JAMIE OLIVER DICHIARA FALLIMENTO

Jamie Oliver ha fatto crack.

Il popolare chef britannico, a capo di un vero impero gastrononomico che comprende(va) 23 ristoranti della catena Jamie’s Italian e due ristoranti londinesi, Fifteen e Berbcoa, ha ufficialmente reso noto il proprio fallimento, e da oggi le sue attività ristorative sono in regime di amministrazione controllata. Incerto anche il futuro dei 1300 dipendenti.

“Sono devastato che i nostri amatissimi ristoranti nel Regno Unito siano in amministrazione controllata. Sono profondamente amareggiato di questo epilogo, e vorrei ringraziare tutto le persone che hanno messo i loro cuori e le loro anime in questo business durante questi anni”, scrive Oliver.

Un finale davvero tragico, per sfuggire al quale non è bastato il piano di di ristruttrazione del 2018 che aveva già comportato la chiusura di 12 ristoranti, il licenziamento di 6000 (seimila!) dipendenti e la chiusura del bilancio con una perdita di 101 milioni di sterline. Lo scorso anno, infatti, lo chef aveva detto, in una intervista al Financial Times,che la sua catena di ristoranti era stata “a due ore dalla bancarotta” e che era dovuto intervenire con una massiccia  iniezione di capitale fresco pari a 13 milioni di sterline (circa 14 milioni e mezzo di euro). All’epoca, Oliver aveva dichiarato di “non aver capito esattamente” perché la sua catena di cibo italiano si fosse così pericolosamente avvicinata alla bancarotta, mentre in seguito, schiaritosi le idee, aveva candidamente dichiarato che “avevamo semplicmente finito i soldi, e non ce lo aspettavamo”. In reatà, lo chef 43enne aveva più tardi imputato il dissesto a una vera “tempesta” di concause, vale a dire al caro affitti, alla Brexit, ai costi delle materie prime e anche alla concorrenza delle app che portano il cibo a domicilio.

Oliver era approdato al successo con il programma TV  “The naked chef”, e  nel tempo ha costruito un colosso da circa 170 milioni di euro, come riporta il New York Times, parte dei quali sfumati proprio nel settore della ristorazione.

Ma se i ristoranti non van bene, il buon Jamie non si trova comunque sul lastrico:  Oliver può infatti contare, per tirare avanti, sui milioni di proventi provenienti dai libri, royalty, licenze e varie altre attività, ma, come afferma egli stesso “non ho mai ricavato soldi dal settore della ristorazione”.

Chi se  la passa davvero male, invece, sono i suoi dipendenti, per i quali l’avvenire non si prospetta certo roseo: ieri, infatti, i dipedenti del ristorante di Birmingham,  finito il turno di lavoro, sono tornati a casa in lacrime, e hanno riferito al Daily Mail di aver ricevuto  una email in cui venivano informati del dissesto solo 30 minuti prima che la società annunnciasse ufficiamenete il fallimento, cosa che ovviamente non è stata presa troppo bene dallo staff del locale: “sono arrabbiato perchè non sarà Jamie quello che dovrà cercarsi un nuovo lavoro e si dovrà arrabattare per tirare avanti, ma saranno i poveri cristi come noi che abbiamo lavorato per lui”, dice un dipendente.

Intanto lo chef, dal canto suo, ha avuto parole di comprensione per  staff e fornitori, dicendo che “capisco quanto tutto ciò sia difficile per tutti coloro che ne sono toccati”, e ha anche ringraziato i suoi clienti: “servirvi è stato un onore”,  ha postato Oliver,  che, nostatante tutto dichiara che i suoi locali di cibo informale sono comunque pronti per “un nuovo ritorno”.

E chissà, magari evitare di mettere mettere chorizo, aglio e yogurt nella carbonara o stravolgere piatti tipici di mezza Europa con variazioni strampalate  potrebbe portare a una maggiore fortuna per i preannunciati nuovi locali firmati dal cuoco inglese.

Crediti: Il Sole 24 Ore, Daily Mail

IL DECALOGO DI MICHELE FERRERO: LA CHIAVE DEL SUCCESSO STA NEL RISPETTO (no, non nella Nutella)

Il Gruppo Ferrero non è solamente il nostro pusher di Nutella abituale, ma è oggi è un colosso a livello mondiale, con milioni di fatturato e migliaia di dipendenti sparsi in tutto il mondo.

Dalla prima piccola bottega aperta nel 1946 da Pietro Ferrero ad Alba, oggi la Ferrero è una multinazionale che impiega oltre 20.000 dipendenti in tutti gli stabilimenti in giro per il mondo, e che prosegue una politica di acquisizioni che ha visto, negli ultimi anni, inglobare molte delle maggiori realtà dolciarie internazionali, come l’americana Fannie May nel 2017, le attività dolciarie di Nestlè nel 2018 per finire ai giorni nostri, in cui il gruppo ha annunciato l’acquisizione del comparto biscotti e gelati della Kellog Company per 1,3 miliardi di dollari.

Ma tutto questo successo non è dovuto al caso, e si poggia su basi solide, concrete, che Michele Ferrero, mancato nel 2015 – il padre dell’attuale Presidente del gruppo, Giovanni, e figlio del fondatore, Pietro – ha messo a punto più di 40 anni fa. La base, infatti, del successo inscalfibile e della continuità nel tempo di questa grande impresa non sta non solo nella qualità dei prodotti, nei processi di produzione o in una indiscutibile abilità gestionale (e no, non sta nemmeno in quella magia di prodotto chiamata Nutella, oggi sempre più attaccata da più fronti ma che sempre rimane inscalfibile nei nostri cuori e nei nostri gusti), ma anche e soprattutto nel trattamento della prima tra le risorse con cui una azienda si trova a doversi rapportare: il personale. O meglio, le persone.

Prima della qualità delle materie prime, prima della tecnologia sempre all’avanguardia, prima delle tecniche di marketing e delle varie politiche aziendali, la Ferrero ha sempre messo davanti le persone, gli operai, coloro che lavorano all’interno dell’azienda, trattandoli non sempliceente come “fornitori di lavoro”  ma come persone di cui aver cura, importanti, quasi di famiglia; non una massa indistinta di lavoratori senza nessuna identità ma persone vicine, a cui porre attenzione e da fare sentire partecipi.

Per questo il decalogo per i manager dell’azienda – coloro che hanno a che fare tutti i giorni con i lavoratori – messo a punto da Michele Ferrero quaranta anni fa è probabilmente quello che sta alla base del successo e della solidità dell’azienda, perché sposta il fucus dal prodotto, e dal reddito, alle persone, alla gente che lavora.

Una politica comune a diversi tra i grandi capitani d’industria del passato (tra cui non possiamo non ricordare  l’Avvocato, Gianni Agnelli, che offrì alla propria manodopera tutta una serie di benefit e agevolazioni – ad esempio le borse di studio per i figli dei dipendenti, gli accessi agevolati a impianti sportivi, le colonie estive e  i regali di fine anno per i figli dei dipendenti, senza dimenticare il classico orologio per i 40 anni in azienda conservato gelosamente dagli “anziani Fiat” – tesi ad avvicinare la proprietà alle maestranze) e che è alla base di una azienda che oggi diremmo “etica”, mirata non solo al risultato ma anche alle condizioni di chi presta la sua opera al suo interno.

Per questo le “massime da seguire nei contatti con il personale” (questo il nome con cui è conosciuto il decalogo all’interno dell’azienda) stilato da Michele Ferrero agli inizi dell’avventura è ancora oggi attualissimo.  Perchè nessuna azienda può prescindere da coloro che vi lavorano e che contribuiscono ogni giorno al successo del prodotto. E per questo il primo consiglio con cui si apre il decalogo per i manger è di estrema imporatanza: “Quando parli con un individuo ricorda: anche lui è importante”.

Ecco: Ferrero, con il suo decalogo, dà valore a un fattore che è il primo e il più importante in una azienda come in ogni altra attività: il fattore umano.

Ed ecco sotto riportato il decalogo (in realtà composto di 17 punti) di Michele Ferrero, così come riportato dalla Gazzetta di Alba e da Forbes: non vi troverete massime mirabolanti, postulati di etica o tecniche sofisticate di gestione del personale: si tratta solo di semplici considerazioni, di consigli che hanno come unica base un prinicipio che dovrebbe essere tanto ovvio e naturale quanto oggi, invece, è disatteso: il rispetto.

LE LINEE GUIDA DI MICHELE FERRERO PER IL TRATTAMENTO DEI LAVORATORI IN AZIENDA

1-Nei vostri contatti mettete i vostri collaboratori a loro agio:
-Dedicate loro il tempo necessario e non le “briciole”
-Preoccupatevi di ascoltare ciò che hanno da dirvi
-Non date loro l’impressione che siate sulle spine
-Non fateli mai sentire “piccoli”
-La sedia più comoda del vostro ufficio sia destinata a loro

2- Prendete decisioni chiare e fatevi aiutare dai vostri collaboratori, essi crederanno nelle scelte a cui hanno concorso

3- Rendete partecipi i collaboratori dei cambiamenti e discutetene prima della loro attuazione con gli interessati

4- Comunicate gli apprezzamenti favorevoli ai lavoratori, quelli sfavorevoli comunicateli solo quando necessario, in quest’ultimo caso non limitatevi a una critica, ma indicate ciò che dovrà essere fatto nell’avvenire perché serva a imparare

5- I vostri interventi siano sempre tempestivi: “Troppo tardi” è pericoloso quanto “Troppo presto”

6- Agite sulle cause più che sul comportamento

7- Considerate i problemi nel loro aspetto generale e non perdetevi nei dettagli, lasciate ai dipendenti un certo margine di tolleranza

8- Siate sempre umani

9- Non chiedete cose impossibili

10- Ammettete serenamente i vostri errori, vi aiuterà a non ripeterli.

11- Preoccupatevi di quello che pensano di voi i vostri collaboratori.

12- Non pretendete di essere tutto per i vostri collaboratori, in questo caso finireste per essere niente.

13- Diffidate di quelli che vi adulano, a lungo andare sono più controproducenti di quelli che vi contraddicono.

14- Date sempre quanto dovete e ricordate che spesso non è questione di quanto, ma di come e di quando.

15- Non prendete mai decisioni sotto l’influsso dell’ira, della premura, della delusione, della preoccupazione, ma demandatele a quando il vostro giudizio potrà essere più sereno

16- Ricordate che un buon capo può far sentire un gigante un uomo normale, ma un capo cattivo può trasformare un gigante in un nano

17- Se non credete in questi principi, rinunciate ad essere capi

Crediti: Forbes, Gazzetta di Alba

I BROCCOLI BLOCCANO I TUMORI: SCOPERTA LA MOLECOLA KILLER

I broccoli bloccano lo sviluppo dei tumori.
Questo è quanto emerge da una nuova ricerca pubblicata sulla rivista scientifica “Science”, e condotta da una équipe del Cancer Research Institute facente parte del Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston guidata dall’oncologo Pier Paolo Pandolfi.
Secondo i risultati della ricerca, nei broccoli è presente una molecola capace di contrastare l’enzima responsabile della crescita di molti tipi di tumori, tra cui quelli al seno e alla prostata.
La molecola killer, l’indolo-3-carbinolo (I3C) –  presente non solo nei broccoli ma in molti vegetali della famiglia delle crucifere, come cavoli, cavolfiori o cavoletti di Bruxelles – , ha dato “risultati sorprendenti”:  sugli animali testati, infatti, è stata rilevata una significativa riduzione dei tumori sia come dimensioni che come peso, non avendo inoltre evidenziato alcun tipo di tossicità o effetti collaterali negativi.
Attenzione, però: non vi basterà mangiare un piatto di pasta e broccoli una volta al giorno per godere dell’effetto anti-tumorale: perché la molecola sia in grado di inibire la crescita dei tumori, di broccoli ne dovrete mangiare circa sette chili al giorno. E per quanto siano buone le orecchiette con i broccoli, l’impresa si rivela davvero ardua. Non per nulla si sta pensando di mettere a punto un nuovo tipo di molecola, potenziata rispetto a quella attualmente già in commercio sotto forma di integratore alimentare, per cercare di sfruttare i benefici di questa nuova e importante scoperta.
E in fondo, anche questa è una buona notizia: sette chili di broccoli al giorno sono una dose in grado di scoraggiare anche il vegano più convinto.

Crediti: Repubblica

IN RICORDO DI MARGHERITA SIMILI: LE PIZZETTE SEMIDOLCI

Sapete qual è la ricetta più cliccata in assoluto del mio blog di ricette (Al Caffè de la Paix) , con quasi 100.000 (centomila, sì) visualizzazioni?
Sarete forse sorpresi di sapere che non sono dolci sofisticati e alla moda a base di creme, panne, glasse a specchio e arzigogoli vari, e non sono nemmeno dei classici della cucina nazionale come carbonara, amatriciana, parmigiana o altri pesi massimi della nostra cucina tradizionale.

Sono invece delle ordinarie, semplici pizzette semidolci, fatte con un normalissimo impasto di farina e acqua, senza tante storie, senza farine macinate a pietra, s grani antichi, lunghe maturazioni, starter, licoli e altre nozioni cui siamo ormai tutti abituati e che tutti ormai siamo fieri di padroneggiare (padroneggiare?? Hai detto “padroneggiare”??)manco fossimo Rita Levi Montalcini alle prese con il genoma dei grani antichi. No, queste sono proprio semplici pizzette semidolci.
Ma sono una ricetta della Sorelle Simili.
Valeria e Margherita Simili.
E scusate se il termine “sorelle” lo scrivo con la “esse” maiuscola, ma ormai il loro nome, Sorelle Simili, è diventato un tale marchio, un tale certificato di eccellenza e serietà da meritarsi a pieno titolo questo semplice riconoscimento.

Una vita, quella delle Sorelle Simili, spesa per il lavoro, per il forno di famiglia, prima in Via San Felice, a Bologna, e poi, dal 1979 in Via Frassinago, per la loro bottega “Pane e roba dolce”. Una vita trascorsa tra pane, farine, focacce, ma anche tra libri, corsi, eventi, tutto sempre per portare un po’ più di pane nelle nostre case, in modo semplice, onesto, senza schiamazzi o clamori, ma con la serietà e la pacatezza di chi è consapevole di svolgere con coscienza il proprio mestiere.

Un mestiere imparato fin da piccole, a soli dieci anni, quando, invece di andare a giocare con gli altri bambini, le due sorelle dovevano alzarsi la mattina alle quattro per aiutare il padre nel forno di famiglia; un mestiere nato forse per obbligo, ma che in seguito è stato scelto con passione giorno per giorno, consapevolmente, amato e portato avanti con entusiasmo, dedizione, e anche umiltà.

Quela stessa umiltà e pacatezza che, quando nel 2015 furono insignite della più alta onoreficenza della città di Bologna, la Turrita d’argento, si rivelava nelle parole riportate dai giornalisti che le intervistavano: «Troppa roba. In fondo, abbiamo solo fatto del pane e della pasta». Qusto era questo il modo in cui le due sorelle parlavano di se stesse e del loro lavoro, pur arrivando ai più alti riconoscimenti della loro città.
Ma in questi giorni, purtroppo, quel marchio di fabbrica si è sciolto. Quel legame indissolubile che univa queste due sorelle che con la loro semplicità e la loro dedizione hanno insegnato a fare il pane a schiere di fornai casalinghi con i loro libri e il loro corsi, si è spezzato: è mancata Margherita Simili.
Guardando oggi le loro foto in rete, sempre felici, sorridenti, circondate da sbuffi di farina, mattarelli e forme di pane, devo ammettere che faccio fatica – io che non le avevo mai conosciute di persona ma solo telefonicamente – a capire chi sia Valeria e chi sia Margherita.
Ma in fondo poco importa. Per tutti noi, che abbiamo imparato grazie ai loro libri e ai loro insegnamenti a impastare pane e focacce, sono e rimarranno per sempre le Sorelle Simili. Quelle due sorridenti signore che senza clamore e senza schiamazzi ci hanno regalato la gioia di farci il pane in casa.

E queste sono le loro pizzette.

PIZZETTE delle sorelle Simili
(da” Pane roba dolce” delle sorelle Simili)

INGREDIENTI
500 gr farina 00
250 gr acqua
25 gr lievito di birra
40 gr burro (morbido)
1 cucchiaio di zucchero
1 cucchiaio di olio
1 cucchiaino di sale
polpa di pomodoro scolata e tritata
mozzarella tritata
olio
origano

ESECUZIONE
Fate la fontana, mettete al centro il lievito spezzettato e diluitelo con l’acqua, raccogliete un po’ di farina, poi unite il sale, l’olio, il burro e lo zucchero. Amalgamate bene il tutto prendendo la rimanente farina, ma non lavorate troppo a lungo. Fate una palla, copritela a campana e fatela lievitare 40-50 minuti.
Senza lavorarla, tirata una sfoglia di circa 3 mm di spessore, con uno stampo per biscotti ricavate dei dischi di circa 5 cm di diametro e disporli sulla teglia del forno un poco distanziati. Ammassare i ritagli, tagliarli e disporre anche questi sulla teglia. Con la punta delle dita, premere il centro di ogni dischetto formando un ampio incavo in cui metterete un bel cucchiaino di polpa di pomodoro e un pizzico di sale. Mettete in forno a 200° per circa 5 minuti. Toglietele dal forno, disponete sul pomodoro un mucchietto di mozzarella tritata (anche al robot) e scolata, un pizzico di origano e un goccio di olio. Rimettete in forno per altri 4-5 minuti. Si possono anche fare quadrate, eliminando così anche lo scomodo dei ritagli.

 

PIANO 35 E IL RITORNO DI MARCO SACCO. SARA’ LA VOLTA BUONA?

E’ fissata per il 1 giugno 2019 la riapertura di “Piano 35”, il ristorante torinese con vista panoramica sulla città situato al 35° piano del grattacielo Intesa-San Paolo, e che aveva chiuso temporaneamente i battenti nel dicembre 2018.

E sarà ancora Marco Sacco, chef del ristorante bistellato “Piccolo Lago di Verbania”- che aveva gestito il locale nell’ultimo trimestre del 2018 – ad avere la responsabilità di guidare il ristorante “più alto d’Italia”, questa volta però, pare,  con un maggiore coinvolgimento economico-finanziario e una posizione più incisiva all’interno della compagine sociataria.

Un percorso tormentato, quello di Piano 35, aperto in pompa magna nel 2016 e che subito aveva portato allo scoperto difficoltà di gestione non indifferente,  e che avevano portato lo chef Ivan Milani a lasciare la conduzione del locale dopo nemmeno un anno di attività, non senza un discreto strascio di polemiche.  Dopo Milani, la conduzione del locale era stata affidata al suo sous-chef, Fabio Macrì e, infine, da settembre a dicembre 2018, a Marco Sacco.

Ad oggi, almeno a quanto riporta Marco Trabucco su Repubblica, la società che gestisce il locale, Affida, pare aver trovato il modo di coinvolgere nuovamente Marco Sacco, affidandogli il non facile compito, visti i precedenti, di portare Piano 35 a una nuova vita, con una gestione finalmente stabile e continuativa ma anche remunerativa.

Una vera sfida, non solo per Marco Sacco e la proprietà, ma anche per i torinesi, che pur nel breve periodo di attività, avevano dimostrato di essersi prontamente affezionati al ristorante più alto d’Italia e alla sua offerta gastronomica. Non rimane che attendere.

MARTINA CARUSO MIGLIORE CHEF DONNA 2019: MA HANNO UN SENSO LE QUOTE ROSA NELLA RISTORAZIONE?

E’ Martina Caruso, chef del ristorante siciliano “Signum”, a Salina, la migliore chef donna per il 2109 secondo la guida Michelin.

La chef siciliana è stata infatti insignita del titolo durante la quarta edizione dell’evento Atelier des Grandes Dames, una manifestazione ideata dalla Maison Veuve Clicquot in collaborazione con Michelin Italia, e tesa a dare spazio alla presenza femminile nell’alta ristorazione. Lo scorso anno il titolo era andato a Fabrizia Meroi del ristorante “Laite” di Sappada, in provincia di Udine, e nel 2017 all’altrettanto giovane Caterina Ceraudo del ristorante Dattilo, in Calabria.

Quest’anno, gli ispettori della Michelin hanno premiato la chef siciliana non solo per la sua cucina “strutturata, ma allo stesso tempo fresca e delicata, con proposte originali che esaltano i sapori e i profumi dei prodotti locali” ma anche per la sua “grande volontà e capacità di progredire e di rappresentare la sua isola raggiante, attraverso una grande tecnica e il tocco femminile di una giovane donna appassionata e determinata”. Martina Caruso, con altre 40 colleghe, è una delle chef italiane alla guida di altrettanti ristoranti stellati.

La chef riceve il premio sotto l’insegna di un numero per lei emblematico, il 30: 30 sono infatti gli anni della Caruso e 30 sono gli anni di attività del ristorante del ristorante di famiglia. Non per nulla, in un articolo su Reporter Gourmet, Martina racconta con orgoglio che “sono figlia del Signum: questa struttura è stata fortemente voluta dai miei genitori che hanno profuso ogni loro energia prima nell’albergo, un luogo riscattato all’abbandono e portato a nuovo splendore, e poi nel ristorante. Sono cresciuta qui – continua Martina -, amo la mia terra con tutta la sua bellezza e difficoltà di viverci e lavorarci, ma questo riconoscimento arriva a gratificarmi e a riscattare tutti i sacrifici miei e della mia famiglia. L’isola di Salina – conclude infine la chef – ha un ecosistema unico e una biodiversità molto ricca che mi dà la giusta ispirazione per la mia idea di cucina mediterranea, e questo premio arriva a sancire la bellezza di un territorio tutto da esplorare.”

La novità della manifestazione di quest’anno è stata che a ogni chef veniva abbinato un “racconto” per immagini effettutato da un fotografo professionista, che per Martina Caruso è stato Lido Vannucchi. Secondo il fotografo, “Martina è un giovane donna che, come hanno fatto le nostre madri e le nostre nonne, ha scelto di assecondare un gesto d’amore: il gesto di una cucina al femminile. Nella sua cucina – continua il fotografo- l’amore parte dalla propria terra, dal proprio territorio, dai contadini, dagli agricoltori, i quali forniscono una materia prima, che, attraverso l’atto d’amore messo in pratica dalla chef, diventa cucina”.

Un amore che ha permesso a Martina di essere incoronata migliore chef donna per la guida Michelin,  un giusto riconoscimento per la sua passione e il suo talento. Anche se una domanda occorre comunque porsela: perchè confinare le chef-donna in una  categoria a parte, in un premio esclusivamente dedicato a loro e dove sono esclusi i colleghi uomini? Se talento e passione sono davvero  premiati indistintamente in tutti gli eventi e premiazioni aperti a chef di entrambi i generi, qual è  il motivo di dedicare  un premio esclusivamente alla donne? Non sono forse abbastanza “brave”, e vengono quindi inserite tout-court in una categoria “assistita”? Forse non le si ritiene ancora all’altezza, magari non come singolo componente ma comunque come aggregato complessivo, di competere con i colleghi uomini, oppure la realtà è che il mondo della ristorazione è ancora prevalentemente maschio-centrico, classista e ancora incentrato su ritmi e ruoli da caserma cui ci hanno abituati alcuni show televisi improntati più sullo spettacolo che non sulla vera cucina? Ben vengano  le quote rosa quando sono necessarie, ma la loro presenza sta comunque a significare che qualcosa, nel circuito principale non è così equo e trasparente. E  forse anche che le donne, nella ristorazione così come in altri campi, rimangono una sorta di categoria assistita, bisognosa, ancora oggi,  di classifiche solo ad esse destinate.

 

Crediti: Reporter Gourmet; foto Lido Vannucchi

 

IL SUCCHINO DI CITTADINANZA ZUEGG E L’INDIGNAZIONE A CASACCIO DEI GRILLINI

IL Movimento 5Sstelle, almeno a parole, può permettersi di tutto. Può deridere, insultare, offendere, sbeffeggiare e mandare a quel paese tutto e tutti, dal presidente della Repubblica al Papa, e guai a banfare, pena l’essere tacciati di complotti vari ed essere messi alla gogna su qualche blog satellite della Casaleggio e associati, come un tempo lo furono i giornalisti non graditi al movimento stesso.

Ma lo stesso comportamento non è ben visto quando le parti si invertono, ovvero quando ironia e sarcasmo sono rivolti da altri verso i 5 Stelle; anzi, in questo caso si scomodano pure le cariche istutuzionli, grilline ovviamente, per riportare i malcapitati al loro posto in men che non si dica, meglio se tramite l’idolatrato web.

E’ questa la sorte che è toccata al “Succhino di cittadinanza”, il succo di frutta Skipper Zuegg per il quale è stata scelta una particolarissima campagna pubblicitaria sui social. Infatti, andando sul sito del succo Skipper Zuegg, la pagina si apre su una scritta che invita il lettore a compilare un “modulo per la richiesta del succhino di cittadinanza”, prendendo bonariamente in giro il più famoso e tormentato reddito di cittadinanza.

Una presa in giro, appunto, fatta però in modo pacato, senza il ricorso a nessun “vaffa” o altre simili gradevoli espressioni tanto care al lessico pentastellato, ma soltanto riprendendo, in chiave ironica, alcuni temi in qualche modo riconducibili al movimento 5 stelle, e che spaziano dall’indignazione a oltranza all’ignoranza conclamata et similia. Recita infatti il modulo: “Sei finito in questa pagina perché sei uno scroccone? “, oppure “la terra la vedi tonda o piatta?” oppure “1 vale 1 su 1000 ce la fai?” o anche “Quante volte di indigni al giorno”, con tanto di risposta, ovviamente sgrammaticata, a seguire.

Una campagna che sui social ha riscosso il suo bel successo, tra oppositori e sostenitori –  come era prevedibile o probabilmente anche voluto dalla multinzionale dolciaria – ,  e mentre qualcuno ha gradito molto il tipo di pubblicità, commentando che tornerà ad acquistare i succhi Skipper Zuegg solo per i social media manager che hanno ideato la singolare pubblicità, altri invece, ovviamente appartenenti alla  variopinta galassia grillina, non hanno gradito altrettanto l’iniziativa.

Tra questi anche un deputato 5Stelle, Simone Battelli, che per difendere l’onore di compagni ed elettori ha avuto la bella idea di pubblicare una storia su Instagram proprio sul succhino di cittadinanza per rendere palese la proprio autorevole opinione.

Nella storia si vedono prima i succhi incriminati, con il marchio Zuegg in bella vista, su uno scaffale di supermercato, poi si vedono sul tappetino della cassa, pronti per il pagamento – probabilmente a sottolineare che i grillini non rubano, cosa che dovrebbe essere scontata ma che Battelli si premura di documentare –  e infine in un cestino della spazzatura. Il tutto corredato dalle scritte “prendo, pago, butto”.

Una innocua storiella, una lecita  opinione? Certo, se l’autore della storia in questione fosse un normale e sdegnato grillino non ci sarebbe stato alcuno problema: ognuno può manifestare il proprio dissenso come meglio crede, ovviamente nei limiti della legalità. Peccato che Battelli non sia proprio uno qualunque, ma sia il Presidente della Commissione Affari Europei alla Camera. E che il suo post non sia proprio il più indicato per dare una spinta agli affari, e alle aziende italiane, in un momento di crisi. Eppure, Battelli, del tutto incurante (o sprezzante?) del suo ruolo e di quanto questo pretenderebbe in tema di corretto comportamento e di comunicazione, non si fa alcun problema a gettare i succhi della centenaria azienda veronese dritti nel pattume, per lui degno luogo ove collocare chi si permette di sbeffeggiare il sacro Movimento.

Ma se satira e ironia, tra i grillini, sono le benvenute solo quando sono rivolte all’avversario e non a se stessi, ci ha pensato la rete, proprio quella”reeete” tanto cara a Grillo, a rimettere in riga l’incauto deputato, che è stato ripreso da molti internauti per aver sprecato i famigerati succhini, in barba ai tanto sbandierati costumi di onestà, morigeratezza e altre doti francescane tanto in voga presso i pentastellati.

A nulla è valsa la precisazione che, dopo lo scatto incriminato, le bottiglie di succhino sono stati recuperate dalla spazzatura, svuotate e smaltite nell’apposito contenitore del vetro: il riciclo virtuoso non ha salvato lo spreco indecoroso. E il presidente agli affari europei ha cancellato poco dopo il post incriminato dai social.

Della serie “posto, faccio una figuraccia e batto subito in ritirata.

Fonti: Androkronos, Il Corriere

GIOVANNI RASTRELLI E’ TRA I 30 GIOVANI DA TENERE D’OCCHIO PER FORBES

E’ arrivata alla quarta edizione la classifica 30 under 30”, la lista di Forbes, nota rivista americana,  che ogni anno seleziona 30 giovani talenti che si sono distinti in diversi campi della tecnica, della scienza, dell’arte o dell’industria.

Nel 2017, per restare nel campo del food, era stata la giovanissima Isabella Potì, allora 21enne, pastry-chef del ristorante Bros, a Lecce, ad essere inserita nella classifica, mentre quest’anno, sempre nel campo del cibo, è Giovanni Rastrelli, 28 anni, a guadagnarsi un posto nella classifica, per il suo contributo in una delle più nuove ed interessanti realtà gastronomiche torinesi.

Rastrelli, proveniente dal politecnico di Torino, è infatti l’amministatore delegato di Edit – (Eat Drink Innovate Together), il grande spazio polivalente di 2400 metri quadri su due piani collocato nato da un’ideda dell’imprenditore torinese Marco Brignone, situato in un’area completamente rinnovata del capoluogo piemontese, quella dell’ex Incet, storica ditta di cavi elettrici, dove oggi trovano spazio locali, ristoranti cocktail bar, una bakery caffè, una birreria artigianale e quattro cucine utilizzate per show cooking ma anche da affittare a cuochi amatoriali, e che comprende (va) nomi come Pietro Leeman, il  noto chef vegetariano (che ha ora terminato la sua consulenza con Edit), Renato Bosco con i suoi lievitati, o i fratelli Costardi (che però han recentmente detto addio alla loro consulenza in Edit per concentrarsi nuovamente sul loro ristorante nel vercellese). La struttura, che aveva raccolto finanziamenti per 6 milioni di dollari (oltre cinque milioni di euro) per la sua realizzazione, ha  realizzato nel 2018 circa 4 milioni di dollari di fatturato (oltre tre milioni e mezzo di euro)

 

POTI’ BATTE FANELLA 3 A 0

Inutile girarci attorno: per Loretta Fanella, i dolci, la tecnica e la professionalità di Isaella Potì stanno a zero.

Lo ha detto chiaro e tondo sulla sua pagina Facebook, dove ha ripreso una foto di un dessert della giovane collega– una panna cotta al latte di pecora con ananas caramellato –  corredata da un chiarissimo commento: “Non ho più parole, se questa la ritenete pasticceria, allora io in tutti questi anni ho buttato via il tempo…”.

Poche parole, ma colme di significato, a cui, ovviamente, è seguito il solito fiume in piena di commenti e giudizi dei fan della Fanella, colmi di livore, saccenza  e maleducazione nei confronti della povera Potì.

Ah, per coloro che magari non lo sapessero, Isabella Potì e Loretta Fanella non sono esattamente le ultime due arrivate nel mondo della pasticceria: sous-chef e pastry-chef del ristorante Bros dei fratelli Pellegrino, a Lecce, e inserita un paio di anni fa dalla rivista americana Forbes nella classifica dei 30 personaggi “under 30” da tenere d’occhio per i prossimi anni la Potì, professionista conclamata, che ha  avuto come maestri personaggi del calibro di Carlo Cracco o Ferran Adrià la Fanella. Difficile immaginarle impegnate in una querelle da pollaio, eppure è proprio quel che è successo. E’ stata quindi Loretta Fanella la prima – ed in efetti la sola – ad attaccar briga, con il post indirizzato alla panna della collega, e in seguito,  evidentemnte non paga di aver già esprezzo un giudizio così  duro e sprezzante, ha rincarato la dose  il giorno successivo, su Identità golose, intervistata da Carlo Passera.

Chiari i punti cardine dell’attacco della Fanella, che comprendono nell’ordine:

1) Ma chi l’ha detto che  un professionista non debba giudicare il lavoro di un suo collega?  “A ottobre ero a Parigi ed ho fatto parte, in rappresentanza dell’Italia, di una giuria internazionale chiamata a dare un voto a piatti e ricette di venti pasticceri che venivano da tutto il mondo”, dice la Fanella, giusto per rimarcare la “peso” del suo giudizio. Peccato che quello da lei così aspramente criticato non fosse un piatto preparato per un concorso internalzione ma un semplice dessert senza velleità di primeggiare.

2)  la panna cotta al latte di pecoram, per Fanella,  NON è tale in quanto “di latte di pecora ce n’è solo il 20”, continua Fanella. Ad ogni modo ce n’è.

3) l’ananas non è “laccato”, bensì “bruciato alla base” dice Fanella; ovvero, se si vuol rivelare la vera essenza del commento, da leggere tra le righe: “cara Isabella, non solo non sai manco cuocere un ananas senza farlo bruciare, ma pure ci vuoi prendere tutti per i fondelli  facendolo passare per “laccato” metnre invece l’hai bell’e che bruciato.; ma ‘cca nisciun’ è  fesso”.

Alla fine di tutto, giusto per salvare un po’ di quella che un tempo veniva chiamata “buona creanza”, la Fanella termina augurando fortuna e successo alla giovane collega, ricordando però che in pasticceria, anche quella da ristorante,  “tutto ha un limite”, e che “non si possono dismettere le norme di base”. Veri attestati di stima.

E la Potì, come ha reagito la Potì di fronte a questo fuoco di fila di bordate non richieste verso la sua povera panna cotta?

Con una  compostezza che non molti sarebbero riusciti a mantenere, senza insultare, criticare a casaccio o scomporsi, ma anzi, dando anche velatamente una lezione di pasticceria:  rispetto al 20% di latte di pecora, Potì chiarisce che “è un latte dal gusto molto, molto deciso, e dobbiamo stemperarlo, altrimenti l’esito sarebbe immangiabile; quindi lo utilizziamo in proporzione, circa al 20%. Se utilizzassi 100% di latte di pecora, rovinerei il piatto”. Tiè!.

Per quanto riguarda l’ananas, invece, Potì chiarisce che presenta quel colore ambrato a causa della cottura lenta ai carboni e della glassatura con melassa e melograno: “non è bruciato!”, afferma decisamente Potì. Lezioni di pasticceria n. 2

La Potì continua poi   la sua difesa chiarendo che “i dolci proposti nel ristorante costituiscono un continuum con tutto il pasto, e non sono fini a se stessi. Ma soprattutto, “non siamo legati mani e piedi alle tecniche di pasticceria”. In pratica, se voglio servire un semplice budino, un flan o una tranquilla panna cotta con una fetta di ananas, non signfica che non saprei fare una millefoglie come si deve, una saint-honorè o che non abbia le basi della pasticceria o che difetti di tecnica. Semplicemente, faccio altro. Mi diverto a fare altro. Lezioni di pasticceria numero 3.

Della serie, l’aquila può volare all’altezza della quaglia (ma la quaglia, vola?), ma la quaglia non può volare all’altezza dell’aquila.

Incommentabile.

 

E’ COLPA DEL PECORINO ROMANO SE I PASTORI SARDI DEVONO BUTTARE VIA IL LATTE

E’ colpa del pecorino romano se i pastori sardi stan buttando via il loro latte.

Sono ormai diversi giorni che le cronache si occupano della protesta dei produttori di latte sardi, che per fare sentire le loro ragioni stanno buttando per la strada ettolitri di latte di pecora proveniente dai loro allevamenti.

Ma cos’è che spinge i produttori sardi a tale forma di protesta? Qual è il problema su cui vogliono attirare l’attenzione, qual è la causa dei loro guai? La risposta è semplice: il pecorino romano. E’ il celebre formaggio prodotto in Lazio l’origine di tutte le magagne dei pastori sardi, colui che ha dato il via alla singolare protesta.

Il prezzo del pecorino romano infatti, prodotto in Lazio con latte di pecora proveniente dagli allevamenti sardi, ha ultimamemente fatto rilevare un notevole abbassamento di prezzo, mentre negli anni scorsi il formaggio laziale era stato protagonista di un clamoroso boom che aveva portato i produttori di formaggio a pagare fino a 85 centesimi per litro ai produttori di latte sardi. Questo fino a quando il pecorino ha retto un prezzo di circa 8 euro al chilo.

In seguito però alla curva discendente delle vendite di pecorino romano, iniziata nel 2018, e alla conseguente diminuzione di offerta di formaggio, il latte prodotto è risultato in esubero, e i produttori  di latte della Sardegna accusano ora i casari laziali di aver fatto “cartello”, ovvero di essersi accordati per mantenere basso il prezzo del latte che, ad oggi, viene loro pagato circa 5,40 centesimi al litro contro gli 85 centesimi di un paio di anni fa: un prezzo, secondo i produttori, che non basta nemmeno a coprire i costi di produzione.

D’altronde, il mercato al momento riesce ad assorbire solamete 280.000 quintali di latte all’anno per produrre il formaggio romano, mentre i litri di latte prodotti sono circa 340.000 quintali, ovvero con circa 60.00 quintali di latte in esubero per anno.

La soluzione non pare semplice: l’associazione dei pastori sardi, insieme a Coldiretti, chiede che il prezzo al litro venga mantenuto al di sopra dei 75 centesimi, e lo stesso vicepremier Salvini si è detto d’accordo nel fissare un prezzo minimo, mentre la regione Sardegna chiede in più lo stanziamento di 25 milioni per il fondo ovocaprino a sostegno della domanda di latte, proprio come lo scorso anno, durante il quale furono stanziati 45 milioni di euro.

Altra soluzione sarebbe quella di ridurre la produzione di latte, di modo che il prezzo possa risalire. Una pratica giudicata però scorretta da Coldiretti, ai sensi dell’art. 12 della legge 1/2012, che prevede l’applicazione di sanzioni in caso di condotte scorrette nel settore agroalimentare, con multe che vanno da mezzo milione ai tre milioni di euro.

Insomma, la soluzione della questione del latte di pecora prodotto in Sardegna pare ancora di là da venire, a meno che non si decida tutti quanti di aiutare direttamente i pastori sardi e i loro allevamenti. Come? Semplice, mangiando più pecorino romano, e mettendo così tutti d’accordo: allevatori, produttori e, soprattutto, il nostro palato.

Crediti: Il Corriere