni dove, sui social, sui giornali e sui media, dove il il colosso di Atlanta viene dipinto nè  più nè meno come una società ladra e corsara che viene a fare shopping in Italia per derubarci delle nostre fonti e depauperando il panorama economico italiano di un altro pezzetto di gloria locale, nella fattispecie dell’acqua che zampilla da una sorgete del Monte Pigna a 1400 metri di altezza, sulle montagne cuneesi, e che arriva sulle nostre tavole sin dal lontano 1940.

Sui social, in particolare,  i commenti carichi di astio si sprecano: da chi giura che non comprerà né berrà mai più quell’immonda acqua ora passata agli americani, a chi augura il fallimento a entrambe le società, il tutto condito da un tripudio di simpatici epiteti indirizzati alla Coca ladrona. Si rimprovera cioè, alla multinazionale americana, di portarsi via un pezzo di Italia sana, un’Italia che produce, memori delle  svariate  società estere che han fatto “man bassa” di floride imprese italiane (regolarmente in vendita)  nel campo non solo alimentare ma in ogni settore produttivo, dalla moda alle industrie manifatturiere o al terziario. Persino Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, si dissocia sdegnato dall’operazione commerciale, facendo sapere, in una nota rilasciata a tamburo battete, che la collaborazione di Lurisia ai grandi eventi Slow Food  –  tra cui Cheese 2019, che si inaugurerà proprio questo fine settimana – , “non verrà rinnovata” per l’edizione 2019. Un vero anatema a tutto tondo, dettato, fanno sapere da Slow food stessa, dalla politica di “difesa della biodiversità e contro l’omologazione dei gusti” portata avanti da Petrini & C.  Difficile capire quale omologazione del gusto di un’acqua che sgorga a 1400 metri sopra il livello del mare possa scaturire dal passaggio di Lurisia a Coca Cola, ma questo è quanto rilasciato dall’associazione, e di cui prendiamo atto.

Quella tra Coca Cola e Lurisa è in realtà un’operazione del tutto routinaria ma vista da noi italiani medi come un vero e proprio scippo, un’onta da lavare con il sangue, una sorta di affronto, dimenticando che,  solo per restare nel campo delle acque minierali, già negli anni passati Nestlè aveva acquisito l’acqua minerale Sanpellegrino e le sue controllate Levissima, Recoaro, Vera, San Bernardo e Panna, e nessuno era morto e nemmeno si era sentito male. In realtà, tutto rientra tra le operazioni economiche win-win, dove, in un contesto di libero mercato, esiste un interesse di un acquiremte ad acquistare un’impresa sana,  e un corrispondente interesse del venditore a vendere. Nel caso di Coca-Cola, l’offerta per l’acqua Lurisia è stata della modica cifra di 88 milioni di euro, reputati evidentemente più che sufficienti da Farinetti e Invernizzi (Acque Minerali Lurisia è infatti controllata congiuntamente dal fondo d’investimento privato IdeA Taste of Italy, dalla famiglia Invernizzi e da Eataly Distribuzione) per placare la tristezza di doversi separare dalla sorgente del monte Pigna.

Cose che succedono, in un’economia di libero mercato, che sono sempre successe e che succederanno ancora.

E allora, perché scandalizzarsi, perché gridare al ladro e scagliare contro lo “straniero invasore”’? Che cosa verrà a mancare all’Italia, agli italiani, con il cambio di proprietà dello storico marchio? Non certo un sito produttivo: da che mondo è mondo, è sempre stato leggermente complicato spostare una sorgente da un luogo all’altro, figurarsi poi dalle morbide colline cuneesi fino alle lontane lande statunitensi! E quindi,  il “pericolo” che l’impianto produttivo venga spostato all’estero parrebbe abbastanza remoto. Parrebbe, perché non si sa mai, con ‘sti americani che una ne fanno e cento ne pensano, tutto è possibile, anche se per ora l’ipotesi di un trasloco della sorgente da Cuneo ad Atlanta pare abbastanza improbabile a realizzarsi.

Anche per quanto riguarda i lavoratori, parlando della base operativa –  la più consistente –  non dovrebbero esserci problemi, in quanto, vertici a parte, è abbastanza improbabile che dall’oggi al domani il sito di produzione venga invaso da orde di lavoratori in cappellaccio  e tacchetto da cow-boy che cacciano via a cazzotti quelli nostrani, e quindi anche il problema occupazionale, quello che più preme,  dovrebbe essere scongiurato.

Per quanto poi rigurada il dividendo agli azionisti, ovviamente quello finirà in mano extra UE, ma in effetti a noi, normali cittadini senza le mani in pasta, o meglio in acqua, cosa interessa veramente se il dividendo se lo becca (o se lo beccava) Farinetti e soci oppure i nuovi proprietari a stelle e strisce? Non eravano azionisti prima e non lo saremo neppure ora, quindi a noi, massa, del dividendo societario poco ne cale, anzi direi nulla.

Rimane (forse) la questine degli utili reinvestiti: Coca-Cola è un gruppo, e quindi potrebbe legittimamente utilizzare parte degli utili prodotti dalla nuova acquisita – nei limiti previsti dalla legislazione statunitense e locale – ed investirli eventualmente in altre società del gruppo. Ma anche queste sono cose che capitano, in econonia, e anche per questo non  è mai morto nessuno, anzi,in genere tutti hanno sempre tratto giovamento dalle operazione infragruppo volte a migliorare efficienza e competitività.

Mettiamo anche in evidenza il fatto che per Lurisia il passaggio verso Coca Cola non dovrebbe comportare nessuna sciagura epocale, se non consideriamo tale il venir inserita in un gruppo efficiente e remunerativo, organizzato e all’avanguarda, con canali distributivi infinitamente più estesi degli attuali.

Guardando quindi all’operazione con occhi disincantati, e con la mente sgombra da pensieri di stranieri usurpatori e ruba-lavoro, ci si chiede davvero dove stia lo scandalo, l’onta e la vergogna per questa normalissima operazione economica, effettuata oltretutto in tempi di globalizzazione, di unione, di accordi e di allenze in ogni campo.  Tutto è global ormai, e l’economia non fa eccezione. Anzi, proprio in economia le operazioni tra realtà diverse sono all’ordine del giorno e, se effettaute tra realtà in buona salute, risultano positive per tutti, operatori economici ma anche comuni mortali, che tutto hanno da guadagnare da maggiore efficienza e organizzazione; le quali, non dimentichiamolo,  hanno come conseguenza   un maggiore benessere per tutti e non solo per gli attori direttamente coinvolti.

E qusto, anche quando “lo straniero” compra, pagandolo profumatamente, un pezzetto della nostra economia.

Fonti immagini: il giornale di Alessandria

PERCHE’ NON FACCIO PIU’ PARTE DEL FAN CLUB DI UNO NOTO PASTICCIERE

L’ANTEFATTO: LA VITA IN UN FAN CLUB

Anni fa, ormai quasi una decina, chiesi su Facebook l’amicizia a un noto pasticciere, di quelli che vanno ancor oggi per la maggiore. Non è il caso ora di star qui a specificare quale esattamente fosse il prescelto, i nomi sono noti a tutti, e quello che sto per scrivere si può adattare ora a uno ora all’altro, senza troppe distinzioni. Tutti sono idolatrati, tutti sfornano libri a manovella e tutti hanno il loro regolare fan club con migliaia di adepti follower adoranti.

Allora, è da notare che all’epoca in realtà non esisteva nessun fan club, e la mia era una semplice richiesta di amicizia richiesta tramite Facebook che  era stata tranquillamente accettata. Da lì a poco, gli “amici” divennero talmente tanti che il nostro raggiunse il massimo consentito dal social,  e tramite un post, sempre su Facebook, il bravo pasticciere ci diede le dritte per essere traghettati sulla sua pagina diciamo “professionale”.  Da lì a poco, quindi, venni promossa dallo stato di semplice “amica”, per quanto virtuale, a quello di “fan”. Devo ammettere che mi fa uno strano effetto, ora, pensare che qualche decennio fa ero stata  fan convinta di un tipo che da un palco ammaliava migliaia di ragazzi urlando e ballando “I can’t get no satisfaction” e ora invece ero stata insignita del titolo di “fan” di un artigiano che farcisce pan di Spagna e bignè, ma così va il mondo, e io con lui.

Ad ogni modo, in breve tempo i “fan” divennero numerossimi, centinaia, migliaia, e ogni giorno il circolo di seguaci diventava sempre più affollato, tanto da dover essere regolato da un vero e proprio codice di condotta interno, per dare un po’ di ordine a una massa così importante di gente ed evitare comportametni scorretti o altri fastidiosi problemini derivanti da un ammasso così notevole di umanità: in poche parole, ad oggi, nel fan club, i “fan” possono in pratica solamente mostrare agli altri fan le loro “opere”, tutte ovviamente tratte da ricette del maestro, e non possono, ovviamente, scriverne la ricetta, in quanto in questo modo le migliaia di iscritti non avrebbero più necessità di acquistare i libri del Maestro levandogli buona parte dei suoi introiti (cosa giusta e sacrosanta, bisogna dirlo). Comunque, sin da subito rimasi un po’ delusa da questo fan club: il Sommo non interveniva quasi mai –ovviamente doveva lavorare, e non baloccarsi su Facebook –e tutta la storia si risolveva in gente che la suonava e se la cantava, cioè fan che postavano foto delle loro meraviglie e tutti gli altri a commentare “che bello, che brava, che meraviglia!”. Ogni tanto  l’Illuminato appariva, con qualche post da gettare ai follower, e molto spesso anche per rampognare quei pochi che ancora si ostinavano a pubblicare sue ricette a sbafo; e lì era un proliferare di commenti di ignominia rivolti agli incauti da parte dei più appassionati e devoti.

Ogni tanto il Sommo interveniva per annunciare urbi et orbi l’imminente uscita di un suo prossimo libro, facendone adeguta pubblicità, e i fan andavano in visibilio. Cosa lecitissima, d’altronde, diceva il n ostro: “il fan club è mio e ci faccio quello che voglio”, era la semplice tesi. E fin qui, ci poteva anche stare, etica e correttezza a parte.  Peccato che poi, dai libri propri, si è passati ai macchinari altrui, cioè di brand esterni, dal costo infinitamente maggiore delle poche decine di euro dei libri di ricette:  il nostro ha cioè iniziato a pubblicizzare, o melgio a consigliare caldamente tramite entusiastico video esplicativo, un noto attrezzo da cucina, che tutti noi conosciamo e dal costo che si avvicina al migliaio di euro. Quando qualcuno dei fan gli fece notare che forse la cosa non era tanto trasparente e che si trattava in qualche modo di pubblicità occulta, il Sommo intervenne personalmente per rampognare gli eretici, che furono prontamente espulsi dal fan club o comunque gentilmente accompagnati alla porta come persone non gradite. La tesi del Sommo era sempre la solita, semplice e inoppugnabile: io uso questo strumento in quanto utilissimo, insostituibile,e voglio condividerlo con le mie migliaia di fan perché anche loro possano godere di questa meraviglia nelle loro cucine, correndo a comprarlo. Naturalemnte, i fan adoranti ringraziavano in massa, o quasi, per il “consiglio” disinteressato.  Dopo un po’ di tempo, evidentemtne visto il gran riscontro della prima operazione commerciale a spese dei suoi “amici” virtuali,  il Sommo se ne ritornò sul fan club per mostare ai follower un altro prodigio della tecnica,  anche questo dell’ordine del migliaio di euro, considerato indispensabili per produrre pane, pizze focacce e lievitati di ogni genere, uno strumento che, per questo genere di preparazioni, avrebbe mandato in soffita le vecchie planetarie, un macchinario semi-professionale ma da tenere comodamente sul tavolo della propria cucina. A questo punto, tra i pochi commenti critici riguardo a conflitto di interessi, pubblicità occulta e compagnia bella, inserii anche il mio;  e qui mi bacchettò il Sommo in persona, che mi  rampognò pubblicamente: “quante cose, quante ricette avete imparato grazie a me che prima non sapevate manco tenere un cucchiaio in mano, e ora postate meraviglie? E poi questo è il mio fan club, e voi siete mie fan e quindi anche potenziali clienti, è normale che io venda i mie libri e che vi proponga i miei consigli per gli acquisti!”, era la tesi, la solita. Il tutto poi terminava con un triste lamento da parte del sommo, che si diceva amareggiato e deluso da queste inutili polemiche minacciando vagamente di chiudere il fan club, ovviamente seguito da una valanga di commenti disperati e supplicanti tesi a farlo demordere dall’insano proposito. Inutili i miei tentativi di spiegare che un fan club non dovrebbe essere un bacino di potenziali clienti ma una sorta di gruppo di amici, un insieme di persone  che si ritrovano attorno a una tavola (virtuale), e che non dovrebbe essere previsto che poi, nel bel mezzo della festa, ti capiti l’amico più furbo che approfitta dell’allegra e consistente compagnia per cercare di venderti il Bimby. Ma niente, ognuno è rimasto fermo sulle proprie posizioni e io ho smesso di intereagire con il “fan”club.

Ma, volendo chiarire un po’ la questione, chi ha davvero ragione in questa querelle, ed esisiste qualche norma che regoli lo spinoso problema della pubblicità occulta sul web, a cui influencer grandi e piccolo ricorrono a mani basse?

LE NORME ESISTENTI CONTRO L’INFLUENCER MARKETING

Bene, la realtà è che le norme esistono, eccome, e sono nate proprio per regolamentare quel Far West che è oggi la pubblicità sui social da parte di personaggi più o meno noti, e in grado di veicolare con i loro “consigli disinteressati”, ammanniti come brandelli di vita vissuta, i consumi di grandi (ma anche non, come vedremo in seguito) masse di persone.

Lo sa bene Chiara Maci, che solo alcuni anni fa,  in piena attività nel mostrare giocanda omogeneizzati e biscotti per bambini sul suo blog spacciandoli per frammenti di vita vissuta durante l’accudimentto della figlia appena nata, diceva pacificamente: “se esalto un prodotto che comunque sceglierei (anche se sono pagata per farlo, ndr), che problema c’è?”. In realtà il problema c’è, eccome.

A chiarirle le idee, nel 2017, è intervenuto l’Antitrust, L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), che mettendo ordine riguardo al fenomeno dell’influencer marketing – ovvero la diffusione su social e blog di immagini e video da parte dei cosiddetti “ infuencer” , cioè personaggi con un numero elevato di followers, che “consigliano” determinati prodotti anche solo mostrandone il loro utilizzo senza esplicitare chiaramente l’intento pubblicitario -, ha deciso di intervenire prima in modo soft, con delle lettere di moral suasion indirizzate ai maggiori influencer ricordando loro il divito di pubblicità occulta e ribadendo il principio, valido anche per il web e non solo per le emittenti televisive, secondo cui la pubblicità deve essere chiaramente riconoscibile e individuabile, non potendo approfittare l’influencer della fiducia, e diremmo anche dell’affetto, tributato dai propri follower per propinare loro prodotti che sono pagati per pubblicizzzre,  non solo tramite l’immagine ma anche negli hashtag o nei commenti.

Come sottolinea la nota dell’AGCM, “spesso le immagini con brand in evidenza, postate sul profilo personale del personaggio, si alternano ad altre dove non compare alcun marchio, in un flusso di immagini che danno l’impressione di una narrazione privata della propria quotidianità. Le immagini, infatti, talvolta, rappresentano un ambiente domestico e sono realizzate con tecniche fotografiche non ricercate; altre volte, le tipologie di immagini, le pose dei personaggi e l’ambiente assumono lo stile di un set fotografico. L’evidenza data ai marchi può variare in intensità e modalità, in quanto le tipologie di post e personaggi si presentano molto eterogenee. In alcuni casi, i nomi dei brand sono citati negli hashtag dei post, in altri casi, sono invece in evidenza nell’immagine. Il post può essere accompagnato da commenti enfatici sul prodotto».

A fronte di tale sottile forma di persuasione, L’Antitrust ha quindi stabilito che gli influencer debbano rendere “chiaramente riconoscibile la finalità promozionale, ove sussistente, in relazione a tutti i contenuti diffusi mediante social media, attraverso l’inserimento di avvertenze, quali, a titolo esemplificativo e alternativo, #adv, #pubblicità, #sponsorizzato, #advertising, #inserzioneapagamento, o, nel caso di fornitura del bene ancorché a titolo gratuito, #prodottofornitoda; diciture alle quali far sempre seguire il nome del marchio”.

Ad oggi, non solo le indicazioni date nel 2017 dall’Antitrust non solo sono sempre valide, ma, a distanza di un anno, cioè nell’agosto 2018, sono state anche estese a coloro che abbiano al loro seguito anche pochi follower, i cosiddetti “micro influencer”, su spinta delle associazioni dei consumaatori. Questi, infatti, proprio in virtù dei loro pochi seguaci, continuavano (e continuano) “ a fare pubblicità camuffata senza alcun rispetto delle pur minime regole di trasparenza imposte dal Codice del consumo”. La richiesta delle associazioni dei consumatori è che si passi dalla semplice “moral suasion” a delle vere e proprie sanzioni, considerato che le segnalazioni di pubblicità occulta sui social continuano a far registrare un costante aumento.

Le norme quindi esistono, e sono chiare: gli influencer, grandi e piccoli, devono obbligatoriamente segnalare come pubblicitari i post per i quali ricevono un compenso, non solo in denaro ma anche in natura, ad esempio ricevendo un campione omaggio di quanto mostrato nei propri post di “consigli” o di vita vissuta.

E quindi sì, anche i cuochi, ristoratori, pasticcieri o altri appartenenti al mondo del food non sono esentati dall’esplicitare il messaggio pubblicitario, anche se lo fanno all’interno del proprio fan club.

Peccato che, in questi casi, spesso siano proprio gli stessi gabbati, ovvero i followers adoranti, i primi a voler essere infinocchiati, opponendosi strenuamente a ogni azione che vada contro l’operato del loro idolo e accettando, di fatto, di venir trattati come meri potenziali clienti che non come semplici fan, o tantomeno amici. E allora, lì non c’è Antritrust che tenga.

 

MASSIMO BOTTURA SI RACCONTA A RADIO CAPITAL

E’ raro iniziare la mattina, quando si è in macchina in coda per andare al lavoro  con la mente ancora nel mondo dei sogni e il pensiero di una’amena giornata di lavoro tutta da trascorrere chiusi in un ufficio, con  una bella dose di entusiasmo e di voglia di vivere. Eppure, stamattina, se vi siete sintonizzati su Radio Capital  verso le otto e mezza, avreste davvero potuto vedersi realizzare il miracolo. E questo non perchè per una volta il conduttore di turno non se l’è  presa direttamente o indirettamente con il nostro Ministro dell’Interno, ma perchè come ospite al telefono c’era  un uomo che sull’entusiasmo, sulla passione e sull’impegno ha costruito la sua vita, e la sua professione. Quell’uomo è Massimo Bottura.

Raggiunto telefonicamente da Massimo Giannini durante la sua trasmissione “Circo Massimo”, il vulcanico chef modenese, già operativo e vispo la mattina presto mentre la maggior parte di noi è di umore nero e deve ancora “carburare”, ha offerto ancora una volta uno spaccato della sua visione delle cose, della sua vita, delle sue passioni, che non terminano certo con la grande cucina, ma che ne sono il necessario complemento, ovvero la musica, l’arte, l’attenzione per gli altri e per l’ambiente: tutte cose che, in qualche modo, finiscono poi nei suoi piatti.

Ecco quindi un breve riassunto di quello che il pluripremiato chef dell’Osteria Francescana ci ha raccontato stamattina. E anche se non abbiamo mai assaggiato un suo piatto, stamattina Bottura qualcosa ce l’ha offerto lo stesso: una carica di vitalità ed entusiamo che ci ha accompagnato per tutta la giornata. E forse, vale persino di più questo che un piatto stellato.

“Al Mèni”

“Al Mèni” (le mani, in emiliano) è una grande kermesse gastronomica, ideata da Bottura e giunta ormai alla sesta edizione, in cui per due giorni, il 22 e il 23 giugno, Rimini si trasformerà in una vera e propria capitale del gusto all’insegna dell’Emilia e dei suoi prodotti tipici.  Ma l’evento, come è normale aspettarsi da Bottura, non sarà solo una festa di strada o una vetrina per il cibo locale, anzi, l’idea è quella, oltre a valorizzare i prodotti tipici, di sensibilizzare il pubblico alle due maggiori sfide dei nostri tempi, lo spreco alimentare e l’ecosostenibilità del cibo, che si tradurrà anche nella totale eliminazione di piatti e posati di plastica durante tutta la manifestazione, oltre naturalemte ad eventi,  incontri e workshop.“Perché se non diamo l’esempio noi cuochi, chi lo deve dare?”, conclude Bottura.

L’Osteria Francescana

Ovviamente Bottura non poteva non parlare della sua prima creatura, quell’Osteria Francescana pluripremiata e pluristellata (tre stelle Michelin, due volte miglior ristorante del mondo alla World’s 50 Best) che gli ha permesso di sviluppare il suo estro e che lo ha portato agli attuali traguardi. “Chi viene alla Francescana non viene qui per mangiare bene, o meglio, viene sì anche per mangiare bene – è un tre stelle Michelin – , ma viene soprattutto per mangiare emozione, per mangiare creatività, viene per mangiare il mio pensiero!”. Ecco, non solo cibo. D’altronde, stiamo parlando di Bottura, no?

Lo spreco

Come si concilia l’attività di un ristorante tre stelle, per cui la materia prima produce ovviamente degli scarti,  con l’obiettivo del minimizzare lo spreco? Per Bottura la risposta è semplicissima: tutto ciò che rimane da quanto servito ai clienti costituisce il pasto del personale, dei dipendenti, che alla Francescana non sono certo pochi. “Nella Francescana ci sono sessanta dipendenti, perché abbiamo una trentina di coperti e per ogni persona che si siede al tavolo ci sono due dipendenti che la seguono”. Lo staff, continua Bottura, in pratica utilizzi gli “scarti” non solo per sfamarsi ma anche per dei veri e propri esercizi di stile, per provare nuove tecniche e nuovi piatti, che poi costituiranno il loro pasto ma anche una sorta di laboratorio pratico per mantenersi sempre in allenamento. Anche gli avanzi, insomma, vengono innalzati da mero materiale per sfamarsi a materia di studio.

Sempre lei, la nonna di Bottura.

Quest’etica dell’attenzione massima allo spreco e allo scarto Bottura la fa risalire a sua nonna: “Quando si ammazzava il maiale, mia nonna mi diceva che bisognava utilizzare ogni singolo ossicino della bestia, perché questa ha dato la vita per noi, per la famiglia, e merita rispetto”. Un discorso che si riallaccia anche ai talent in cui molte volte  i piatti dei concorrenti finiscono direttamente , e scenograficamente, nella spazzatura. “Come si fa a far piangere una persona perché ha sbagliato un contorno”, gli domanda il conduttore. E Bottura, da sempre allergico a talent e show gastronomici, coglie la palla al balzo, per sottolineare che il problema è esattamente il messaggio errato che viene lanciato ai giovani tramite questo atteggiamento: “se lanci invece il messaggio che tutto i essere utilizzato, cresceranno dei giovani consapevoli e attenti”.

Il tortellante

Mentre rilasciava l’intervista telefonica, Bottura si trovava in Maserati, dietro ai fornelli ovviamente, a predisporre tutto per offrire ai lavoratori dell’azienda un pasto a base della pasta fresca prodotta dai ragazzi del “Il tortellante”, organismo fondato da Bottura nel quale i ragazzi con abilità diverse producono ogni giorno ottimi tortellini sotto lo sguardo attento di mamme e nonne. E la cosa ha talmente tanto successo che la domanda supera regolarmente l’offerta: “non riusciamo a produrre tutti i tortellini che ci richiedono”, dice soddisfatto Bottura, che in questo progetto ha riunito due realtà, e cioè i ragazzi con abilità diverse e la terza età.  Che dire?  Grande!

Le “anime fragili”

Nei progetti di Bottura c’è anche un Refettorio a Betlemme. Un progetto non scevro da rischi e difficoltà, ma a cui lo chef sta pensando da tempo. I Refettori, lo ricordiamo, sono le realtà aperte da Bottura in diverse località del mondo, da Milano, a Rio, a Londra e New York, sorte per dare un pasto caldo ma anche preparato con cura ai più bisognosi, alle persone ai margini, alle “anime fragili”, dice Bottura, per offrir loro non solo un pasto ma anche un brandello di rispetto e dignità.

Dubai

Anche a Dubai Bottura ha trovato il modo di esprimersi: infatti ha aperto recentemente il ristorante “Torno subito”, una sorta di circo felliniano con colori e atmosfere degli anni ’50  all’interno di un resort di lusso,  il W The Palm, che più che un ristorante è una vera esperienza totale, essendo disponibili anche pic-nic sulla spaggia e gite in pedalò. Ovviamente, trattandosi di Dubai (“sai come sono loro, no?”, chiede lo chef al conduttore), i pattini hanno i pedali rivestiti in pelle,  e in ognuno di essi è presente il secchiello con lo Champagne: anche i ricchi hanno diritto al loro brandello di dignità…

Crediti: Radio Capital

IGINIO MASSARI E’ IL MIGLIOR PASTICCIERE DEL MONDO

Quando uno come Iginio Massari ringrazia per essere stato proclamato Miglior pasticciere del mondo al World Pastry Stars 2019 tenutosi a Milano nei giorni scorsi, non lo fa naturalmente con le solite formule di rito scontate e un po’ banali che siamo abituati a sentire in queste circostanze. No, lui, il Maestro dei maestri, fondatore dell’Accedemia dei Masteri pasticcieri e punto di riferimento per tutte le nuove generazioni di giovani talentuosi, lo fa invece in modo inaspettato, schietto, dicendosi “sorpreso” ma anche con quella sua carica di grinta e di piglio anticonvenzionale che abbiamo imparato a riconoscere, e apprezzare, in tutti questi anni in cui è stato presente in programmi TV, eventi o videotutorial in rete.

I ringraziamenti di Massari, infatti, non vanno a un mestiere che ha servito “con professionalità e dedizione” nel corso di tutta la sua vita per il fatto di avergli permesso di arrivare agli attuali successi e riconoscimenti, no. Massari ringrazia un mestiere, il suo, che “ogni giorno comporta nuovi studi e che non mi permette ancora oggi di sentirmi arrivato”. “Non” mi permette, avete letto bene. Mentre la maggior parte di noi, comuni mortali, avrebbe ringraziato il proprio mestiere per i traguardi raggiunti, lui, Massari, ringrazia un lavoro che sposta ogni giorno l’asticella un po’ più in alto, che non gli fa mai tirare i remi in barca, vuoi per le tecniche di pasticceria sempre nuove, e che non permettono ritardi o indugi, sia per l’affermarsi di sempre nuovi personaggi e talenti, che con le loro opere straordinarie fanno della pasticceria una vera e propria scienza applicata all’estetica e alla forma.

Essere pasticcieri oggi, ai livelli dei grandi nomi che popolano il panorama nazionale e internazionale, significa mettersi ogni giorno in discussione, provare nuove strade, nuovi accostamenti, nuove tecniche, sia che si tratti di pasticceria salutista, quella vegana, o quella senza glutine: un mondo che non permette ritardi o esitazioni, e che esige ogni giorno studio, applicazione e dedizione, tanta dedizione. Un impegno che però non deve mai essere fine a se stesso, ma che deve sfociare sempre e comunque in un caposaldo indistruttibile: fare dolci buoni. Al di là delle mode, delle tendenze e delle sperimentazioni troppo azzardate. Spesso hanno accusato Massari di fare dolci troppo “anni ’70 “, troppo rétro, non più adatti ai palati, e soprattutto agli occhi, di un pubblico che più che “dolci buoni” vuole composizioni eleganti da postare su Instagram, ponendo di fatto  l’aspetto gustativo in secondo piano rispetto a quello estetico. Ecco, Massari non ha ceduto a questo richiamo: lui, con i suoi dolci apparentemente rétro, ma frutto delle più moderne tecniche di pasticceria e di un’esperienza e di un mestiere enormi, ha sempre continuato a fare “dolci buoni”, non si è mai lasciato sedurre  dall’estetica troppo spinta o fine a se stessa.

E oggi è il Miglior pasticciere del mondo.

JAMIE OLIVER DICHIARA FALLIMENTO

Jamie Oliver ha fatto crack.

Il popolare chef britannico, a capo di un vero impero gastrononomico che comprende(va) 23 ristoranti della catena Jamie’s Italian e due ristoranti londinesi, Fifteen e Berbcoa, ha ufficialmente reso noto il proprio fallimento, e da oggi le sue attività ristorative sono in regime di amministrazione controllata. Incerto anche il futuro dei 1300 dipendenti.

“Sono devastato che i nostri amatissimi ristoranti nel Regno Unito siano in amministrazione controllata. Sono profondamente amareggiato di questo epilogo, e vorrei ringraziare tutto le persone che hanno messo i loro cuori e le loro anime in questo business durante questi anni”, scrive Oliver.

Un finale davvero tragico, per sfuggire al quale non è bastato il piano di di ristruttrazione del 2018 che aveva già comportato la chiusura di 12 ristoranti, il licenziamento di 6000 (seimila!) dipendenti e la chiusura del bilancio con una perdita di 101 milioni di sterline. Lo scorso anno, infatti, lo chef aveva detto, in una intervista al Financial Times,che la sua catena di ristoranti era stata “a due ore dalla bancarotta” e che era dovuto intervenire con una massiccia  iniezione di capitale fresco pari a 13 milioni di sterline (circa 14 milioni e mezzo di euro). All’epoca, Oliver aveva dichiarato di “non aver capito esattamente” perché la sua catena di cibo italiano si fosse così pericolosamente avvicinata alla bancarotta, mentre in seguito, schiaritosi le idee, aveva candidamente dichiarato che “avevamo semplicmente finito i soldi, e non ce lo aspettavamo”. In reatà, lo chef 43enne aveva più tardi imputato il dissesto a una vera “tempesta” di concause, vale a dire al caro affitti, alla Brexit, ai costi delle materie prime e anche alla concorrenza delle app che portano il cibo a domicilio.

Oliver era approdato al successo con il programma TV  “The naked chef”, e  nel tempo ha costruito un colosso da circa 170 milioni di euro, come riporta il New York Times, parte dei quali sfumati proprio nel settore della ristorazione.

Ma se i ristoranti non van bene, il buon Jamie non si trova comunque sul lastrico:  Oliver può infatti contare, per tirare avanti, sui milioni di proventi provenienti dai libri, royalty, licenze e varie altre attività, ma, come afferma egli stesso “non ho mai ricavato soldi dal settore della ristorazione”.

Chi se  la passa davvero male, invece, sono i suoi dipendenti, per i quali l’avvenire non si prospetta certo roseo: ieri, infatti, i dipedenti del ristorante di Birmingham,  finito il turno di lavoro, sono tornati a casa in lacrime, e hanno riferito al Daily Mail di aver ricevuto  una email in cui venivano informati del dissesto solo 30 minuti prima che la società annunnciasse ufficiamenete il fallimento, cosa che ovviamente non è stata presa troppo bene dallo staff del locale: “sono arrabbiato perchè non sarà Jamie quello che dovrà cercarsi un nuovo lavoro e si dovrà arrabattare per tirare avanti, ma saranno i poveri cristi come noi che abbiamo lavorato per lui”, dice un dipendente.

Intanto lo chef, dal canto suo, ha avuto parole di comprensione per  staff e fornitori, dicendo che “capisco quanto tutto ciò sia difficile per tutti coloro che ne sono toccati”, e ha anche ringraziato i suoi clienti: “servirvi è stato un onore”,  ha postato Oliver,  che, nostatante tutto dichiara che i suoi locali di cibo informale sono comunque pronti per “un nuovo ritorno”.

E chissà, magari evitare di mettere mettere chorizo, aglio e yogurt nella carbonara o stravolgere piatti tipici di mezza Europa con variazioni strampalate  potrebbe portare a una maggiore fortuna per i preannunciati nuovi locali firmati dal cuoco inglese.

Crediti: Il Sole 24 Ore, Daily Mail

IL DECALOGO DI MICHELE FERRERO: LA CHIAVE DEL SUCCESSO STA NEL RISPETTO (no, non nella Nutella)

Il Gruppo Ferrero non è solamente il nostro pusher di Nutella abituale, ma è oggi è un colosso a livello mondiale, con milioni di fatturato e migliaia di dipendenti sparsi in tutto il mondo.

Dalla prima piccola bottega aperta nel 1946 da Pietro Ferrero ad Alba, oggi la Ferrero è una multinazionale che impiega oltre 20.000 dipendenti in tutti gli stabilimenti in giro per il mondo, e che prosegue una politica di acquisizioni che ha visto, negli ultimi anni, inglobare molte delle maggiori realtà dolciarie internazionali, come l’americana Fannie May nel 2017, le attività dolciarie di Nestlè nel 2018 per finire ai giorni nostri, in cui il gruppo ha annunciato l’acquisizione del comparto biscotti e gelati della Kellog Company per 1,3 miliardi di dollari.

Ma tutto questo successo non è dovuto al caso, e si poggia su basi solide, concrete, che Michele Ferrero, mancato nel 2015 – il padre dell’attuale Presidente del gruppo, Giovanni, e figlio del fondatore, Pietro – ha messo a punto più di 40 anni fa. La base, infatti, del successo inscalfibile e della continuità nel tempo di questa grande impresa non sta non solo nella qualità dei prodotti, nei processi di produzione o in una indiscutibile abilità gestionale (e no, non sta nemmeno in quella magia di prodotto chiamata Nutella, oggi sempre più attaccata da più fronti ma che sempre rimane inscalfibile nei nostri cuori e nei nostri gusti), ma anche e soprattutto nel trattamento della prima tra le risorse con cui una azienda si trova a doversi rapportare: il personale. O meglio, le persone.

Prima della qualità delle materie prime, prima della tecnologia sempre all’avanguardia, prima delle tecniche di marketing e delle varie politiche aziendali, la Ferrero ha sempre messo davanti le persone, gli operai, coloro che lavorano all’interno dell’azienda, trattandoli non sempliceente come “fornitori di lavoro”  ma come persone di cui aver cura, importanti, quasi di famiglia; non una massa indistinta di lavoratori senza nessuna identità ma persone vicine, a cui porre attenzione e da fare sentire partecipi.

Per questo il decalogo per i manager dell’azienda – coloro che hanno a che fare tutti i giorni con i lavoratori – messo a punto da Michele Ferrero quaranta anni fa è probabilmente quello che sta alla base del successo e della solidità dell’azienda, perché sposta il fucus dal prodotto, e dal reddito, alle persone, alla gente che lavora.

Una politica comune a diversi tra i grandi capitani d’industria del passato (tra cui non possiamo non ricordare  l’Avvocato, Gianni Agnelli, che offrì alla propria manodopera tutta una serie di benefit e agevolazioni – ad esempio le borse di studio per i figli dei dipendenti, gli accessi agevolati a impianti sportivi, le colonie estive e  i regali di fine anno per i figli dei dipendenti, senza dimenticare il classico orologio per i 40 anni in azienda conservato gelosamente dagli “anziani Fiat” – tesi ad avvicinare la proprietà alle maestranze) e che è alla base di una azienda che oggi diremmo “etica”, mirata non solo al risultato ma anche alle condizioni di chi presta la sua opera al suo interno.

Per questo le “massime da seguire nei contatti con il personale” (questo il nome con cui è conosciuto il decalogo all’interno dell’azienda) stilato da Michele Ferrero agli inizi dell’avventura è ancora oggi attualissimo.  Perchè nessuna azienda può prescindere da coloro che vi lavorano e che contribuiscono ogni giorno al successo del prodotto. E per questo il primo consiglio con cui si apre il decalogo per i manger è di estrema imporatanza: “Quando parli con un individuo ricorda: anche lui è importante”.

Ecco: Ferrero, con il suo decalogo, dà valore a un fattore che è il primo e il più importante in una azienda come in ogni altra attività: il fattore umano.

Ed ecco sotto riportato il decalogo (in realtà composto di 17 punti) di Michele Ferrero, così come riportato dalla Gazzetta di Alba e da Forbes: non vi troverete massime mirabolanti, postulati di etica o tecniche sofisticate di gestione del personale: si tratta solo di semplici considerazioni, di consigli che hanno come unica base un prinicipio che dovrebbe essere tanto ovvio e naturale quanto oggi, invece, è disatteso: il rispetto.

LE LINEE GUIDA DI MICHELE FERRERO PER IL TRATTAMENTO DEI LAVORATORI IN AZIENDA

1-Nei vostri contatti mettete i vostri collaboratori a loro agio:
-Dedicate loro il tempo necessario e non le “briciole”
-Preoccupatevi di ascoltare ciò che hanno da dirvi
-Non date loro l’impressione che siate sulle spine
-Non fateli mai sentire “piccoli”
-La sedia più comoda del vostro ufficio sia destinata a loro

2- Prendete decisioni chiare e fatevi aiutare dai vostri collaboratori, essi crederanno nelle scelte a cui hanno concorso

3- Rendete partecipi i collaboratori dei cambiamenti e discutetene prima della loro attuazione con gli interessati

4- Comunicate gli apprezzamenti favorevoli ai lavoratori, quelli sfavorevoli comunicateli solo quando necessario, in quest’ultimo caso non limitatevi a una critica, ma indicate ciò che dovrà essere fatto nell’avvenire perché serva a imparare

5- I vostri interventi siano sempre tempestivi: “Troppo tardi” è pericoloso quanto “Troppo presto”

6- Agite sulle cause più che sul comportamento

7- Considerate i problemi nel loro aspetto generale e non perdetevi nei dettagli, lasciate ai dipendenti un certo margine di tolleranza

8- Siate sempre umani

9- Non chiedete cose impossibili

10- Ammettete serenamente i vostri errori, vi aiuterà a non ripeterli.

11- Preoccupatevi di quello che pensano di voi i vostri collaboratori.

12- Non pretendete di essere tutto per i vostri collaboratori, in questo caso finireste per essere niente.

13- Diffidate di quelli che vi adulano, a lungo andare sono più controproducenti di quelli che vi contraddicono.

14- Date sempre quanto dovete e ricordate che spesso non è questione di quanto, ma di come e di quando.

15- Non prendete mai decisioni sotto l’influsso dell’ira, della premura, della delusione, della preoccupazione, ma demandatele a quando il vostro giudizio potrà essere più sereno

16- Ricordate che un buon capo può far sentire un gigante un uomo normale, ma un capo cattivo può trasformare un gigante in un nano

17- Se non credete in questi principi, rinunciate ad essere capi

Crediti: Forbes, Gazzetta di Alba

I BROCCOLI BLOCCANO I TUMORI: SCOPERTA LA MOLECOLA KILLER

I broccoli bloccano lo sviluppo dei tumori.
Questo è quanto emerge da una nuova ricerca pubblicata sulla rivista scientifica “Science”, e condotta da una équipe del Cancer Research Institute facente parte del Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston guidata dall’oncologo Pier Paolo Pandolfi.
Secondo i risultati della ricerca, nei broccoli è presente una molecola capace di contrastare l’enzima responsabile della crescita di molti tipi di tumori, tra cui quelli al seno e alla prostata.
La molecola killer, l’indolo-3-carbinolo (I3C) –  presente non solo nei broccoli ma in molti vegetali della famiglia delle crucifere, come cavoli, cavolfiori o cavoletti di Bruxelles – , ha dato “risultati sorprendenti”:  sugli animali testati, infatti, è stata rilevata una significativa riduzione dei tumori sia come dimensioni che come peso, non avendo inoltre evidenziato alcun tipo di tossicità o effetti collaterali negativi.
Attenzione, però: non vi basterà mangiare un piatto di pasta e broccoli una volta al giorno per godere dell’effetto anti-tumorale: perché la molecola sia in grado di inibire la crescita dei tumori, di broccoli ne dovrete mangiare circa sette chili al giorno. E per quanto siano buone le orecchiette con i broccoli, l’impresa si rivela davvero ardua. Non per nulla si sta pensando di mettere a punto un nuovo tipo di molecola, potenziata rispetto a quella attualmente già in commercio sotto forma di integratore alimentare, per cercare di sfruttare i benefici di questa nuova e importante scoperta.
E in fondo, anche questa è una buona notizia: sette chili di broccoli al giorno sono una dose in grado di scoraggiare anche il vegano più convinto.

Crediti: Repubblica

IN RICORDO DI MARGHERITA SIMILI: LE PIZZETTE SEMIDOLCI

Sapete qual è la ricetta più cliccata in assoluto del mio blog di ricette (Al Caffè de la Paix) , con quasi 100.000 (centomila, sì) visualizzazioni?
Sarete forse sorpresi di sapere che non sono dolci sofisticati e alla moda a base di creme, panne, glasse a specchio e arzigogoli vari, e non sono nemmeno dei classici della cucina nazionale come carbonara, amatriciana, parmigiana o altri pesi massimi della nostra cucina tradizionale.

Sono invece delle ordinarie, semplici pizzette semidolci, fatte con un normalissimo impasto di farina e acqua, senza tante storie, senza farine macinate a pietra, s grani antichi, lunghe maturazioni, starter, licoli e altre nozioni cui siamo ormai tutti abituati e che tutti ormai siamo fieri di padroneggiare (padroneggiare?? Hai detto “padroneggiare”??)manco fossimo Rita Levi Montalcini alle prese con il genoma dei grani antichi. No, queste sono proprio semplici pizzette semidolci.
Ma sono una ricetta della Sorelle Simili.
Valeria e Margherita Simili.
E scusate se il termine “sorelle” lo scrivo con la “esse” maiuscola, ma ormai il loro nome, Sorelle Simili, è diventato un tale marchio, un tale certificato di eccellenza e serietà da meritarsi a pieno titolo questo semplice riconoscimento.

Una vita, quella delle Sorelle Simili, spesa per il lavoro, per il forno di famiglia, prima in Via San Felice, a Bologna, e poi, dal 1979 in Via Frassinago, per la loro bottega “Pane e roba dolce”. Una vita trascorsa tra pane, farine, focacce, ma anche tra libri, corsi, eventi, tutto sempre per portare un po’ più di pane nelle nostre case, in modo semplice, onesto, senza schiamazzi o clamori, ma con la serietà e la pacatezza di chi è consapevole di svolgere con coscienza il proprio mestiere.

Un mestiere imparato fin da piccole, a soli dieci anni, quando, invece di andare a giocare con gli altri bambini, le due sorelle dovevano alzarsi la mattina alle quattro per aiutare il padre nel forno di famiglia; un mestiere nato forse per obbligo, ma che in seguito è stato scelto con passione giorno per giorno, consapevolmente, amato e portato avanti con entusiasmo, dedizione, e anche umiltà.

Quela stessa umiltà e pacatezza che, quando nel 2015 furono insignite della più alta onoreficenza della città di Bologna, la Turrita d’argento, si rivelava nelle parole riportate dai giornalisti che le intervistavano: «Troppa roba. In fondo, abbiamo solo fatto del pane e della pasta». Qusto era questo il modo in cui le due sorelle parlavano di se stesse e del loro lavoro, pur arrivando ai più alti riconoscimenti della loro città.
Ma in questi giorni, purtroppo, quel marchio di fabbrica si è sciolto. Quel legame indissolubile che univa queste due sorelle che con la loro semplicità e la loro dedizione hanno insegnato a fare il pane a schiere di fornai casalinghi con i loro libri e il loro corsi, si è spezzato: è mancata Margherita Simili.
Guardando oggi le loro foto in rete, sempre felici, sorridenti, circondate da sbuffi di farina, mattarelli e forme di pane, devo ammettere che faccio fatica – io che non le avevo mai conosciute di persona ma solo telefonicamente – a capire chi sia Valeria e chi sia Margherita.
Ma in fondo poco importa. Per tutti noi, che abbiamo imparato grazie ai loro libri e ai loro insegnamenti a impastare pane e focacce, sono e rimarranno per sempre le Sorelle Simili. Quelle due sorridenti signore che senza clamore e senza schiamazzi ci hanno regalato la gioia di farci il pane in casa.

E queste sono le loro pizzette.

PIZZETTE delle sorelle Simili
(da” Pane roba dolce” delle sorelle Simili)

INGREDIENTI
500 gr farina 00
250 gr acqua
25 gr lievito di birra
40 gr burro (morbido)
1 cucchiaio di zucchero
1 cucchiaio di olio
1 cucchiaino di sale
polpa di pomodoro scolata e tritata
mozzarella tritata
olio
origano

ESECUZIONE
Fate la fontana, mettete al centro il lievito spezzettato e diluitelo con l’acqua, raccogliete un po’ di farina, poi unite il sale, l’olio, il burro e lo zucchero. Amalgamate bene il tutto prendendo la rimanente farina, ma non lavorate troppo a lungo. Fate una palla, copritela a campana e fatela lievitare 40-50 minuti.
Senza lavorarla, tirata una sfoglia di circa 3 mm di spessore, con uno stampo per biscotti ricavate dei dischi di circa 5 cm di diametro e disporli sulla teglia del forno un poco distanziati. Ammassare i ritagli, tagliarli e disporre anche questi sulla teglia. Con la punta delle dita, premere il centro di ogni dischetto formando un ampio incavo in cui metterete un bel cucchiaino di polpa di pomodoro e un pizzico di sale. Mettete in forno a 200° per circa 5 minuti. Toglietele dal forno, disponete sul pomodoro un mucchietto di mozzarella tritata (anche al robot) e scolata, un pizzico di origano e un goccio di olio. Rimettete in forno per altri 4-5 minuti. Si possono anche fare quadrate, eliminando così anche lo scomodo dei ritagli.

 

PIANO 35 E IL RITORNO DI MARCO SACCO. SARA’ LA VOLTA BUONA?

E’ fissata per il 1 giugno 2019 la riapertura di “Piano 35”, il ristorante torinese con vista panoramica sulla città situato al 35° piano del grattacielo Intesa-San Paolo, e che aveva chiuso temporaneamente i battenti nel dicembre 2018.

E sarà ancora Marco Sacco, chef del ristorante bistellato “Piccolo Lago di Verbania”- che aveva gestito il locale nell’ultimo trimestre del 2018 – ad avere la responsabilità di guidare il ristorante “più alto d’Italia”, questa volta però, pare,  con un maggiore coinvolgimento economico-finanziario e una posizione più incisiva all’interno della compagine sociataria.

Un percorso tormentato, quello di Piano 35, aperto in pompa magna nel 2016 e che subito aveva portato allo scoperto difficoltà di gestione non indifferente,  e che avevano portato lo chef Ivan Milani a lasciare la conduzione del locale dopo nemmeno un anno di attività, non senza un discreto strascio di polemiche.  Dopo Milani, la conduzione del locale era stata affidata al suo sous-chef, Fabio Macrì e, infine, da settembre a dicembre 2018, a Marco Sacco.

Ad oggi, almeno a quanto riporta Marco Trabucco su Repubblica, la società che gestisce il locale, Affida, pare aver trovato il modo di coinvolgere nuovamente Marco Sacco, affidandogli il non facile compito, visti i precedenti, di portare Piano 35 a una nuova vita, con una gestione finalmente stabile e continuativa ma anche remunerativa.

Una vera sfida, non solo per Marco Sacco e la proprietà, ma anche per i torinesi, che pur nel breve periodo di attività, avevano dimostrato di essersi prontamente affezionati al ristorante più alto d’Italia e alla sua offerta gastronomica. Non rimane che attendere.