MERCATO CENTRALE A TORINO: LA RINASCITA DI PORTA PALAZZO PASSA ATTRAVERSO IL CIBO?

Per chi non è di Torino, la nascita di Mercato Centrale, che inaugurerà il prossimo 3 aprile in una delle piazze più caratterstiche, variopinte e multiculturali piazze della città, potrebbe non sembrare un grande avvenimento. Potrebbe sembrare, anzi, la solita, ennesima apertura di un altro di quei templi del cibo che ormai si vanno moltiplicando in ogni forma e in ogni declinazione praticamente ovunque.

Invece, Mercato Centrale, per Torino, potrà essere molto di più che il solito aggregato di ristoranti, botteghe e negozi di cibo: sarà, si spera, un punto di partenza per la rinascita di Porta Palazzo, alias Piazza XVIII dicembre, uno dei luoghi più caratteristici ma anche una delle zone più critiche e “calde” della capitale sabauda, per decenni abbandonato a se stesso e diventato teatro di delinquenza, spaccio e criminalità, tanto da passare, nel corso degli anni, da essere “la pi bela strà d’Turin” (la più bella strada di Torino), come cantava Gipo Farassino, a sinonimo di degrado, incuria e microcriminalità, situazione che si è pian piano radicata nel tempo e alla quale nessuna delle amministrazioni degli ultimi decenni, comprese quelle più attuali, è riuscita a porre rimedio.

Eppure, Porta Palazzo è sempre stata, sin dalla sua nascita, un luogo vivo, ricco, colmo di opportunità per chi le sa vedere e sfruttare: proprio da Porta Palazzo è partita a metà del 1800 la visionaria impresa di Francesco Cirio, che proprio rivedendo le verdure che acquistava ogni giorno al termine del mercato ebbe l’idea di inscatolare i pomodori con il metodo Appert per conservarli più a lungo, diventando così il re dei pomodori in scatola.

E sempre da Porta Palazzo parte oggi il progetto di Umberto Montano, anch’egli imprenditore visionario e lungimirante, che si propone di essere un polo di aggregazione di culture e di influenze riunite sotto un unico denominatore comune: il cibo.

All’interno del Palafuksas –  il grande palazzo di vetro e metallo costruito nel 1997 su progetto dell’architetto Massimiliano Fuksas e mai completamente sfruttato o utilizzato per il suo potenziale – proprio di fronte al mercato dell’ortofrutta, Montano ha individuato la sede ideale per replicare il successo di Roma e Firenze, dove Mercato Centrale è già meta imprescindibile di turisti e viaggiatori.

Aggiudicatosi il bando di gara per la concessione dell’area per la cifra di oltre un milione di euro (1.100.000, per l’esattezza) insieme con il il Gruppo Human Company, il progetto di Montano prevede una struttura che si snoda per 4500 metri quadrati, distribuiti su tre livelli. Ma è al piano terreno che sarà situata la vera anima di Mercato Centrale: qui verranno riunite le migliori botteghe artigiane e le più caratteristiche specialità dello Stivale: dal Trapizzino di Stefano Callegari, l’ormai celebre triangolo di focaccia farcita, alla pasta del pastificio De Michelis, marchio storico per la pasta a Torino, dai tartufi di Savini alle specialità siciliane di Carmelo Pannocchietti fino al gelato di Marchetti o ai formaggi e salumi di Savigni per finire con i latticini di Beppino Occelli, anche responsabile del reparto caseario e che gestirà un laboratorio didattico sul formaggio al primo piano; sempre al pirmo  piano ci sarà anche una distilleria con cocktail bar capitanata da Teo Musso di birra Baladin insieme al gruppo Vnk. Il secondo piano, invece, ospiterà mostre ed eventi culturali.

Ma soprattutto, accanto alle botteghe di prodotti tipici, scenderanno anche in campo tre protagonisti della grande ristorazione sabauda: Davide Scabin, Marcello Trentini – alias Magorabin- e la Farmacia del Cambio, ovvero Matteo Baronetto.

Il genio di Davide Scabin a Mercato Centrale si esprimerà attraverso “Carbone bianco”, un progetto che prevede cotture a carbone mentre Marcello Trentini proporra la una declinazione della sua cucina in chiave vegetariana con “La Fata Verde”. La Farmacia del Cambio, invece, che in pochi anni è riuscita ad arrivare al cuore dei torinesi, sarà il ristorante ufficiale di Mercato Centrale, e proporrà “un’offerta di grande qualità e personalità ma a spesa contentua”, dice Montano.

Grandi progetti, grandi nomi e grandi ambizioni per Mercato Centale e per questa piazza cara ai torinesi, e per troppo tempo abbandonata.

Forse, la rinascita di Porta Palazzo passa proprio attraverso il cibo.

MERCATO CENTRALE: I PROTAGONISTI.

Al piano terra:

Le specialità siciliane di Carmelo Pannocchietti

L’enoteca di Luca Boccoli

I formaggi e i salumi di Beppe Gioviale

Il Tartufo di Luciano Savini e Aurelio Barbero

La pizza di Marco Fierro

Il fritto di Martino Bellincampi

Il girarrosto di Alessandro Baronti

Il gelato di Alberto Marchetti

La carne piemontese di Marco Martini

La carne e i salumi toscani della famiglia Savigni

La pasta fresca di Egidio Michelis

Il pesce di Valerio Lo Russo

I formaggi di Beppino Occelli

Il Mulino Viva la Farina

Il pane di Raffaele d’Errico

Il Trapizzino di Stefano Callegari

L’hamburger di chianina di Enrico Lagorio

La torrefazione e il cioccolato

I ristoranti:

La Fata Verde di Marcello Trentini

Carbone Bianco di Davide Scabin

Il ristorante de La Farmacia del Cambio

Al primo piano:

Il laboratorio dei formaggi di Beppino Occelli

La distilleria e cocktail bar di Vnk e Baladin

La scuola di cucina Lorenzo de Medici

 

Fonti: Mole24, EatPiemonte, Gambero rosso, Guidatorino, Artribune

 

TARTE ROBUCHON (CROSTATA AL CIOCCOLATO)

La tarte Robuchon è un’istituzione nel mondo delle crostate al cioccolato. Anzi, per un verso possiamo dire che “è” la crostata al cioccolato; essenziale, lineare, perfetta, esalta senza tanti fronzoli e senza tante aggiunte quello che è il suo elemento principale: il cioccolato.

Pochi altri ingredienti vengono a mischiarsi al “cibo degli dei” contenuto nel suo interno: non crema pasticciera, come per esempio nella pur ottima e celebre crostata al cioccolato di Knam, non caramello, ormai così (ab) usato in abbinamento al cioccolato, non creme inglesi, strati di confettura, lamponi (ormai onnipresenti – purtroppo – in abbinamento al cioccolato), fragole, scaglie di cocco o altro: solo cioccolato, un po’ di panna e un uovo per addensare il tutto. Finito.

Ma il segreto non sta solo nella purezza degli ingredienti, ma anche nella cottura. La crostata del maestro francese infatti prevede una prima cottura in bianco, cioè del solo guscio di frolla senza farcia, e poi, una volta inserita la crema di cioccolato, una seconda cottura, ma a calore moderato, moderatissimo: 110-120°C, statico, per circa 30-35 minuti: in questo modo, si avrà una crema morbida ma consistente, avvolgente ma strutturata e, soprattutto, senza alcuno retrogusto di uovo, sensibile alle alte temperature.

Altro passaggio fondamentale? Attenzione nel momento in cui mescolate la panna con il cioccolato e, in seguito, anche l’uovo: è fondamentale girare delicatamente, e solo per il tempo necessario ad amalgamare tutti gli ingredienti: questo per evitare di inglobare aria, che avrebbe nefaste ripercussioni non solo sull’aspetto, ma anche sul gusto: nfatti, inglobando aria, infatti,  la crema risulterà essere, dopo la cottura, opaca e disseminata di tante piccole bolle d’aria, invece che liscia e lucente, e anche il gusto non sarà così netto. Chi scrive ne ha esperienza diretta, risalente alla prima versione, preparata anni fa, di questo dolce squisito.

Va da sé poi che anche la frolla debba essere perfetta, poco lavorata per non risultare dura e non eccessivamente dolce, per non coprire il gusto del ripieno.

Joel Robuchon, mancato nel 2018 all’età di 73 anni, e con le sue 32 stelle Michelin aggiudicatesi nel corso della sua lunga carriera, era lo chef più “stellato” al mondo, ed è passato alla storia per la sua cucina e i suoi piatti essenziali, come l’ormai iconico purè di patate ratte (un tipo di patata piccola e dal gusto delicato) e, anche, per questa celebratissima crostata al cioccolato.

“La cucina è semplicità e la cosa più difficile è la semplicità”, amava ripetere lo chef francese, che diceva anche anche che “per essere creativi bisogna avere basi solide; a me piace lavorare con pochi ingredienti: chi assaggia quello che prepara deve saper riconoscere le materie prime che ha usato senza difficoltà”.

Tutti elementi che si ritrovano in questa deliziosa crostata al cioccolato e che ne fanno una delle ricette più cliccate della rete.

 

 

 

TARTE ROBUCHON  di Joel Robuchon (CROSTATA AL CIOCCOLATO)

Ingredienti per uno stampo da 26 cm di diametro:

per la pasta frolla:
250 g di farina debole
200 g di burro a tocchetti
100 g di zucchero a velo
2 tuorli
1 pizzico di sale

per il ripieno:
200 g di cioccolato fondente
150 g di panna al 35% di grassi
50 g di latte intero
1 uovo

Esecuzione:

Per la frolla

Nella ciotola della planetaria mettete il burro freddo a cubetti con lo zucchero a velo e lavorate utilizzando il gancio a k a bassa velocità . Aggiungete i tuorli, uno alla volta, sempre tenendo l’apparecchio in funzione ed incorporate la farina insieme al pizzico di sale continuando a impastare solo fino ad ottenere una palla liscia e omogenea. Avvolgetela nella pellicola alimentare e fatela raffreddare in frigorifero per almeno un paio d’ore (oppure mettete tutto nel robot e fate girare solo fino a ottenere grosse briciole, poi compattatele velocamente con le mani, metete il panetto in frigo avvolto in pellicola alimentare).

Trascorso il tempo di riposo in frigo, prendete l’impasto, rilavoratelo qualche secondo – solo il tempo di renderlo lavorabile – e stendetelo allo spessore di circa 5 mm. Imburrate uno stampo da crostata da 26 cm di diametro e rivestitelo con l’impasto.Bucherellate la superficie con i rebbi di una forchetta, ricopritela di carta da forno e disponetevi all’interno piccole pietre o riso o ceci o gli appositi pesi per cotture in bianco. Fate cuocere a 180° per circa 15 minuti, poi togliete la carta e i pesi e fate cuocere ancora per altri 5-10 minuti circa o comunque fino a leggera doratura. Sfornate e fate raffreddare.

Per il ripieno: portate a bollore la panna con il latte e versate sul cioccolato fondente ridotto a scaglie in una terrina. Mescolate delicatamente cercando di non incorporare aria, unendo anche l’uovo, precedentemente battuo leggermente (si amalgamerà prima e eviterete di girare troppo la crema, incorporando aria)  fino ad avere una crema omogenea. Versate la crema all’interno del guscio di frolla, livellate bene, e fate cuocere nel forno già caldo a 110/120° fino a quando la crema raggiungerà la consistenza di un budino (circa 35 minuti: dovrà apparire soda ma ancora budinosa; raffreddandosi, si compatterà ancora).
Sfornate e fate raffreddare leggermente, poi togliete dallo stampo e fate raffreddare completamente.
Questa crostata di gusta al suo meglio a temperatura ambiente. Se la conservate in frigo,ricordate di toglierla almeno un’oretta prima di servire.

 

 

GIOVANNI RASTRELLI E’ TRA I 30 GIOVANI DA TENERE D’OCCHIO PER FORBES

E’ arrivata alla quarta edizione la classifica 30 under 30”, la lista di Forbes, nota rivista americana,  che ogni anno seleziona 30 giovani talenti che si sono distinti in diversi campi della tecnica, della scienza, dell’arte o dell’industria.

Nel 2017, per restare nel campo del food, era stata la giovanissima Isabella Potì, allora 21enne, pastry-chef del ristorante Bros, a Lecce, ad essere inserita nella classifica, mentre quest’anno, sempre nel campo del cibo, è Giovanni Rastrelli, 28 anni, a guadagnarsi un posto nella classifica, per il suo contributo in una delle più nuove ed interessanti realtà gastronomiche torinesi.

Rastrelli, proveniente dal politecnico di Torino, è infatti l’amministatore delegato di Edit – (Eat Drink Innovate Together), il grande spazio polivalente di 2400 metri quadri su due piani collocato nato da un’ideda dell’imprenditore torinese Marco Brignone, situato in un’area completamente rinnovata del capoluogo piemontese, quella dell’ex Incet, storica ditta di cavi elettrici, dove oggi trovano spazio locali, ristoranti cocktail bar, una bakery caffè, una birreria artigianale e quattro cucine utilizzate per show cooking ma anche da affittare a cuochi amatoriali, e che comprende (va) nomi come Pietro Leeman, il  noto chef vegetariano (che ha ora terminato la sua consulenza con Edit), Renato Bosco con i suoi lievitati, o i fratelli Costardi (che però han recentmente detto addio alla loro consulenza in Edit per concentrarsi nuovamente sul loro ristorante nel vercellese). La struttura, che aveva raccolto finanziamenti per 6 milioni di dollari (oltre cinque milioni di euro) per la sua realizzazione, ha  realizzato nel 2018 circa 4 milioni di dollari di fatturato (oltre tre milioni e mezzo di euro)

 

LE DONNE GIAPPONESI SONO STUFE DI REGALARE CIOCCOLATINI AI LORO COLLEGHI D’UFFICIO PER SAN VALENTINO

In Giappone vige una particolare usanza, per il giorno di San Valentino: il giri-choco. In pratica, il 14 febbraio, tradizione vuole che le donne regalino agli uomini dei cioccolatini, o comunque del cioccolato, in qualsiasi forma.

Attenzione, non a tutti gli uomini, però: dallo scambio di cioccolatini sono esclusi mariti, findanzati e ogni altro tipo di maschio con cui si abbiano relazioni di affetto o intimità; il giri-choco, infatti, è riservato agli uomini con cui si hanno relazioni formali, obbligate: in pratica a colleghi d’ufficio o superiori. Non per nulla il termine stesso, “giri-choco”, significa qualcosa tipo “il cioccolato dell’obbligo”, e non per nulla, forse, i cioccolatini che si regalno per questa ricorrenza sono in genere di qualità medio-bassa e di basso costo.

Vige però anche un’altra consuetudine, sempre per il giorno di San Valentino,  vale a dire l’honmei-choco, il “cioccolato del vero sentimento”, in occasione del quale le donne regalano sempre cioccolatini – questa volta di buona qualità e spesso fatti a mano dalle ragazze giapponesi –  a mariti, pretendenti e fidanzati vari. Uomini, insomma, con i quali si ha una relazione di amore o affetto.

Dal canto loro, i maschietti hanno la possibilità di ricambiare il cortese pensiero, obbligato o sentito, a distanza di un mese, durante il White day, quondo sono loro a dover regalare al gentil sesso cioccolatini ma anche pupazzetti o persino gioielli.

Il fatto però che sta emergendo in questi ulitmi anni è che  le donne giapponesi hanno incominciato a percepire  il giri-choco per quello che effettivamente è: un obbligo, un dovere, un atto senza alcun valore verso maschi di cui non hanno o non vorrebbero avere alcuna considerazione e di cui farebbeo volentieri a meno: in altre parole i colleghi d’ufficio. Alcune aziende nipponiche sono arrivate persino a vietare la pratica del giri-choco al loro interno, in quanto vissuto dalle dipendenti addirittura come una sorta di molestia o di abuso. Secondo uan ricerca riportata dal Corriere, ben il 56% delle donne intervistate regalerà sì, per questo San Valentino, i consueti cioccolatini, ma non li donerà a colleghi e superiori, bensì a mariti e findanzati, o comuque a membri della famiglia.

Certo è che la tradizione, nemmeno tanto antica, del giri-choco sta subendo una fase di netto declino, fatto che ha portato a un vero tracollo per diverse case di cioccolato che, proprio a causa del giri-choco, annoverano il paese del Sol Levante tra i migliori mercati per la vendita del loro cioccolato.

Ma ora non pare più tempo di obblighi, le giapponesi si stanno ribellando  a questa moda risalente agli anni ’50 e che trae origini dalle abitudini occidentali di scambiarsi cioccolatini durante le feste, e molte ditte di cioccolato, come la belga Godiva, hanno lanciato una campagna pubblicitaria in cui invitano le donne giapponesi a non sentirsi obbligate a regalare alcunché in onore del giri-choco: “Il giorno di San Valentino è un giorno in cui le persone trasmettono i loro veri sentimenti”, recita la campagna della casa belga. Che potrebbe suonare anche come un invito non a smettere di comprare cioccolato ma ad acquistarlo per coloro a cui si è legati o a cui si tiene davvero.

E i colleghi d’ufficio non paiono essere tra questa categoria. Almeno per le donne giapponesi.

Crediti: Corriere, SoraNews24

SANREMO 2019, ULTIMO E MOHAMOOD, OVVERO QUANDO IL TELEVOTO NON CONTA NULLA

Quest’anno Sanremo lo ha vinto Ultimo.

Anzi, no, tutto da rifare, lo ha vinto Mohamood.

O meglio, per il pubblico a casa, il vincitore, colui che ha conquistao il 46% di televoti,  è stato Ultimo, mentre invece per la giuria degli ‘esperti’ (8 persone), in massima  parte attori, giornalisti e un ristoratore con l’hobby della musica, vale a dire Joe Bastianich, e per la sala stampa, ovvero 30 persone circa, per la maggior parte tutte schierate diligentemente a a sinistra, il vincitore, guarda caso, è stato Mohammud. E’ vero, la canzone è carina, orecchiabile, ha quell’aria esotica che piace tanto, e il testo è “impegnato”, come piace tanto alla gente che conta, e tutto quello che vuoi, ma non meritava di vincere.  E non lo meritava perchè milioni di italiani, da casa, con il televoto, avevano scelto come vincitore Ultimo, che ha raggranellato il 46% di televoti contro il 12% di Mohamood.

Non ho particolari simpatie per Ultimo, non mi è piaciuto l’atteggiamento tenuto dopo il Festival e la sua canzone, per me, starebbe stata bene alla 25ma posizione, quella che,  in fondo, dovrebbe essere più ambita da uno che come nome d’arte ha scelto “Ultimo”, e non “Primo”. Ma ciò non toglie che alla maggior parte delle persone che ha votato – pagando –  da casa, il pezzo di Ultimo sia piaciuto, e tanto, talmente tanto da incoronarlo tele-vincitore. E di conseuenza, vincitore della kermesse canora. Questo in un Paese normale, in un Festival normale e con una logica normale.

Nel paese reale, invece, e più specificatmente al Festival della canzone italiana (italiana? italiana?) di Sanremo, una  giuria composta da una manata di attori, cuochi e giornalisti ha deciso che il voto dei poveracci che ha telefonato a pagamento da casa non contava nulla. Ha deciso che le sonorità rap-arabbegianti di Mohamood erano assolutamente da premiare, e chi se ne frega del televoto; in pratica, una giuria di una quarantina di radical chic ha utilizzato a suo piacimento Sanremo come mezzo per inculcare nelle menti (deboli) il messaggio global ormai imperante, selezionando i vincitori in base a parametri e ideologie che nulla hanno a che fare con la musica.  E ha stravolto, sovvertito, annullato il voto popolare, che era a favore del buon Ultimo, per il più iconico e modaiolo Mohamood. E stando così le cose,  Ultimo ha davvero tutte le ragioni per avere un diavolo per capello: provate un po’ voi a vincere un Sanremo e poi farvi scippare il titolo da una trentina di puzze sotto il naso!

E quindi, bravo Ultimo, viva Ultimo.

Anche se io continuo a preferire la Bertè.

IN INGHILTERRA CIP E CIOP FINISCONO IN PADELLA

Lo scoiattolo grigio, si sa, è un animale infestatante. Dovunque arrivi, il prolifico roditore si riproduce a velocità vertiginose, creando non pochi problemi ai suoi simili e anche all’ecosistema circostante.

Arrivato nella vecchia Europa nel secolo scorso come ricordo di viaggio di alcuni turisti che si erano recati in Nord America, patria di questi graziosi animaletti, lo scoiattolo grigio si è poi ambientato perfettamente nel vecchio mondo, e ha cominciato a proliferare in maniera esponenziale, tanto da mettere a rischio la sopravvivenza della specie autoctona, lo scoiattolo rosso europeo, ormai quasi in via di estinzione. Infatti, lo scoiattolo grigio è portatore sano di un virus, il parapoxvirus, innocuo per gli umani, che si è rivelato letale per lo scoiattolo rosso europeo, e che ha contribuito inesorabilmente alla sua progressiva scomparsa.

Non per nulla l’UE ha inviato all’Italia – dove lo scoiattolo grigio è molto diffuso, in modo particolare in Piemonte, Liguria e Umbria –  ben tre raccomandazioni ufficiali esortandoci a porre un freno alla riproduzione del roditore, mentre Francia e Svizzera, che confinano con i nostri boschi, hanno anche diplomaticamente fatto sapere che “se troviamo anche un solo scoiattolo (grigio) nei nostri boschi, sarà guerra”. Questo, tanto per illustrare l’aria che tira, qui in Europa, attorno allo scoiattolo grigio.

Ma se l’Italia piange, l’Inghilterra non ride. Anche la Gran Bretagna, infatti, ha il suo bel surplus di scoiattoli grigi, considerato che una stima del 2009 riportata dal National Geographic ha fatto registrare nel Regno Unito la cifra di circa due milioni e mezzo di scoiattoli grigi contro le 10-15.000 unità di quelli rossi. Ma la differenza di approccio rispetto a noi è che gli inglesi, con la loro flemma e il loro pragmatismo secolare, hanno trovato un modo davvero infallibile, sano e a costo zero per contrastare la riproduzione incontrollata degli scoiattoli grigi: mangiarseli.

Proprio così: gli inglesi, già da almeno un decennio, si sono fatti promotori della campagna “Save our  Squirrels”, salviamo i nostri scoiattoli, al grido di “mangia un grigio e salva un rosso”, e  hanno pensato bene di sterminare i fastodiosi animaletti facendoli finire direttament in padella.

Il simpatico roditore, infatti, pare abbia carni buonissime, con pochi grassi e dal gusto dolce, simili al coniglio ma un po’ più grasse. Per altri invece sa di nocciole, per altri ancora di agnello misto ad anatra. Gli inglesi ne vanno pazzi, i macellai li finiscono in un amen e i centri commerciali, dove spesso si trovano anche surgelati, li vendono a manetta, mentre le massaie adorano cucinarli con patatine fritte, assieme a salsiccia e pancetta, o come ripieno di morbide pies di carne. Per non parlare dei ristoranti, come il noto St. John, che lo inserisce in carta quando di stagione (principalmnte in primavera), o gli chef britannici, come Hugh Fearnley-Whittingstall, che li cucinano tranquillamente nei programmi TV senza che a nessun inglese onnivoro venga in mente di scandalizzarsi o storcere il naso di fronte all’inconsueto piatto.

D’altronde, in Nord America, patria dello scoiattolo grigio, la tradizione di mangiare scoiattoli è secolare, ed è stata riportata anche nei ricettari di cucina, almeno fino alla metà del secolo scorso, quando lo scoiattolo è scomparso dalle cucine e dai ricettari americani in quanto giudicato un pasto troppo umile, amato solo da bifolchi e montanari.  Famoso e molto consumato era lo stufato di Brunswick, ora preparato con pollo o maiale, dove la carne di scoiattolo era cucinata con brodo di vitello, Madera e fagioli.

E oggi, la carne di scoiattolo, è ritornata prepotentmente alla ribalta come cibo etico, sostenibile e salutare. E anche buono. Da noi, qui in Italia, tale moda non è ancora arrivata, nè è detto che arrivi o attecchisca, vista l’alta concentrazione di movimenti animalisti e una (comprensibile) naturale repulsione per i roditori cucinati, ma non si può mai sapere.

D’altronde,  qui a Torino, nei parchi cittadini, c’è  una folta schiera di scoiattoli grigi che spesso si spingono fino nelle strade circostanti a cercare cibo.

Chissà, magari una volta o l’altra….

 

 

Crediti: National Geographic, Corriere, Repubblica. Immagini: Alamy

IL PAN D’ARANCIO: UNA SQUISITEZZA INASPETTATA ( E PURE VELOCE)

Diciamo la verità: ero abbastanza scettica su questa torta.

Una torta con tutta un’arancia dentro, buttata così, senza tante cerimonie, completa di tutta la sua parte bianca, l’albedo, che tutti noi sappiamo essere amarissima e ben poco gradevole – mi dicevo –  non può certo essere un granchè. Sarò l’ennesima “torta furba” della rete, dolci senza arte nè parte che danno un risultato appena appena sufficiente e spacciate ovunquecome l’ottava meraviglia del mondo.

Eppure, un qualcosa, chiamalo fiuto, chiamalo esperienza, chiamalo come vuoi, mi ha suggerito di provare lo stesso a preparare questo dolce. Forse sarà per le sue origini siciliane, forse sarà per il richiamo irresistibile alle arance e alle mandorle della Sicilia, forse sarà per la sua facilità di esecuzione, fatto sta che una bella mattina di dicembre, quando le arance tarocco sono al massimo del loro sapore e splendore, mi sono messa lì a fare il pan d’arancio. O d’arancia, se si volesse essere piu corretti secondo la grammatica italiana, e non quella latina, ma insomma, quel dolce lì che da anni mi tenta.

La ricetta è di una semplicità disarmante, basta essere dotati di regolare robot da cucina. No, non la planetaria, ma il classico robot con tazza e lame, che per me rimane il migliore e più versatile struemnto da cucina, in barba a tutte le planetarie dle mondo. Si taglia l’arancia a fettine fini e si mette così, tutta intera, polpa, buccia e albedo, nel mixer, fino a ridurre il tutto in purea, poi si aggiungono lo zucchero, le uova, l’olio, le farine e il lievito, e si fa girare qualche secondo. Fine.  Troppo semplice, per un buon dolce, dopo l’ubriacatura di planetarie, pastorizzazione delle uova, meringhe italiane e rimescolamenti rigorosamente dal basso in alto?

Ebbene, non ci crederete, ma il risultato è di una bontà strepitosa.

Ma soprattutto, ciò che più è strepitoso, è la consistenza: umida, piena, quasi cremosa. Merito dell’albedo, immagino, che in cambio di un pizzico di amarognolo –  che non si nota assolutamente più dopo la cottura –  regala questa struttura tutta particolare. Certo, in rete si trovano anche versioni fighette, con procedimenti doc in cui si montano le uova, intere o solo gli albumi, per avere una consistenza di tipo soffice. Ebbene, ascoltate me: non fatelo. Il bello di questo dolce, oltre al suo profumo di arancia e mandorle, è proprio nella sua struttura compatta, ma nello stesso tempo morbida, umida e cremosa, quasi avvolgente. In altre parole, il punto di forza di questo dolce non sta nella sofficità o nell’areosità,  come per esempio il pan di Spagna, ma proprio in questa particolare texture, oltre naturalmente che nel suo gusto squisito.

Per farla breve,  mai più pensavo che mettendo un’arancia intera nell’impasto e con  una lavorazione così semplice e veloce sarebbe venuto fuori uno dei dolci più buoni che io abbia mai assaggiato. Lode quindi al pan d’arancio, o d’arancia che dir si voglia. Che poi, anche qui, grammaticalmente parlando, tra arancio e arancia, che differenza potrà mai fare, rispetto alla squisitezza di questo dolce?  Probabilmente  solo quella che passa tra la bontà di un’arancina o di un’arancino, cioè nessuna.

E quindi, evviva il pan d’arancia: semplice, veloce, ma soprattutto squisito.

Ah, piccola precisazione: non vi stupisca il quantitativo di zucchero, pari (o poco meno)  a quello delle due farine di grano e mandorle: in fondo, è  praticamnete la stessa percentuale del pound-cake, o torta quattro quarti:  e “nessuno si è mai lamentato” (cit.)

PAN D’ARANCIO

Ingredienti:

100 gr farina di mandorle

200 gr farina 00

Un’arancia e mezza bio,  grosse (o due piccole)

100 ml olio di semi

3 uova

due/ tre cucchiai di latte a temperatura ambiente

un pizzico di sale

280 gr di zucchero

16 gr lievito (1 bustina)

Esecuzione:

Lavate bene le arance, poi tagliatele sottilmente, con buccia e tutto, e mettetele nella ciotola di un mixer fino a che non saranno ridotte in purè. A questo punto aggiungete lo zucchero e le uova, fate girare qualche decina di secondi poi aggiungete anche l’olio. Azionate nouvamente il mixer, fate amalgamare e infine, aggiungete le mandorle in farina . Aggiungete anche la farina, prima setacciata e mescolata con il lievito, un pizzico di salre e azionate ancora il robot per qualche decina di secondi, fino ad avere un impasto cremoso. Aggiungere anche qualche cucchiaio di latte.

Imburrate e infarinate una tortiera di circa 22 -24 cm di diametro oppure a vostro piacere (attenzione, questo composto tende ad attaccare, quindi non dimenticate di infarinare la tortiera, dopo averla imbrurrata, o ancor meglio foderatela con carta forno) e infornate a 180° C per circa mezz’ora o quaranta minuti, a seconda dello spessore del dolce dato dallo stampo prescelto. Uno stecchino infilato nel centro dovrà uscire pulito ma non perfettamente asciutto.

Togliete dal forno, attendete circa 10-15 minuti e sformate il dolce.

Gustate tiepida o anche fredda.

A piacere, una volta raffreddata, potete spolverizzare la superficie con dello zucchero a velo.