PERCHE’ NON FACCIO PIU’ PARTE DEL FAN CLUB DI UNO NOTO PASTICCIERE

L’ANTEFATTO: LA VITA IN UN FAN CLUB

Anni fa, ormai quasi una decina, chiesi su Facebook l’amicizia a un noto pasticciere, di quelli che vanno ancor oggi per la maggiore. Non è il caso ora di star qui a specificare quale esattamente fosse il prescelto, i nomi sono noti a tutti, e quello che sto per scrivere si può adattare ora a uno ora all’altro, senza troppe distinzioni. Tutti sono idolatrati, tutti sfornano libri a manovella e tutti hanno il loro regolare fan club con migliaia di adepti follower adoranti.

Allora, è da notare che all’epoca in realtà non esisteva nessun fan club, e la mia era una semplice richiesta di amicizia richiesta tramite Facebook che  era stata tranquillamente accettata. Da lì a poco, gli “amici” divennero talmente tanti che il nostro raggiunse il massimo consentito dal social,  e tramite un post, sempre su Facebook, il bravo pasticciere ci diede le dritte per essere traghettati sulla sua pagina diciamo “professionale”.  Da lì a poco, quindi, venni promossa dallo stato di semplice “amica”, per quanto virtuale, a quello di “fan”. Devo ammettere che mi fa uno strano effetto, ora, pensare che qualche decennio fa ero stata  fan convinta di un tipo che da un palco ammaliava migliaia di ragazzi urlando e ballando “I can’t get no satisfaction” e ora invece ero stata insignita del titolo di “fan” di un artigiano che farcisce pan di Spagna e bignè, ma così va il mondo, e io con lui.

Ad ogni modo, in breve tempo i “fan” divennero numerossimi, centinaia, migliaia, e ogni giorno il circolo di seguaci diventava sempre più affollato, tanto da dover essere regolato da un vero e proprio codice di condotta interno, per dare un po’ di ordine a una massa così importante di gente ed evitare comportametni scorretti o altri fastidiosi problemini derivanti da un ammasso così notevole di umanità: in poche parole, ad oggi, nel fan club, i “fan” possono in pratica solamente mostrare agli altri fan le loro “opere”, tutte ovviamente tratte da ricette del maestro, e non possono, ovviamente, scriverne la ricetta, in quanto in questo modo le migliaia di iscritti non avrebbero più necessità di acquistare i libri del Maestro levandogli buona parte dei suoi introiti (cosa giusta e sacrosanta, bisogna dirlo). Comunque, sin da subito rimasi un po’ delusa da questo fan club: il Sommo non interveniva quasi mai –ovviamente doveva lavorare, e non baloccarsi su Facebook –e tutta la storia si risolveva in gente che la suonava e se la cantava, cioè fan che postavano foto delle loro meraviglie e tutti gli altri a commentare “che bello, che brava, che meraviglia!”. Ogni tanto  l’Illuminato appariva, con qualche post da gettare ai follower, e molto spesso anche per rampognare quei pochi che ancora si ostinavano a pubblicare sue ricette a sbafo; e lì era un proliferare di commenti di ignominia rivolti agli incauti da parte dei più appassionati e devoti.

Ogni tanto il Sommo interveniva per annunciare urbi et orbi l’imminente uscita di un suo prossimo libro, facendone adeguta pubblicità, e i fan andavano in visibilio. Cosa lecitissima, d’altronde, diceva il n ostro: “il fan club è mio e ci faccio quello che voglio”, era la semplice tesi. E fin qui, ci poteva anche stare, etica e correttezza a parte.  Peccato che poi, dai libri propri, si è passati ai macchinari altrui, cioè di brand esterni, dal costo infinitamente maggiore delle poche decine di euro dei libri di ricette:  il nostro ha cioè iniziato a pubblicizzare, o melgio a consigliare caldamente tramite entusiastico video esplicativo, un noto attrezzo da cucina, che tutti noi conosciamo e dal costo che si avvicina al migliaio di euro. Quando qualcuno dei fan gli fece notare che forse la cosa non era tanto trasparente e che si trattava in qualche modo di pubblicità occulta, il Sommo intervenne personalmente per rampognare gli eretici, che furono prontamente espulsi dal fan club o comunque gentilmente accompagnati alla porta come persone non gradite. La tesi del Sommo era sempre la solita, semplice e inoppugnabile: io uso questo strumento in quanto utilissimo, insostituibile,e voglio condividerlo con le mie migliaia di fan perché anche loro possano godere di questa meraviglia nelle loro cucine, correndo a comprarlo. Naturalemnte, i fan adoranti ringraziavano in massa, o quasi, per il “consiglio” disinteressato.  Dopo un po’ di tempo, evidentemtne visto il gran riscontro della prima operazione commerciale a spese dei suoi “amici” virtuali,  il Sommo se ne ritornò sul fan club per mostare ai follower un altro prodigio della tecnica,  anche questo dell’ordine del migliaio di euro, considerato indispensabili per produrre pane, pizze focacce e lievitati di ogni genere, uno strumento che, per questo genere di preparazioni, avrebbe mandato in soffita le vecchie planetarie, un macchinario semi-professionale ma da tenere comodamente sul tavolo della propria cucina. A questo punto, tra i pochi commenti critici riguardo a conflitto di interessi, pubblicità occulta e compagnia bella, inserii anche il mio;  e qui mi bacchettò il Sommo in persona, che mi  rampognò pubblicamente: “quante cose, quante ricette avete imparato grazie a me che prima non sapevate manco tenere un cucchiaio in mano, e ora postate meraviglie? E poi questo è il mio fan club, e voi siete mie fan e quindi anche potenziali clienti, è normale che io venda i mie libri e che vi proponga i miei consigli per gli acquisti!”, era la tesi, la solita. Il tutto poi terminava con un triste lamento da parte del sommo, che si diceva amareggiato e deluso da queste inutili polemiche minacciando vagamente di chiudere il fan club, ovviamente seguito da una valanga di commenti disperati e supplicanti tesi a farlo demordere dall’insano proposito. Inutili i miei tentativi di spiegare che un fan club non dovrebbe essere un bacino di potenziali clienti ma una sorta di gruppo di amici, un insieme di persone  che si ritrovano attorno a una tavola (virtuale), e che non dovrebbe essere previsto che poi, nel bel mezzo della festa, ti capiti l’amico più furbo che approfitta dell’allegra e consistente compagnia per cercare di venderti il Bimby. Ma niente, ognuno è rimasto fermo sulle proprie posizioni e io ho smesso di intereagire con il “fan”club.

Ma, volendo chiarire un po’ la questione, chi ha davvero ragione in questa querelle, ed esisiste qualche norma che regoli lo spinoso problema della pubblicità occulta sul web, a cui influencer grandi e piccolo ricorrono a mani basse?

LE NORME ESISTENTI CONTRO L’INFLUENCER MARKETING

Bene, la realtà è che le norme esistono, eccome, e sono nate proprio per regolamentare quel Far West che è oggi la pubblicità sui social da parte di personaggi più o meno noti, e in grado di veicolare con i loro “consigli disinteressati”, ammanniti come brandelli di vita vissuta, i consumi di grandi (ma anche non, come vedremo in seguito) masse di persone.

Lo sa bene Chiara Maci, che solo alcuni anni fa,  in piena attività nel mostrare giocanda omogeneizzati e biscotti per bambini sul suo blog spacciandoli per frammenti di vita vissuta durante l’accudimentto della figlia appena nata, diceva pacificamente: “se esalto un prodotto che comunque sceglierei (anche se sono pagata per farlo, ndr), che problema c’è?”. In realtà il problema c’è, eccome.

A chiarirle le idee, nel 2017, è intervenuto l’Antitrust, L’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM), che mettendo ordine riguardo al fenomeno dell’influencer marketing – ovvero la diffusione su social e blog di immagini e video da parte dei cosiddetti “ infuencer” , cioè personaggi con un numero elevato di followers, che “consigliano” determinati prodotti anche solo mostrandone il loro utilizzo senza esplicitare chiaramente l’intento pubblicitario -, ha deciso di intervenire prima in modo soft, con delle lettere di moral suasion indirizzate ai maggiori influencer ricordando loro il divito di pubblicità occulta e ribadendo il principio, valido anche per il web e non solo per le emittenti televisive, secondo cui la pubblicità deve essere chiaramente riconoscibile e individuabile, non potendo approfittare l’influencer della fiducia, e diremmo anche dell’affetto, tributato dai propri follower per propinare loro prodotti che sono pagati per pubblicizzzre,  non solo tramite l’immagine ma anche negli hashtag o nei commenti.

Come sottolinea la nota dell’AGCM, “spesso le immagini con brand in evidenza, postate sul profilo personale del personaggio, si alternano ad altre dove non compare alcun marchio, in un flusso di immagini che danno l’impressione di una narrazione privata della propria quotidianità. Le immagini, infatti, talvolta, rappresentano un ambiente domestico e sono realizzate con tecniche fotografiche non ricercate; altre volte, le tipologie di immagini, le pose dei personaggi e l’ambiente assumono lo stile di un set fotografico. L’evidenza data ai marchi può variare in intensità e modalità, in quanto le tipologie di post e personaggi si presentano molto eterogenee. In alcuni casi, i nomi dei brand sono citati negli hashtag dei post, in altri casi, sono invece in evidenza nell’immagine. Il post può essere accompagnato da commenti enfatici sul prodotto».

A fronte di tale sottile forma di persuasione, L’Antitrust ha quindi stabilito che gli influencer debbano rendere “chiaramente riconoscibile la finalità promozionale, ove sussistente, in relazione a tutti i contenuti diffusi mediante social media, attraverso l’inserimento di avvertenze, quali, a titolo esemplificativo e alternativo, #adv, #pubblicità, #sponsorizzato, #advertising, #inserzioneapagamento, o, nel caso di fornitura del bene ancorché a titolo gratuito, #prodottofornitoda; diciture alle quali far sempre seguire il nome del marchio”.

Ad oggi, non solo le indicazioni date nel 2017 dall’Antitrust non solo sono sempre valide, ma, a distanza di un anno, cioè nell’agosto 2018, sono state anche estese a coloro che abbiano al loro seguito anche pochi follower, i cosiddetti “micro influencer”, su spinta delle associazioni dei consumaatori. Questi, infatti, proprio in virtù dei loro pochi seguaci, continuavano (e continuano) “ a fare pubblicità camuffata senza alcun rispetto delle pur minime regole di trasparenza imposte dal Codice del consumo”. La richiesta delle associazioni dei consumatori è che si passi dalla semplice “moral suasion” a delle vere e proprie sanzioni, considerato che le segnalazioni di pubblicità occulta sui social continuano a far registrare un costante aumento.

Le norme quindi esistono, e sono chiare: gli influencer, grandi e piccoli, devono obbligatoriamente segnalare come pubblicitari i post per i quali ricevono un compenso, non solo in denaro ma anche in natura, ad esempio ricevendo un campione omaggio di quanto mostrato nei propri post di “consigli” o di vita vissuta.

E quindi sì, anche i cuochi, ristoratori, pasticcieri o altri appartenenti al mondo del food non sono esentati dall’esplicitare il messaggio pubblicitario, anche se lo fanno all’interno del proprio fan club.

Peccato che, in questi casi, spesso siano proprio gli stessi gabbati, ovvero i followers adoranti, i primi a voler essere infinocchiati, opponendosi strenuamente a ogni azione che vada contro l’operato del loro idolo e accettando, di fatto, di venir trattati come meri potenziali clienti che non come semplici fan, o tantomeno amici. E allora, lì non c’è Antritrust che tenga.

 

MASSIMO BOTTURA SI RACCONTA A RADIO CAPITAL

E’ raro iniziare la mattina, quando si è in macchina in coda per andare al lavoro  con la mente ancora nel mondo dei sogni e il pensiero di una’amena giornata di lavoro tutta da trascorrere chiusi in un ufficio, con  una bella dose di entusiasmo e di voglia di vivere. Eppure, stamattina, se vi siete sintonizzati su Radio Capital  verso le otto e mezza, avreste davvero potuto vedersi realizzare il miracolo. E questo non perchè per una volta il conduttore di turno non se l’è  presa direttamente o indirettamente con il nostro Ministro dell’Interno, ma perchè come ospite al telefono c’era  un uomo che sull’entusiasmo, sulla passione e sull’impegno ha costruito la sua vita, e la sua professione. Quell’uomo è Massimo Bottura.

Raggiunto telefonicamente da Massimo Giannini durante la sua trasmissione “Circo Massimo”, il vulcanico chef modenese, già operativo e vispo la mattina presto mentre la maggior parte di noi è di umore nero e deve ancora “carburare”, ha offerto ancora una volta uno spaccato della sua visione delle cose, della sua vita, delle sue passioni, che non terminano certo con la grande cucina, ma che ne sono il necessario complemento, ovvero la musica, l’arte, l’attenzione per gli altri e per l’ambiente: tutte cose che, in qualche modo, finiscono poi nei suoi piatti.

Ecco quindi un breve riassunto di quello che il pluripremiato chef dell’Osteria Francescana ci ha raccontato stamattina. E anche se non abbiamo mai assaggiato un suo piatto, stamattina Bottura qualcosa ce l’ha offerto lo stesso: una carica di vitalità ed entusiamo che ci ha accompagnato per tutta la giornata. E forse, vale persino di più questo che un piatto stellato.

“Al Mèni”

“Al Mèni” (le mani, in emiliano) è una grande kermesse gastronomica, ideata da Bottura e giunta ormai alla sesta edizione, in cui per due giorni, il 22 e il 23 giugno, Rimini si trasformerà in una vera e propria capitale del gusto all’insegna dell’Emilia e dei suoi prodotti tipici.  Ma l’evento, come è normale aspettarsi da Bottura, non sarà solo una festa di strada o una vetrina per il cibo locale, anzi, l’idea è quella, oltre a valorizzare i prodotti tipici, di sensibilizzare il pubblico alle due maggiori sfide dei nostri tempi, lo spreco alimentare e l’ecosostenibilità del cibo, che si tradurrà anche nella totale eliminazione di piatti e posati di plastica durante tutta la manifestazione, oltre naturalemte ad eventi,  incontri e workshop.“Perché se non diamo l’esempio noi cuochi, chi lo deve dare?”, conclude Bottura.

L’Osteria Francescana

Ovviamente Bottura non poteva non parlare della sua prima creatura, quell’Osteria Francescana pluripremiata e pluristellata (tre stelle Michelin, due volte miglior ristorante del mondo alla World’s 50 Best) che gli ha permesso di sviluppare il suo estro e che lo ha portato agli attuali traguardi. “Chi viene alla Francescana non viene qui per mangiare bene, o meglio, viene sì anche per mangiare bene – è un tre stelle Michelin – , ma viene soprattutto per mangiare emozione, per mangiare creatività, viene per mangiare il mio pensiero!”. Ecco, non solo cibo. D’altronde, stiamo parlando di Bottura, no?

Lo spreco

Come si concilia l’attività di un ristorante tre stelle, per cui la materia prima produce ovviamente degli scarti,  con l’obiettivo del minimizzare lo spreco? Per Bottura la risposta è semplicissima: tutto ciò che rimane da quanto servito ai clienti costituisce il pasto del personale, dei dipendenti, che alla Francescana non sono certo pochi. “Nella Francescana ci sono sessanta dipendenti, perché abbiamo una trentina di coperti e per ogni persona che si siede al tavolo ci sono due dipendenti che la seguono”. Lo staff, continua Bottura, in pratica utilizzi gli “scarti” non solo per sfamarsi ma anche per dei veri e propri esercizi di stile, per provare nuove tecniche e nuovi piatti, che poi costituiranno il loro pasto ma anche una sorta di laboratorio pratico per mantenersi sempre in allenamento. Anche gli avanzi, insomma, vengono innalzati da mero materiale per sfamarsi a materia di studio.

Sempre lei, la nonna di Bottura.

Quest’etica dell’attenzione massima allo spreco e allo scarto Bottura la fa risalire a sua nonna: “Quando si ammazzava il maiale, mia nonna mi diceva che bisognava utilizzare ogni singolo ossicino della bestia, perché questa ha dato la vita per noi, per la famiglia, e merita rispetto”. Un discorso che si riallaccia anche ai talent in cui molte volte  i piatti dei concorrenti finiscono direttamente , e scenograficamente, nella spazzatura. “Come si fa a far piangere una persona perché ha sbagliato un contorno”, gli domanda il conduttore. E Bottura, da sempre allergico a talent e show gastronomici, coglie la palla al balzo, per sottolineare che il problema è esattamente il messaggio errato che viene lanciato ai giovani tramite questo atteggiamento: “se lanci invece il messaggio che tutto i essere utilizzato, cresceranno dei giovani consapevoli e attenti”.

Il tortellante

Mentre rilasciava l’intervista telefonica, Bottura si trovava in Maserati, dietro ai fornelli ovviamente, a predisporre tutto per offrire ai lavoratori dell’azienda un pasto a base della pasta fresca prodotta dai ragazzi del “Il tortellante”, organismo fondato da Bottura nel quale i ragazzi con abilità diverse producono ogni giorno ottimi tortellini sotto lo sguardo attento di mamme e nonne. E la cosa ha talmente tanto successo che la domanda supera regolarmente l’offerta: “non riusciamo a produrre tutti i tortellini che ci richiedono”, dice soddisfatto Bottura, che in questo progetto ha riunito due realtà, e cioè i ragazzi con abilità diverse e la terza età.  Che dire?  Grande!

Le “anime fragili”

Nei progetti di Bottura c’è anche un Refettorio a Betlemme. Un progetto non scevro da rischi e difficoltà, ma a cui lo chef sta pensando da tempo. I Refettori, lo ricordiamo, sono le realtà aperte da Bottura in diverse località del mondo, da Milano, a Rio, a Londra e New York, sorte per dare un pasto caldo ma anche preparato con cura ai più bisognosi, alle persone ai margini, alle “anime fragili”, dice Bottura, per offrir loro non solo un pasto ma anche un brandello di rispetto e dignità.

Dubai

Anche a Dubai Bottura ha trovato il modo di esprimersi: infatti ha aperto recentemente il ristorante “Torno subito”, una sorta di circo felliniano con colori e atmosfere degli anni ’50  all’interno di un resort di lusso,  il W The Palm, che più che un ristorante è una vera esperienza totale, essendo disponibili anche pic-nic sulla spaggia e gite in pedalò. Ovviamente, trattandosi di Dubai (“sai come sono loro, no?”, chiede lo chef al conduttore), i pattini hanno i pedali rivestiti in pelle,  e in ognuno di essi è presente il secchiello con lo Champagne: anche i ricchi hanno diritto al loro brandello di dignità…

Crediti: Radio Capital

IGINIO MASSARI E’ IL MIGLIOR PASTICCIERE DEL MONDO

Quando uno come Iginio Massari ringrazia per essere stato proclamato Miglior pasticciere del mondo al World Pastry Stars 2019 tenutosi a Milano nei giorni scorsi, non lo fa naturalmente con le solite formule di rito scontate e un po’ banali che siamo abituati a sentire in queste circostanze. No, lui, il Maestro dei maestri, fondatore dell’Accedemia dei Masteri pasticcieri e punto di riferimento per tutte le nuove generazioni di giovani talentuosi, lo fa invece in modo inaspettato, schietto, dicendosi “sorpreso” ma anche con quella sua carica di grinta e di piglio anticonvenzionale che abbiamo imparato a riconoscere, e apprezzare, in tutti questi anni in cui è stato presente in programmi TV, eventi o videotutorial in rete.

I ringraziamenti di Massari, infatti, non vanno a un mestiere che ha servito “con professionalità e dedizione” nel corso di tutta la sua vita per il fatto di avergli permesso di arrivare agli attuali successi e riconoscimenti, no. Massari ringrazia un mestiere, il suo, che “ogni giorno comporta nuovi studi e che non mi permette ancora oggi di sentirmi arrivato”. “Non” mi permette, avete letto bene. Mentre la maggior parte di noi, comuni mortali, avrebbe ringraziato il proprio mestiere per i traguardi raggiunti, lui, Massari, ringrazia un lavoro che sposta ogni giorno l’asticella un po’ più in alto, che non gli fa mai tirare i remi in barca, vuoi per le tecniche di pasticceria sempre nuove, e che non permettono ritardi o indugi, sia per l’affermarsi di sempre nuovi personaggi e talenti, che con le loro opere straordinarie fanno della pasticceria una vera e propria scienza applicata all’estetica e alla forma.

Essere pasticcieri oggi, ai livelli dei grandi nomi che popolano il panorama nazionale e internazionale, significa mettersi ogni giorno in discussione, provare nuove strade, nuovi accostamenti, nuove tecniche, sia che si tratti di pasticceria salutista, quella vegana, o quella senza glutine: un mondo che non permette ritardi o esitazioni, e che esige ogni giorno studio, applicazione e dedizione, tanta dedizione. Un impegno che però non deve mai essere fine a se stesso, ma che deve sfociare sempre e comunque in un caposaldo indistruttibile: fare dolci buoni. Al di là delle mode, delle tendenze e delle sperimentazioni troppo azzardate. Spesso hanno accusato Massari di fare dolci troppo “anni ’70 “, troppo rétro, non più adatti ai palati, e soprattutto agli occhi, di un pubblico che più che “dolci buoni” vuole composizioni eleganti da postare su Instagram, ponendo di fatto  l’aspetto gustativo in secondo piano rispetto a quello estetico. Ecco, Massari non ha ceduto a questo richiamo: lui, con i suoi dolci apparentemente rétro, ma frutto delle più moderne tecniche di pasticceria e di un’esperienza e di un mestiere enormi, ha sempre continuato a fare “dolci buoni”, non si è mai lasciato sedurre  dall’estetica troppo spinta o fine a se stessa.

E oggi è il Miglior pasticciere del mondo.

JAMIE OLIVER DICHIARA FALLIMENTO

Jamie Oliver ha fatto crack.

Il popolare chef britannico, a capo di un vero impero gastrononomico che comprende(va) 23 ristoranti della catena Jamie’s Italian e due ristoranti londinesi, Fifteen e Berbcoa, ha ufficialmente reso noto il proprio fallimento, e da oggi le sue attività ristorative sono in regime di amministrazione controllata. Incerto anche il futuro dei 1300 dipendenti.

“Sono devastato che i nostri amatissimi ristoranti nel Regno Unito siano in amministrazione controllata. Sono profondamente amareggiato di questo epilogo, e vorrei ringraziare tutto le persone che hanno messo i loro cuori e le loro anime in questo business durante questi anni”, scrive Oliver.

Un finale davvero tragico, per sfuggire al quale non è bastato il piano di di ristruttrazione del 2018 che aveva già comportato la chiusura di 12 ristoranti, il licenziamento di 6000 (seimila!) dipendenti e la chiusura del bilancio con una perdita di 101 milioni di sterline. Lo scorso anno, infatti, lo chef aveva detto, in una intervista al Financial Times,che la sua catena di ristoranti era stata “a due ore dalla bancarotta” e che era dovuto intervenire con una massiccia  iniezione di capitale fresco pari a 13 milioni di sterline (circa 14 milioni e mezzo di euro). All’epoca, Oliver aveva dichiarato di “non aver capito esattamente” perché la sua catena di cibo italiano si fosse così pericolosamente avvicinata alla bancarotta, mentre in seguito, schiaritosi le idee, aveva candidamente dichiarato che “avevamo semplicmente finito i soldi, e non ce lo aspettavamo”. In reatà, lo chef 43enne aveva più tardi imputato il dissesto a una vera “tempesta” di concause, vale a dire al caro affitti, alla Brexit, ai costi delle materie prime e anche alla concorrenza delle app che portano il cibo a domicilio.

Oliver era approdato al successo con il programma TV  “The naked chef”, e  nel tempo ha costruito un colosso da circa 170 milioni di euro, come riporta il New York Times, parte dei quali sfumati proprio nel settore della ristorazione.

Ma se i ristoranti non van bene, il buon Jamie non si trova comunque sul lastrico:  Oliver può infatti contare, per tirare avanti, sui milioni di proventi provenienti dai libri, royalty, licenze e varie altre attività, ma, come afferma egli stesso “non ho mai ricavato soldi dal settore della ristorazione”.

Chi se  la passa davvero male, invece, sono i suoi dipendenti, per i quali l’avvenire non si prospetta certo roseo: ieri, infatti, i dipedenti del ristorante di Birmingham,  finito il turno di lavoro, sono tornati a casa in lacrime, e hanno riferito al Daily Mail di aver ricevuto  una email in cui venivano informati del dissesto solo 30 minuti prima che la società annunnciasse ufficiamenete il fallimento, cosa che ovviamente non è stata presa troppo bene dallo staff del locale: “sono arrabbiato perchè non sarà Jamie quello che dovrà cercarsi un nuovo lavoro e si dovrà arrabattare per tirare avanti, ma saranno i poveri cristi come noi che abbiamo lavorato per lui”, dice un dipendente.

Intanto lo chef, dal canto suo, ha avuto parole di comprensione per  staff e fornitori, dicendo che “capisco quanto tutto ciò sia difficile per tutti coloro che ne sono toccati”, e ha anche ringraziato i suoi clienti: “servirvi è stato un onore”,  ha postato Oliver,  che, nostatante tutto dichiara che i suoi locali di cibo informale sono comunque pronti per “un nuovo ritorno”.

E chissà, magari evitare di mettere mettere chorizo, aglio e yogurt nella carbonara o stravolgere piatti tipici di mezza Europa con variazioni strampalate  potrebbe portare a una maggiore fortuna per i preannunciati nuovi locali firmati dal cuoco inglese.

Crediti: Il Sole 24 Ore, Daily Mail

IL DECALOGO DI MICHELE FERRERO: LA CHIAVE DEL SUCCESSO STA NEL RISPETTO (no, non nella Nutella)

Il Gruppo Ferrero non è solamente il nostro pusher di Nutella abituale, ma è oggi è un colosso a livello mondiale, con milioni di fatturato e migliaia di dipendenti sparsi in tutto il mondo.

Dalla prima piccola bottega aperta nel 1946 da Pietro Ferrero ad Alba, oggi la Ferrero è una multinazionale che impiega oltre 20.000 dipendenti in tutti gli stabilimenti in giro per il mondo, e che prosegue una politica di acquisizioni che ha visto, negli ultimi anni, inglobare molte delle maggiori realtà dolciarie internazionali, come l’americana Fannie May nel 2017, le attività dolciarie di Nestlè nel 2018 per finire ai giorni nostri, in cui il gruppo ha annunciato l’acquisizione del comparto biscotti e gelati della Kellog Company per 1,3 miliardi di dollari.

Ma tutto questo successo non è dovuto al caso, e si poggia su basi solide, concrete, che Michele Ferrero, mancato nel 2015 – il padre dell’attuale Presidente del gruppo, Giovanni, e figlio del fondatore, Pietro – ha messo a punto più di 40 anni fa. La base, infatti, del successo inscalfibile e della continuità nel tempo di questa grande impresa non sta non solo nella qualità dei prodotti, nei processi di produzione o in una indiscutibile abilità gestionale (e no, non sta nemmeno in quella magia di prodotto chiamata Nutella, oggi sempre più attaccata da più fronti ma che sempre rimane inscalfibile nei nostri cuori e nei nostri gusti), ma anche e soprattutto nel trattamento della prima tra le risorse con cui una azienda si trova a doversi rapportare: il personale. O meglio, le persone.

Prima della qualità delle materie prime, prima della tecnologia sempre all’avanguardia, prima delle tecniche di marketing e delle varie politiche aziendali, la Ferrero ha sempre messo davanti le persone, gli operai, coloro che lavorano all’interno dell’azienda, trattandoli non sempliceente come “fornitori di lavoro”  ma come persone di cui aver cura, importanti, quasi di famiglia; non una massa indistinta di lavoratori senza nessuna identità ma persone vicine, a cui porre attenzione e da fare sentire partecipi.

Per questo il decalogo per i manager dell’azienda – coloro che hanno a che fare tutti i giorni con i lavoratori – messo a punto da Michele Ferrero quaranta anni fa è probabilmente quello che sta alla base del successo e della solidità dell’azienda, perché sposta il fucus dal prodotto, e dal reddito, alle persone, alla gente che lavora.

Una politica comune a diversi tra i grandi capitani d’industria del passato (tra cui non possiamo non ricordare  l’Avvocato, Gianni Agnelli, che offrì alla propria manodopera tutta una serie di benefit e agevolazioni – ad esempio le borse di studio per i figli dei dipendenti, gli accessi agevolati a impianti sportivi, le colonie estive e  i regali di fine anno per i figli dei dipendenti, senza dimenticare il classico orologio per i 40 anni in azienda conservato gelosamente dagli “anziani Fiat” – tesi ad avvicinare la proprietà alle maestranze) e che è alla base di una azienda che oggi diremmo “etica”, mirata non solo al risultato ma anche alle condizioni di chi presta la sua opera al suo interno.

Per questo le “massime da seguire nei contatti con il personale” (questo il nome con cui è conosciuto il decalogo all’interno dell’azienda) stilato da Michele Ferrero agli inizi dell’avventura è ancora oggi attualissimo.  Perchè nessuna azienda può prescindere da coloro che vi lavorano e che contribuiscono ogni giorno al successo del prodotto. E per questo il primo consiglio con cui si apre il decalogo per i manger è di estrema imporatanza: “Quando parli con un individuo ricorda: anche lui è importante”.

Ecco: Ferrero, con il suo decalogo, dà valore a un fattore che è il primo e il più importante in una azienda come in ogni altra attività: il fattore umano.

Ed ecco sotto riportato il decalogo (in realtà composto di 17 punti) di Michele Ferrero, così come riportato dalla Gazzetta di Alba e da Forbes: non vi troverete massime mirabolanti, postulati di etica o tecniche sofisticate di gestione del personale: si tratta solo di semplici considerazioni, di consigli che hanno come unica base un prinicipio che dovrebbe essere tanto ovvio e naturale quanto oggi, invece, è disatteso: il rispetto.

LE LINEE GUIDA DI MICHELE FERRERO PER IL TRATTAMENTO DEI LAVORATORI IN AZIENDA

1-Nei vostri contatti mettete i vostri collaboratori a loro agio:
-Dedicate loro il tempo necessario e non le “briciole”
-Preoccupatevi di ascoltare ciò che hanno da dirvi
-Non date loro l’impressione che siate sulle spine
-Non fateli mai sentire “piccoli”
-La sedia più comoda del vostro ufficio sia destinata a loro

2- Prendete decisioni chiare e fatevi aiutare dai vostri collaboratori, essi crederanno nelle scelte a cui hanno concorso

3- Rendete partecipi i collaboratori dei cambiamenti e discutetene prima della loro attuazione con gli interessati

4- Comunicate gli apprezzamenti favorevoli ai lavoratori, quelli sfavorevoli comunicateli solo quando necessario, in quest’ultimo caso non limitatevi a una critica, ma indicate ciò che dovrà essere fatto nell’avvenire perché serva a imparare

5- I vostri interventi siano sempre tempestivi: “Troppo tardi” è pericoloso quanto “Troppo presto”

6- Agite sulle cause più che sul comportamento

7- Considerate i problemi nel loro aspetto generale e non perdetevi nei dettagli, lasciate ai dipendenti un certo margine di tolleranza

8- Siate sempre umani

9- Non chiedete cose impossibili

10- Ammettete serenamente i vostri errori, vi aiuterà a non ripeterli.

11- Preoccupatevi di quello che pensano di voi i vostri collaboratori.

12- Non pretendete di essere tutto per i vostri collaboratori, in questo caso finireste per essere niente.

13- Diffidate di quelli che vi adulano, a lungo andare sono più controproducenti di quelli che vi contraddicono.

14- Date sempre quanto dovete e ricordate che spesso non è questione di quanto, ma di come e di quando.

15- Non prendete mai decisioni sotto l’influsso dell’ira, della premura, della delusione, della preoccupazione, ma demandatele a quando il vostro giudizio potrà essere più sereno

16- Ricordate che un buon capo può far sentire un gigante un uomo normale, ma un capo cattivo può trasformare un gigante in un nano

17- Se non credete in questi principi, rinunciate ad essere capi

Crediti: Forbes, Gazzetta di Alba

I BROCCOLI BLOCCANO I TUMORI: SCOPERTA LA MOLECOLA KILLER

I broccoli bloccano lo sviluppo dei tumori.
Questo è quanto emerge da una nuova ricerca pubblicata sulla rivista scientifica “Science”, e condotta da una équipe del Cancer Research Institute facente parte del Beth Israel Deaconess Medical Center di Boston guidata dall’oncologo Pier Paolo Pandolfi.
Secondo i risultati della ricerca, nei broccoli è presente una molecola capace di contrastare l’enzima responsabile della crescita di molti tipi di tumori, tra cui quelli al seno e alla prostata.
La molecola killer, l’indolo-3-carbinolo (I3C) –  presente non solo nei broccoli ma in molti vegetali della famiglia delle crucifere, come cavoli, cavolfiori o cavoletti di Bruxelles – , ha dato “risultati sorprendenti”:  sugli animali testati, infatti, è stata rilevata una significativa riduzione dei tumori sia come dimensioni che come peso, non avendo inoltre evidenziato alcun tipo di tossicità o effetti collaterali negativi.
Attenzione, però: non vi basterà mangiare un piatto di pasta e broccoli una volta al giorno per godere dell’effetto anti-tumorale: perché la molecola sia in grado di inibire la crescita dei tumori, di broccoli ne dovrete mangiare circa sette chili al giorno. E per quanto siano buone le orecchiette con i broccoli, l’impresa si rivela davvero ardua. Non per nulla si sta pensando di mettere a punto un nuovo tipo di molecola, potenziata rispetto a quella attualmente già in commercio sotto forma di integratore alimentare, per cercare di sfruttare i benefici di questa nuova e importante scoperta.
E in fondo, anche questa è una buona notizia: sette chili di broccoli al giorno sono una dose in grado di scoraggiare anche il vegano più convinto.

Crediti: Repubblica

IN RICORDO DI MARGHERITA SIMILI: LE PIZZETTE SEMIDOLCI

Sapete qual è la ricetta più cliccata in assoluto del mio blog di ricette (Al Caffè de la Paix) , con quasi 100.000 (centomila, sì) visualizzazioni?
Sarete forse sorpresi di sapere che non sono dolci sofisticati e alla moda a base di creme, panne, glasse a specchio e arzigogoli vari, e non sono nemmeno dei classici della cucina nazionale come carbonara, amatriciana, parmigiana o altri pesi massimi della nostra cucina tradizionale.

Sono invece delle ordinarie, semplici pizzette semidolci, fatte con un normalissimo impasto di farina e acqua, senza tante storie, senza farine macinate a pietra, s grani antichi, lunghe maturazioni, starter, licoli e altre nozioni cui siamo ormai tutti abituati e che tutti ormai siamo fieri di padroneggiare (padroneggiare?? Hai detto “padroneggiare”??)manco fossimo Rita Levi Montalcini alle prese con il genoma dei grani antichi. No, queste sono proprio semplici pizzette semidolci.
Ma sono una ricetta della Sorelle Simili.
Valeria e Margherita Simili.
E scusate se il termine “sorelle” lo scrivo con la “esse” maiuscola, ma ormai il loro nome, Sorelle Simili, è diventato un tale marchio, un tale certificato di eccellenza e serietà da meritarsi a pieno titolo questo semplice riconoscimento.

Una vita, quella delle Sorelle Simili, spesa per il lavoro, per il forno di famiglia, prima in Via San Felice, a Bologna, e poi, dal 1979 in Via Frassinago, per la loro bottega “Pane e roba dolce”. Una vita trascorsa tra pane, farine, focacce, ma anche tra libri, corsi, eventi, tutto sempre per portare un po’ più di pane nelle nostre case, in modo semplice, onesto, senza schiamazzi o clamori, ma con la serietà e la pacatezza di chi è consapevole di svolgere con coscienza il proprio mestiere.

Un mestiere imparato fin da piccole, a soli dieci anni, quando, invece di andare a giocare con gli altri bambini, le due sorelle dovevano alzarsi la mattina alle quattro per aiutare il padre nel forno di famiglia; un mestiere nato forse per obbligo, ma che in seguito è stato scelto con passione giorno per giorno, consapevolmente, amato e portato avanti con entusiasmo, dedizione, e anche umiltà.

Quela stessa umiltà e pacatezza che, quando nel 2015 furono insignite della più alta onoreficenza della città di Bologna, la Turrita d’argento, si rivelava nelle parole riportate dai giornalisti che le intervistavano: «Troppa roba. In fondo, abbiamo solo fatto del pane e della pasta». Qusto era questo il modo in cui le due sorelle parlavano di se stesse e del loro lavoro, pur arrivando ai più alti riconoscimenti della loro città.
Ma in questi giorni, purtroppo, quel marchio di fabbrica si è sciolto. Quel legame indissolubile che univa queste due sorelle che con la loro semplicità e la loro dedizione hanno insegnato a fare il pane a schiere di fornai casalinghi con i loro libri e il loro corsi, si è spezzato: è mancata Margherita Simili.
Guardando oggi le loro foto in rete, sempre felici, sorridenti, circondate da sbuffi di farina, mattarelli e forme di pane, devo ammettere che faccio fatica – io che non le avevo mai conosciute di persona ma solo telefonicamente – a capire chi sia Valeria e chi sia Margherita.
Ma in fondo poco importa. Per tutti noi, che abbiamo imparato grazie ai loro libri e ai loro insegnamenti a impastare pane e focacce, sono e rimarranno per sempre le Sorelle Simili. Quelle due sorridenti signore che senza clamore e senza schiamazzi ci hanno regalato la gioia di farci il pane in casa.

E queste sono le loro pizzette.

PIZZETTE delle sorelle Simili
(da” Pane roba dolce” delle sorelle Simili)

INGREDIENTI
500 gr farina 00
250 gr acqua
25 gr lievito di birra
40 gr burro (morbido)
1 cucchiaio di zucchero
1 cucchiaio di olio
1 cucchiaino di sale
polpa di pomodoro scolata e tritata
mozzarella tritata
olio
origano

ESECUZIONE
Fate la fontana, mettete al centro il lievito spezzettato e diluitelo con l’acqua, raccogliete un po’ di farina, poi unite il sale, l’olio, il burro e lo zucchero. Amalgamate bene il tutto prendendo la rimanente farina, ma non lavorate troppo a lungo. Fate una palla, copritela a campana e fatela lievitare 40-50 minuti.
Senza lavorarla, tirata una sfoglia di circa 3 mm di spessore, con uno stampo per biscotti ricavate dei dischi di circa 5 cm di diametro e disporli sulla teglia del forno un poco distanziati. Ammassare i ritagli, tagliarli e disporre anche questi sulla teglia. Con la punta delle dita, premere il centro di ogni dischetto formando un ampio incavo in cui metterete un bel cucchiaino di polpa di pomodoro e un pizzico di sale. Mettete in forno a 200° per circa 5 minuti. Toglietele dal forno, disponete sul pomodoro un mucchietto di mozzarella tritata (anche al robot) e scolata, un pizzico di origano e un goccio di olio. Rimettete in forno per altri 4-5 minuti. Si possono anche fare quadrate, eliminando così anche lo scomodo dei ritagli.

 

PIANO 35 E IL RITORNO DI MARCO SACCO. SARA’ LA VOLTA BUONA?

E’ fissata per il 1 giugno 2019 la riapertura di “Piano 35”, il ristorante torinese con vista panoramica sulla città situato al 35° piano del grattacielo Intesa-San Paolo, e che aveva chiuso temporaneamente i battenti nel dicembre 2018.

E sarà ancora Marco Sacco, chef del ristorante bistellato “Piccolo Lago di Verbania”- che aveva gestito il locale nell’ultimo trimestre del 2018 – ad avere la responsabilità di guidare il ristorante “più alto d’Italia”, questa volta però, pare,  con un maggiore coinvolgimento economico-finanziario e una posizione più incisiva all’interno della compagine sociataria.

Un percorso tormentato, quello di Piano 35, aperto in pompa magna nel 2016 e che subito aveva portato allo scoperto difficoltà di gestione non indifferente,  e che avevano portato lo chef Ivan Milani a lasciare la conduzione del locale dopo nemmeno un anno di attività, non senza un discreto strascio di polemiche.  Dopo Milani, la conduzione del locale era stata affidata al suo sous-chef, Fabio Macrì e, infine, da settembre a dicembre 2018, a Marco Sacco.

Ad oggi, almeno a quanto riporta Marco Trabucco su Repubblica, la società che gestisce il locale, Affida, pare aver trovato il modo di coinvolgere nuovamente Marco Sacco, affidandogli il non facile compito, visti i precedenti, di portare Piano 35 a una nuova vita, con una gestione finalmente stabile e continuativa ma anche remunerativa.

Una vera sfida, non solo per Marco Sacco e la proprietà, ma anche per i torinesi, che pur nel breve periodo di attività, avevano dimostrato di essersi prontamente affezionati al ristorante più alto d’Italia e alla sua offerta gastronomica. Non rimane che attendere.

MARTINA CARUSO MIGLIORE CHEF DONNA 2019: MA HANNO UN SENSO LE QUOTE ROSA NELLA RISTORAZIONE?

E’ Martina Caruso, chef del ristorante siciliano “Signum”, a Salina, la migliore chef donna per il 2109 secondo la guida Michelin.

La chef siciliana è stata infatti insignita del titolo durante la quarta edizione dell’evento Atelier des Grandes Dames, una manifestazione ideata dalla Maison Veuve Clicquot in collaborazione con Michelin Italia, e tesa a dare spazio alla presenza femminile nell’alta ristorazione. Lo scorso anno il titolo era andato a Fabrizia Meroi del ristorante “Laite” di Sappada, in provincia di Udine, e nel 2017 all’altrettanto giovane Caterina Ceraudo del ristorante Dattilo, in Calabria.

Quest’anno, gli ispettori della Michelin hanno premiato la chef siciliana non solo per la sua cucina “strutturata, ma allo stesso tempo fresca e delicata, con proposte originali che esaltano i sapori e i profumi dei prodotti locali” ma anche per la sua “grande volontà e capacità di progredire e di rappresentare la sua isola raggiante, attraverso una grande tecnica e il tocco femminile di una giovane donna appassionata e determinata”. Martina Caruso, con altre 40 colleghe, è una delle chef italiane alla guida di altrettanti ristoranti stellati.

La chef riceve il premio sotto l’insegna di un numero per lei emblematico, il 30: 30 sono infatti gli anni della Caruso e 30 sono gli anni di attività del ristorante del ristorante di famiglia. Non per nulla, in un articolo su Reporter Gourmet, Martina racconta con orgoglio che “sono figlia del Signum: questa struttura è stata fortemente voluta dai miei genitori che hanno profuso ogni loro energia prima nell’albergo, un luogo riscattato all’abbandono e portato a nuovo splendore, e poi nel ristorante. Sono cresciuta qui – continua Martina -, amo la mia terra con tutta la sua bellezza e difficoltà di viverci e lavorarci, ma questo riconoscimento arriva a gratificarmi e a riscattare tutti i sacrifici miei e della mia famiglia. L’isola di Salina – conclude infine la chef – ha un ecosistema unico e una biodiversità molto ricca che mi dà la giusta ispirazione per la mia idea di cucina mediterranea, e questo premio arriva a sancire la bellezza di un territorio tutto da esplorare.”

La novità della manifestazione di quest’anno è stata che a ogni chef veniva abbinato un “racconto” per immagini effettutato da un fotografo professionista, che per Martina Caruso è stato Lido Vannucchi. Secondo il fotografo, “Martina è un giovane donna che, come hanno fatto le nostre madri e le nostre nonne, ha scelto di assecondare un gesto d’amore: il gesto di una cucina al femminile. Nella sua cucina – continua il fotografo- l’amore parte dalla propria terra, dal proprio territorio, dai contadini, dagli agricoltori, i quali forniscono una materia prima, che, attraverso l’atto d’amore messo in pratica dalla chef, diventa cucina”.

Un amore che ha permesso a Martina di essere incoronata migliore chef donna per la guida Michelin,  un giusto riconoscimento per la sua passione e il suo talento. Anche se una domanda occorre comunque porsela: perchè confinare le chef-donna in una  categoria a parte, in un premio esclusivamente dedicato a loro e dove sono esclusi i colleghi uomini? Se talento e passione sono davvero  premiati indistintamente in tutti gli eventi e premiazioni aperti a chef di entrambi i generi, qual è  il motivo di dedicare  un premio esclusivamente alla donne? Non sono forse abbastanza “brave”, e vengono quindi inserite tout-court in una categoria “assistita”? Forse non le si ritiene ancora all’altezza, magari non come singolo componente ma comunque come aggregato complessivo, di competere con i colleghi uomini, oppure la realtà è che il mondo della ristorazione è ancora prevalentemente maschio-centrico, classista e ancora incentrato su ritmi e ruoli da caserma cui ci hanno abituati alcuni show televisi improntati più sullo spettacolo che non sulla vera cucina? Ben vengano  le quote rosa quando sono necessarie, ma la loro presenza sta comunque a significare che qualcosa, nel circuito principale non è così equo e trasparente. E  forse anche che le donne, nella ristorazione così come in altri campi, rimangono una sorta di categoria assistita, bisognosa, ancora oggi,  di classifiche solo ad esse destinate.

 

Crediti: Reporter Gourmet; foto Lido Vannucchi

 

IL SUCCHINO DI CITTADINANZA ZUEGG E L’INDIGNAZIONE A CASACCIO DEI GRILLINI

IL Movimento 5Sstelle, almeno a parole, può permettersi di tutto. Può deridere, insultare, offendere, sbeffeggiare e mandare a quel paese tutto e tutti, dal presidente della Repubblica al Papa, e guai a banfare, pena l’essere tacciati di complotti vari ed essere messi alla gogna su qualche blog satellite della Casaleggio e associati, come un tempo lo furono i giornalisti non graditi al movimento stesso.

Ma lo stesso comportamento non è ben visto quando le parti si invertono, ovvero quando ironia e sarcasmo sono rivolti da altri verso i 5 Stelle; anzi, in questo caso si scomodano pure le cariche istutuzionli, grilline ovviamente, per riportare i malcapitati al loro posto in men che non si dica, meglio se tramite l’idolatrato web.

E’ questa la sorte che è toccata al “Succhino di cittadinanza”, il succo di frutta Skipper Zuegg per il quale è stata scelta una particolarissima campagna pubblicitaria sui social. Infatti, andando sul sito del succo Skipper Zuegg, la pagina si apre su una scritta che invita il lettore a compilare un “modulo per la richiesta del succhino di cittadinanza”, prendendo bonariamente in giro il più famoso e tormentato reddito di cittadinanza.

Una presa in giro, appunto, fatta però in modo pacato, senza il ricorso a nessun “vaffa” o altre simili gradevoli espressioni tanto care al lessico pentastellato, ma soltanto riprendendo, in chiave ironica, alcuni temi in qualche modo riconducibili al movimento 5 stelle, e che spaziano dall’indignazione a oltranza all’ignoranza conclamata et similia. Recita infatti il modulo: “Sei finito in questa pagina perché sei uno scroccone? “, oppure “la terra la vedi tonda o piatta?” oppure “1 vale 1 su 1000 ce la fai?” o anche “Quante volte di indigni al giorno”, con tanto di risposta, ovviamente sgrammaticata, a seguire.

Una campagna che sui social ha riscosso il suo bel successo, tra oppositori e sostenitori –  come era prevedibile o probabilmente anche voluto dalla multinzionale dolciaria – ,  e mentre qualcuno ha gradito molto il tipo di pubblicità, commentando che tornerà ad acquistare i succhi Skipper Zuegg solo per i social media manager che hanno ideato la singolare pubblicità, altri invece, ovviamente appartenenti alla  variopinta galassia grillina, non hanno gradito altrettanto l’iniziativa.

Tra questi anche un deputato 5Stelle, Simone Battelli, che per difendere l’onore di compagni ed elettori ha avuto la bella idea di pubblicare una storia su Instagram proprio sul succhino di cittadinanza per rendere palese la proprio autorevole opinione.

Nella storia si vedono prima i succhi incriminati, con il marchio Zuegg in bella vista, su uno scaffale di supermercato, poi si vedono sul tappetino della cassa, pronti per il pagamento – probabilmente a sottolineare che i grillini non rubano, cosa che dovrebbe essere scontata ma che Battelli si premura di documentare –  e infine in un cestino della spazzatura. Il tutto corredato dalle scritte “prendo, pago, butto”.

Una innocua storiella, una lecita  opinione? Certo, se l’autore della storia in questione fosse un normale e sdegnato grillino non ci sarebbe stato alcuno problema: ognuno può manifestare il proprio dissenso come meglio crede, ovviamente nei limiti della legalità. Peccato che Battelli non sia proprio uno qualunque, ma sia il Presidente della Commissione Affari Europei alla Camera. E che il suo post non sia proprio il più indicato per dare una spinta agli affari, e alle aziende italiane, in un momento di crisi. Eppure, Battelli, del tutto incurante (o sprezzante?) del suo ruolo e di quanto questo pretenderebbe in tema di corretto comportamento e di comunicazione, non si fa alcun problema a gettare i succhi della centenaria azienda veronese dritti nel pattume, per lui degno luogo ove collocare chi si permette di sbeffeggiare il sacro Movimento.

Ma se satira e ironia, tra i grillini, sono le benvenute solo quando sono rivolte all’avversario e non a se stessi, ci ha pensato la rete, proprio quella”reeete” tanto cara a Grillo, a rimettere in riga l’incauto deputato, che è stato ripreso da molti internauti per aver sprecato i famigerati succhini, in barba ai tanto sbandierati costumi di onestà, morigeratezza e altre doti francescane tanto in voga presso i pentastellati.

A nulla è valsa la precisazione che, dopo lo scatto incriminato, le bottiglie di succhino sono stati recuperate dalla spazzatura, svuotate e smaltite nell’apposito contenitore del vetro: il riciclo virtuoso non ha salvato lo spreco indecoroso. E il presidente agli affari europei ha cancellato poco dopo il post incriminato dai social.

Della serie “posto, faccio una figuraccia e batto subito in ritirata.

Fonti: Androkronos, Il Corriere