MATTEO SALVINI, I TORTELLINI AL RAGU’ E LE IRE DEL WEB

Ormai è pacifico: non esiste piatto che  Matteo Salvini pubblichi sul suo profilo personale che non susciti le ire di qualcuno.

Sarà che il nostro ministro dell’interno non fa mistero del suo amore per la buona tavola –  una tavola generalmente  popolare e senza troppe pretese proprio come quella della maggior parte di noi –  ma fatto sta che che anche quando pubblica sul suo profilo FB un’innocua foto di un piatto di tortellini o di una normalissima pizza margherita qualcuno, in qualche parte parte d’Italia, si strappa le vesti e grida allo scandalo.

Se posta degli spaghetti con il ragù Star suscita il dispregio dei puristi che “il ragù comprato mai e poi mai” e che lo accusano di far pubblicità non occulta alle bieche multinazionali. Se posta pizza e birra, questa volta marca Heineken forse per dimostrare di non essere in combutta con marchi italici o che si rifanno all’Italia in qualche modo, insorge Federico Francesco Ferrero, già vincitore di Masterchef e ora fustigatore di costumi gastronomici su giornali e quotidiani nazionali, che senza tanti complimenti, gli dedica un post scrivendo “mangia pure quest’immondizia se ti fa piacere (dove l’immondizia sarebbe una normale pizza da asporto), ma ricordati che sei il Vice Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana” e quindi pizza e birra no, sennò il nostro Pil va a farsi friggere e i nostri laureati scappano “via da questo Paese antimeritocratico”; ok, sembra impossibile ipotizzare tutta questa serie di sciagure solo perché Salvini si mangia in beata grazia pizza rigorosamente non gourmet assieme a una birra, ma questo è l’autorevole pensiero del novello critico gastronomico e così lo riportiamo.

E infine, se posta tortellini con ragù, fa registrare l’insorgere della massaie emiliane, che gli ricordano che i veri tortellini sono solo ed esclusivamente da mangiare in brodo, per gustare al meglio il ripieno, e che mangiarli con il ragù è un delitto senza se e senza ma, e che un misfatto di tale portata grida vendetta al cospetto di Dio.

Insomma, il fatto è che qualunque cosa posti il nostro Ministro dell’interno, a qualcuno girano le cosiddette. Viene persino il dubbio che orami dar contro a Salvini sia diventato lo sport nazionale preferito da una certa parte degli italiani,  anche solo se si tratta di  innocuo cibo, ma anche che  forse il nostro vicepremier lo faccia apposta, per svegliare lo stanco elettorato a suon di pizza e spaghetti, o che usi il cibo come arma di distrazione di massa: d’altronde, finchè si litiga su pizza e tortellini non ci si accapiglia per legge Fornero, quota 100, TAV e altre quisquilie simili.

IL PAN D’ARANCIO: UNA SQUISITEZZA INASPETTATA ( E PURE VELOCE)

Diciamo la verità: ero abbastanza scettica su questa torta.

Una torta con tutta un’arancia dentro, buttata così, senza tante cerimonie, completa di tutta la sua parte bianca, l’albedo, che tutti noi sappiamo essere amarissima e ben poco gradevole – mi dicevo –  non può certo essere un granchè. Sarò l’ennesima “torta furba” della rete, dolci senza arte nè parte che danno un risultato appena appena sufficiente e spacciate ovunquecome l’ottava meraviglia del mondo.

Eppure, un qualcosa, chiamalo fiuto, chiamalo esperienza, chiamalo come vuoi, mi ha suggerito di provare lo stesso a preparare questo dolce. Forse sarà per le sue origini siciliane, forse sarà per il richiamo irresistibile alle arance e alle mandorle della Sicilia, forse sarà per la sua facilità di esecuzione, fatto sta che una bella mattina di dicembre, quando le arance tarocco sono al massimo del loro sapore e splendore, mi sono messa lì a fare il pan d’arancio. O d’arancia, se si volesse essere piu corretti secondo la grammatica italiana, e non quella latina, ma insomma, quel dolce lì che da anni mi tenta.

La ricetta è di una semplicità disarmante, basta essere dotati di regolare robot da cucina. No, non la planetaria, ma il classico robot con tazza e lame, che per me rimane il migliore e più versatile struemnto da cucina, in barba a tutte le planetarie dle mondo. Si taglia l’arancia a fettine fini e si mette così, tutta intera, polpa, buccia e albedo, nel mixer, fino a ridurre il tutto in purea, poi si aggiungono lo zucchero, le uova, l’olio, le farine e il lievito, e si fa girare qualche secondo. Fine.  Troppo semplice, per un buon dolce, dopo l’ubriacatura di planetarie, pastorizzazione delle uova, meringhe italiane e rimescolamenti rigorosamente dal basso in alto?

Ebbene, non ci crederete, ma il risultato è di una bontà strepitosa.

Ma soprattutto, ciò che più è strepitoso, è la consistenza: umida, piena, quasi cremosa. Merito dell’albedo, immagino, che in cambio di un pizzico di amarognolo –  che non si nota assolutamente più dopo la cottura –  regala questa struttura tutta particolare. Certo, in rete si trovano anche versioni fighette, con procedimenti doc in cui si montano le uova, intere o solo gli albumi, per avere una consistenza di tipo soffice. Ebbene, ascoltate me: non fatelo. Il bello di questo dolce, oltre al suo profumo di arancia e mandorle, è proprio nella sua struttura compatta, ma nello stesso tempo morbida, umida e cremosa, quasi avvolgente. In altre parole, il punto di forza di questo dolce non sta nella sofficità o nell’areosità,  come per esempio il pan di Spagna, ma proprio in questa particolare texture, oltre naturalmente che nel suo gusto squisito.

Per farla breve,  mai più pensavo che mettendo un’arancia intera nell’impasto e con  una lavorazione così semplice e veloce sarebbe venuto fuori uno dei dolci più buoni che io abbia mai assaggiato. Lode quindi al pan d’arancio, o d’arancia che dir si voglia. Che poi, anche qui, grammaticalmente parlando, tra arancio e arancia, che differenza potrà mai fare, rispetto alla squisitezza di questo dolce?  Probabilmente  solo quella che passa tra la bontà di un’arancina o di un’arancino, cioè nessuna.

E quindi, evviva il pan d’arancia: semplice, veloce, ma soprattutto squisito.

Ah, piccola precisazione: non vi stupisca il quantitativo di zucchero, pari (o poco meno)  a quello delle due farine di grano e mandorle: in fondo, è  praticamnete la stessa percentuale del pound-cake, o torta quattro quarti:  e “nessuno si è mai lamentato” (cit.)

PAN D’ARANCIO

Ingredienti:

100 gr farina di mandorle

200 gr farina 00

Un’arancia e mezza bio,  grosse (o due piccole)

100 ml olio di semi

3 uova

due/ tre cucchiai di latte a temperatura ambiente

un pizzico di sale

280 gr di zucchero

16 gr lievito (1 bustina)

Esecuzione:

Lavate bene le arance, poi tagliatele sottilmente, con buccia e tutto, e mettetele nella ciotola di un mixer fino a che non saranno ridotte in purè. A questo punto aggiungete lo zucchero e le uova, fate girare qualche decina di secondi poi aggiungete anche l’olio. Azionate nouvamente il mixer, fate amalgamare e infine, aggiungete le mandorle in farina . Aggiungete anche la farina, prima setacciata e mescolata con il lievito, un pizzico di salre e azionate ancora il robot per qualche decina di secondi, fino ad avere un impasto cremoso. Aggiungere anche qualche cucchiaio di latte.

Imburrate e infarinate una tortiera di circa 22 -24 cm di diametro oppure a vostro piacere (attenzione, questo composto tende ad attaccare, quindi non dimenticate di infarinare la tortiera, dopo averla imbrurrata, o ancor meglio foderatela con carta forno) e infornate a 180° C per circa mezz’ora o quaranta minuti, a seconda dello spessore del dolce dato dallo stampo prescelto. Uno stecchino infilato nel centro dovrà uscire pulito ma non perfettamente asciutto.

Togliete dal forno, attendete circa 10-15 minuti e sformate il dolce.

Gustate tiepida o anche fredda.

A piacere, una volta raffreddata, potete spolverizzare la superficie con dello zucchero a velo.

 

 

 

 

VA AL RISTORANTE E TROVA UNA PERLA NELLA ZUPPA DI OSTRICHE

Trovare una perla in un’ostrica non è certo una cosa usuale, anzi, molti di noi pensano che in fondo questa storia delle perle contenute nei molluschi non sia così reale e che certe cose accadano solamente nei cartoni animati o nei film per bambini.
Bene, allora andate a dirlo a Rick Antosh, un settantenne americano che una bella sera, recatosi in un ristorante con un amico di vecchia data per brindare ai tempi che furono con ostriche e Champagne, si è ritrovato sotto i denti proprio una bella perla.
I due si erano recati, per festeggiare degnamente la loro amicizia, nel più rinomato ristorante di New York in fatto di ostriche e molluschi, il ‘Grand Central Oyster Bar & Restaurant’, a Manhattan e avevano ordinato la loro bella zuppa di ostriche.
Ad un certo punto, l’uomo ha avverito qualcosa di duro sotto i denti? Una pietruzza dimenticata, un sassolino, un’otturazione saltata? Macchè, niente di tutto questo: il corpo estraneo finito nella bocca del fortunato cliente era nientemeno che una perla, una splendida, lucente, autentica perla. Un vera fortunata, scovata in una zuppa dal valore di poco più di 14 dollari (circa 13 euro). Un fatto davvero sensazionale, considerato che lo chef del locale, che vi lavora da ben 28 anni, ha detto che in tutti i suoi anni di servizio, questa è stata solo la seconda volta che un cliente ha avuto la fortuna di trovare una perla in un’ostrica, nonostante il locale venda qualcosa come cinque milioni di ostriche ogni anno.+
Un vero colpo di fortuna, che non uguaglia però quello accaduto ad una coppia di un ristorante di Salerno nell’agosto 2015: quando il titolare del locale ha preso nota della prenotazione telefonica della coppia, con tanto di richiesta di ostriche, e non avendone più a disposizione, si è recato subito in una vicina pescheria, a cui però ne erano rimaste solo tre. E in quelle tre ostriche si nascondevano cinque perle.
Cose che (a volte) succedono anche nella realtà. Sempre “agli altri”, ovviamente.

I MARRON GLACE’: LA RICETTA

 

I marron glacè costano un’enormità.
Anzi, diciamo meglio: uno sproposito.
Il loro prezzo infatti si aggira sui 2 euro per SINGOLO marrone, sia che lo compriate nella pasticceria più rinomata della città che nella panetteria più anonima.
E 2 euro per un maron glacè di circa 20 grammi vogliono dire circa 100 euro al chilo.
Tanto, troppo, considerato che la pasticceria fresca costa sui 40 euro circa al chilo – la più cara- , e comprende lavorazioni e materie ben più costose e impegnative di qualche semplice castagna, o meglio marrone.
E allora, sapete che faccio? Io, i marron glacè me li faccio da me!
E sono buonissimi, uguali uguali a quelli che comprate in giro. Non ci credete?
Non vi resta che provare.

MARRON GLACE’

Ingredienti:
Mezzo chilo di marroni
Mezzo chilo d zucchero
Mezzo chilo di acqua
Sale grosso
mezza stecca di vaniglia

Esecuzione:

Lavare i marroni, incidetene la buccia con un taglio orizzontale che comprenda sia la parte bombata della castagna sia parte del retro, facendogli cioè anche fare gli “angoli” della castagna stessa e metteteli in acqua bollente salata (se lascerete i marroni cosi’ incisi in acqua fredda per una notte intera, sarà ancora più facile levare poi la buccia).
Dal momento dell’ebollizione, contate circa 20 minuti: il frutto dovrà comunque essere morbido (uno stecchino, infilato nel centro dopo aver spelato la castagna, dovrebbe riuscire agevolmente a passare da parte a parte). Dopodichè, sbucciate i marroni, togliendo anche l a pellicina interna.
Nel frattempo preparate lo sciroppo di zucchero: mettete l’acqua e lo zucchero sul fuoco e portate e ebollizione.
Passate ora alla fase della canditura: mettete nello sciroppo preparato i marroni spelati, delicatamente, e fate bollire per circa 5-10 minuto. Poi levate dal fuoco e fate raffreddare completamente (potete anche far riposare fino al giorno successivo, di modo che le castagne si imbevano per bene di sciroppo).
Una volta raffreddate, togliete delicatamente i marroni dallo sciroppo, rimettete lo sciroppo sul fuco e portate a ebollizione. Inserite nuovamente i marroni nello sciroppo bollente, con delicatezza, e fate bollire per circa un minuto.
Fate nuovamente raffreddare del tutto sciroppo e marroni. Ripetete questa operazioni circa 4 o 5 volte, fino a che le castagne non saranno ben intrise di sciroppo e quest’ultimo non sarà diventato di un colore ambrato. Nelle ultime due bolliture aggiungete allo sciroppo la polpa di mezzo stecca di vaniglia.
Potrete anche effettuare questa operazione facendo riposare i marroni nello sciroppo per tutta la notte: in questo caso, occorreranno ovviamente 4 o 5 giorni per avere pronti i marroni glassati.
Una volta effettuata l’ultima bollitura, mettete i marroni delicatamente su un gratella e colatevi sopra lo sciroppo rimasto.
E infine, gustate: sono o non sono uguali uguali a quelli comprati?

MA I PANETTONI DEL SUPER A 2 EURO AL CHILO SONO DAVVERO LO STERCO DEL DIAVOLO?

C’è ancora chi si scandalizza per i panettoni venduti a due euro al supermercato.
Non appena a qualcuno salta in testa di scrivere un articolo acchiappa-click, o click-baiting come si dice ora, uno stuolo di lettori inferociti si scaglia contro i panettoni industriali, che sono in pratica quelli che abbiamo mangiato fino all’altroieri, ovvero fino a una decina di anni fa, e che andavano bene a tutti. Questo, prima della comparsa dei panettoni artigianali, che hanno trasformato un prodotto che nasce industriale, ovvero il panettone inventato da Angelo Motta agli inizi del secolo scorso, in un nuovo dolce per gourmet, un lievitato d’alto bordo da pagare non meno di trenta euro al chilo.
E visti i prezzi dei panettoni artigianali, sono molti ora a pensare che il panettoni del supermercato – che nel periodo natalizio vengono venduti in effetti a due, quattro euro al chilo – siano dei veri e proprio figli di satana, degli ammassi immondi di uova scadute, burro rancido e farina proveniente da campi ammantatati di glifosato o chissà cos’altro.
Allora, cerchiamo di fare ordine una volta per tutte: il panettone venduto a due euro al chilo non è un prodotto remunerativo, per il supermercato che lo vende, ovvero non c’è margine di guadagno su un panettone venduto a tali prezzi, ma anzi, il supermercato ci perde; il prodotto è infatti venduto sottocosto. E questo perché in dicembre i supermercati utilizzano il richiamo del dolce natalizio per eccellenza, il panettone appunto, come tipico “prodotto civetta”, ovvero un prodotto su cui non si realizza alcun guadagno, ma che serve a veicolare i consumi di altri prodotti. Ovviamente il punto vendita ha il suo tornaconto, e non essendo un’ente benefico è evidente che finchè le perdite realizzate sulle vendite dei panettoni saranno più che assorbite dai margini di guadagno di altri prodotti natalizi, la perdita sui panettoni si rivelerà essere in realtà un buon investimento.
Eppure, ancora oggi, sono tantissimi coloro che credono che il basso prezzo praticato dai supermercati a dicembre sia frutto o di opera di strozzinaggio sui fornitori oppure di acquisti di prodotti così scadenti da essere acquistati per pochi centesimi al chilo.
Chiariamo una volta per tutte che non è così: i panettoni del supermercato, e tra essi marchi che sono sul mercato da anni, come Melegatti, Bauli, Maina, Motta o Balocco, impiegano farina, burro, uova o altri aromi che nono sono di serie C ma non sono nemmeno di serie B, anzi, spesso utilizzano anche loro ingredienti come burri pregiati d’Oltralpe, come il pandoro Tre Marie, e uova di categoria A, magari non biologiche ma comunque di prima qualità. La politica di vendita del distributore finale, del supermercato in pratica, non ha nulla a che vedere con la qualità del prodotto, il cui costo supera ampiamente il prezzo di vendita al consumatore.
In altre parole, i panettoni industriali non sono lo sterco del diavolo, non ammazzano i bambini né sono fatti con ingredienti di terz’ordine, quart’ordine o pessima qualità (oltretutto, gli stabilimenti industriali sono controllati spesso e con regolarità dagli organi preposti, e sono senza ombra di dubbio molto più sicuri che alcuni laboratori artigianali di dubbia fama).
Nessuno scandalo, nessuna truffa, nessun attentato alla salute pubblica, quindi: i panettoni del supermercato sono buoni, sicuri e si possono mangiare in tutta tranquillità: non dimentichiamoci che, in fondo, sono i panettoni con cui siamo tutti cresciuti e che abbiamo portato in tavola felici fino all’altro ieri. E con grande gioia e soddisfazione per il nostro palato.
Oppure oggi siamo diventati troppo esigenti e raffinati per accontentarci ancora di un semplice panettone Motta o Melegatti?

LO STRAPOTERE DELLA PASTIERA NAPOLETANA: UN MISTERO ANCORA IRRISOLTO

E’ lei, la pastiera napoletana, che si aggiudica il primato di ricetta più cercata dagli italiani per l’anno 2018, così come riportato da Google Trends, la classifica delle top ten dei vari settori che ogni anno il portale di ricerca pubblica nel mese di dicembre.

RE’ proprio la pastiera, qundi, la ricetta che gli italiani si sono più affannati a cercare durante quest’anno che sta perfinire, e che è riuscita a spodestare persino un peso massimo come il tiramisù, che  di fronte a tanto successo si è dovuto accontentare di un misero secondo posto, davanti alla sempreverde pasta alla carbonara, al terzo gradino sul podio.

In effetti, bisogna riconoscere che la pastiera napoletana la fa da padrona, su Google, da almeno un paio d’anni, considerato che già lo scorso anno si era piazzata al vertice con un decorosissimo terzo posto, sorpassata solo dal migliaccio, sempre napoletano, e dalla carbonara, mentre nell’anno ancora precedente, il 2016, ancora nonfigurava tra le magnifiche dieci ricette più cliccate dagli italiani.

In realtà, però, classifiche a parte, è ormai già da diversi anni che il dolce partenopeo è in cima alle classifiche dei dolci più amati, fotografati e instagrammati dagli italiani. Il tipico dolce napoletano, che un tempo veniva preparato principalmente durante il periodo pasquale, è infatti oggi non solo di moda tutto l’anno, ma è anche diventato un po’ il simbolo del dolce pasquale in tutta Italia, e non solo in Campania. Questo probabilmente anche grazie al fatto che il grano necessario a preparare il ripieno del dolce è oggi reperibile facilmente in ogni supermercato, già cotto e pronto all’uso nel suo bel barattolo, mentre un tempo la lavorazione, che prevedeva di cuocere lentamente i chicchidi grano nel latte fino a renderli morbidi e cremosi, era senz’altropiù lunga e complessa.

O forse, il motivo di tanto successo sta nel suo aspetto, genuino e rassicurante, un aspetto che sa di buono, di casa, di semplicità, merce che oggi va per la maggiore, almeno a parole e in foto. Insomma, fatto sta che per un motivo o per l’altro, la pastiera oggi è diventata “Il” dolce italiano per eccellenza, non solo per il periodo di Pasqua ma per tutto l’anno, come testimonia appunto Google Trends.

Giusto? Sbagliato? Siamo davvero tutti d’accordo sulla supremazia di questo dolce al di sopra di ogni altro, al di sopra di panettoni, colombe, cremosi e tiramisù?

Bene, sappiate allora che chi scrive non è d’accordo. Per nulla. Ho assistito per anni, sui social, al dilagare di foto di pastiere propinate in ogni salsa, ne ho assaggiate diverse versioni, sia casalinghe fatte da nonne partenopee doc, sia ordinate nelle migliori, e anche peggiori, pasticcerie di Torino, che può vantare diversi maestri pasticcieri che le pastiere, come qualsiasi altro dolce, le sanno fare alla perfezione. E per me il verdetto è sempre stato quello: la pastiera non mi piace. Troppo massiccio il ripieno con il grano, troppo impegnativo lo sforzo che la consistenza della frolla e della crema di grano e ricotta richiedono alle mie fauci pur non delicate. Insomma, in una sola parola, troppo pesante. Vuoi mettere con una morbida cassata, anche fatta in casa, con il suo bel bordo fatto di morbido marzapane preparato in quattro e quattr’otto con zucchero a velo e mandorle, con il suo avvolgente ripieno a base di ricotta e quel sapore agrumato dato dai canditi e dall’acqua di fiori d’arancio? Vuoi mettere, anche senza scadere in eccessive decorazioni barocche e ridondanti, la scintillante bellezza della zuccata color dell’oro, del verde-acqua del cedro candito, del bianco niveo della ricotta fresca di pecora? E che dire della cassata al forno, la versione primigenia della cassata, anche lei di una delicatezza e di una morbidzza senza pari? Ecco, quando io penso alla cassata, alla sua morbida crema, al suo profumo e alla sua consistenza ineguagliabile, non posso fare a meno di chiedermi perché. Perché la pastiera sta avendo un così enorme successo pur essendo un dolce, a mio modesto parere, non certo eccezionale, mentre la cassata è nettamente staccata in Google Trends, su Instagaram e sui social vari.  Il motivo davvero non lo comprendo, e in fondo, da brava mezza siciliana, me ne rammaraico. Ma forse, la soluzione del mio dilemma sta tutta, semplicmente, nella parole di un  noto detto: “de gustibus non disputandum est”.

Proprio per questo io continuo, e continuerò  imperterrita,  a preferire sempre, comunque e dovunque, a una fetta di pesante pastiera, un boccone di morbida, soave, delicata cassata siciliana.