IL TRAPIZZINO ORA SBARCA ANCHE A TORINO

Il trapizzino? Ora sbarca anche a Torino.

E se qualche torinese ancora non sa esattamente di cosa si tratti, non ha che da pazientare un poco: a marzo, infatti, l’ormai celeberrima invenzione del pizzaiolo romano Stefano Callegari si potrà gustare anche nella capitale sabauda, e più precisamente, secondo le indiscrezioni, a Porta Palazzo, mercato e cuore multietnico del cibo, più precisamente all’interno del Palafuksas, l’edificio di vetro e acciaio un tempo adibito a mercato dell’abbigliamento e che oggi ospita botteghe gastronomiche di ogni tipo, dal macellaio al salumiere, dal panetterie  al pastificio, e che troneggia imponente ai lati della Piazza, vicino ai cosiddetti “contadini”.

Il Trapizzino, per quegli sparuti individui che ancora non lo sapessero, è il celebre “panino” di forma triangolare, e che deve parte del suo nome, e della sua forma, al tramezzino, quel tramezzino che proprio a Torino fu tenuto a battesimo da Gabriele D’annunzio, che nel lontano 1925 per primo addentò quel morbido sandwich di pane tostato tagliato in triangoli al Caffè Mulassano, dove i proprietari, tornati dall’America, si erano portati una macchina tostapane e con quella deliziavano i clienti con i loro tramezzini ripieni di burro e acciughe, peperoni e acciughe e altre tipicità torinesi. Il trapizzino, invece, di torinese ha solo parte del nome: per il resto, infatti, si tratti di un triangolo di pizza bianca riempito con i classici della cucina romana: polpette al sugo, coda alla vaccinara, pollo alla cacciatora, lingua in salsa verde, trippa, broccoli e salsiccia, carciofi alla romana, guancia brasata, coratella con cipolle e chi più ne ha  più ne metta.  Un vero tripudio di gusti e di sapore, che ben poco hanno a che spartire con le classiche, tristi farciture a base di verdura scondita o salumi di seconda scelta.

Un’idea semplice, quella avuta da Callegari nel 2008, ma che ha conquistato rapidamente i palati non solo nazionali, ma di tutto il mondo: prima di Torino, infatti, il Trapizzino è giù sbarcato, oltre che ovviamente a Roma, a Milano, Firenze e anche a New York. E ora, anche i torinesi potranno gustare il famoso trapizzino, magari sperando, nel profondo del loro cuore, che ne venga offerta anche una versione in salsa piemontese, magari farcito con tomini elettrici, acciughe al verde o, perchè no, con peperoni, cardi gobbi e topinambur freschi conditi da qualche generosa cucchiaiata di bagna caoda.

Crediti: Diario di Torino, Mole24, Il Messaggero. Immagini: Il Trapizzino

STAMPI PER DOLCI IN SILICONE: SONO DAVVERO SICURI OPPURE….

Gli stampi per dolci in silicone impazzano ormai da tempo nelle nostre cucine. Colorati, comodi e pratici, hanno velocemente rimpiazzato le ordinarie tortiere in alluminio o altri materiali, diventando dei veri protagonisti nella realizzazione dei nostri dolci.

Ma oltre ad essere colorati, belli a vedersi e facili da riporre, sono anche sicuri, al di là di ogni ragionevole dubbio? Siamo davvero certi che il materiale di cui sono composti sia così resistente alle alte temperature e a un uso prolungato, e non sia ipotizzabile invece qualche pericolo per la nostra salute dato dal passaggio di alcuni loro componenti ai cibi che stanno cuocendo?

A porsi la domanda è stata la rivista francese “60 millions de consommateurs”, che ha analizzato nove tra gli stampi più utilizzati, riscaldandoli dopo averli riempiti di olio.

E i risultati non sono stati tutti così confortanti.

Infatti, lo stampo per cake “Bake Me”(9,90 euro), acquistato in un punto vendita Gifi , lo stampo senza marchio per 9 madeleines acquistato in un punto vendita “Zodio”  (10 euro) e lo stampo per 9 madeleines di “De Buyer” (25 euro), contengono tutti e tre numerose sostanze che, sotto l’effetto del calore e dell’usura, possono trasferirsi in quantità non trascurabili ai cibi, arrivando anche a contaminare gli alimenti. Un processo che può rivelarsi nocivo per chi utilizza regolarmente questi stampi, precisa la rivista.

Non solo: gli stampi in silicone possono anche liberare materie organiche volatili libere, impurità o residui di fabbricazione del silicone potenzialmente tossici. Il peggiore, in questo caso, è stato lo stampo per 9 madeleines del marchio “Mastrad”, giudicato “insufficiente”, come sicurezza, dal test francese.

Fortunatamente, altri marchi di stampi per dolci in silicone non si sono rivelati così potenzialmente pericolosi: tra i promossi, gli stampi Tefal, Carrefour e Ikea, per i quali il rilascio di sostanze dannose si è rivelato nullo o comunque poco significativo.

Consoliamoci, quindi: il momento di buttare nella spazzatura i nostri begli stampi colorati non è ancora arrivato.

O meglio, non è ancora arrivato per tutti.

Fonti e immagini: Medisite.com

CHIUDE IL PIANO 35 A TORINO

Un triste epilogo, almeno per ora, quello del Piano 35, il tormentato ed esclusivo ristorante situato all’utlimo piano del grattacielo Intesa San Paolo, a Torino, con vista scenografica sullo skyline della città e sui monti che la circondano.

Il locale, aperto nel 2016, era stato inizialmente gestito dallo chef Ivan Milani, ma sin da subito la gestione del locale si era dimostrata problematica, tanto che nella primavera del 2017, a nemmeno un anno di distanza dalla trionfale apertura, lo chef aveva abbandonato baracca e burattini per dedicarsi ad altri progetti.

Una separazione che già a suo tempo aveva destato scalpore, nonostante il ristorante facesse registrare regolarmente il tutto esaurito, e che ora comunque appare come il primo segnale di una gestione sofferta e deficitaria, con conti in rosso e divergenze di opinione tra chef e proprietà, senza contare le difficoltà logistiche date dalla collocazione dei magazzini, ubicati nei sotterranei, 35 piani al di sotto del locale e che forse non poco hanno inciso sulla storia del locale e le varie rotazioni di chef.

Dopo l’uscita di Ivan Milani, il ristorante era stato temporanemente affidato a Fabio Marcì, suo sous-chef, cosa che faceva sperare in un percorso di stabilità e continuità, ma ben presto anche Macrì se ne era poi andato, pare per gli stessi motivi  di Milani, lasciando  poi la patata bollente a Marco Sacco, chef bistellato del Piccolo Lago di Verbania, lo scorso settembre.

E oggi, la conferma ufficiale: il ristorante chiuderà ufficialmente il 31 dicembre, non essendo stato rinnovato il contratto con Affida, la società del gruppo CIR Food che si occupa della gestione del locale sin dalla sua apertura. Una chiusura chenon dovrebbe comunque essere definitiva, in quanto pare che la proprietà, il Gruppo Intesa-San Paolo, stia comunque cercando di trovare delle soluzioni nuove per il locale, per non privare i clienti, torinesi e turisti, di una realtà che comunque, al di là di questioni interne organizzative o logistiche, era in pochi anni riuscita a conquistare il favore del pubblico e anche della critica, aggiudicandosi premi e riconoscimenti.

Stessi problemi ovviamente anche per il Lounge Bar, situato al di sopra del ristorante e guidato egregiamente da uno dei migliori bartender nazionali, Mirko Turconi,  Campione italiano della Diageo Reserve World Class 2017,e che costituiva un punto di riferimento per gli amanti del buon bere. Anche il lounge bar si ritrova oggi nelle stesse condizioni del ristorante e con una grande incongnita su quello che sarà il futuro del locale.

Intanto, oggi, sul profilo Facebook dello chef Ivan Milani, è comparso un post ambiguo, che recita “veritas filia temporis”, ossia la verità è figlia del tempo, corredato da un testo ermetico-filosofico  avente come soggetto la verità, la sua paziente attesa e il tempo galantuomo che porta alla luce tutti i misfatti: un chiaro riferimento alla tormentata vicenda del Piano 35 e alla sua diparita dal locale?

Intanto, i 40 dipendenti del ristorante più alto d’Italia aspettano con ansia di conoscere il loro destino.

Magari anche a piani meno alti e scenografici, ma più stabili e sicuri.

Crediti: Mole24, La Stampa

 

 

MATTEO SALVINI, I TORTELLINI AL RAGU’ E LE IRE DEL WEB

Ormai è pacifico: non esiste piatto che  Matteo Salvini pubblichi sul suo profilo personale che non susciti le ire di qualcuno.

Sarà che il nostro ministro dell’interno non fa mistero del suo amore per la buona tavola –  una tavola generalmente  popolare e senza troppe pretese proprio come quella della maggior parte di noi –  ma fatto sta che che anche quando pubblica sul suo profilo FB un’innocua foto di un piatto di tortellini o di una normalissima pizza margherita qualcuno, in qualche parte parte d’Italia, si strappa le vesti e grida allo scandalo.

Se posta degli spaghetti con il ragù Star suscita il dispregio dei puristi che “il ragù comprato mai e poi mai” e che lo accusano di far pubblicità non occulta alle bieche multinazionali. Se posta pizza e birra, questa volta marca Heineken forse per dimostrare di non essere in combutta con marchi italici o che si rifanno all’Italia in qualche modo, insorge Federico Francesco Ferrero, già vincitore di Masterchef e ora fustigatore di costumi gastronomici su giornali e quotidiani nazionali, che senza tanti complimenti, gli dedica un post scrivendo “mangia pure quest’immondizia se ti fa piacere (dove l’immondizia sarebbe una normale pizza da asporto), ma ricordati che sei il Vice Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana” e quindi pizza e birra no, sennò il nostro Pil va a farsi friggere e i nostri laureati scappano “via da questo Paese antimeritocratico”; ok, sembra impossibile ipotizzare tutta questa serie di sciagure solo perché Salvini si mangia in beata grazia pizza rigorosamente non gourmet assieme a una birra, ma questo è l’autorevole pensiero del novello critico gastronomico e così lo riportiamo.

E infine, se posta tortellini con ragù, fa registrare l’insorgere della massaie emiliane, che gli ricordano che i veri tortellini sono solo ed esclusivamente da mangiare in brodo, per gustare al meglio il ripieno, e che mangiarli con il ragù è un delitto senza se e senza ma, e che un misfatto di tale portata grida vendetta al cospetto di Dio.

Insomma, il fatto è che qualunque cosa posti il nostro Ministro dell’interno, a qualcuno girano le cosiddette. Viene persino il dubbio che orami dar contro a Salvini sia diventato lo sport nazionale preferito da una certa parte degli italiani,  anche solo se si tratta di  innocuo cibo, ma anche che  forse il nostro vicepremier lo faccia apposta, per svegliare lo stanco elettorato a suon di pizza e spaghetti, o che usi il cibo come arma di distrazione di massa: d’altronde, finchè si litiga su pizza e tortellini non ci si accapiglia per legge Fornero, quota 100, TAV e altre quisquilie simili.

VA AL RISTORANTE E TROVA UNA PERLA NELLA ZUPPA DI OSTRICHE

Trovare una perla in un’ostrica non è certo una cosa usuale, anzi, molti di noi pensano che in fondo questa storia delle perle contenute nei molluschi non sia così reale e che certe cose accadano solamente nei cartoni animati o nei film per bambini.
Bene, allora andate a dirlo a Rick Antosh, un settantenne americano che una bella sera, recatosi in un ristorante con un amico di vecchia data per brindare ai tempi che furono con ostriche e Champagne, si è ritrovato sotto i denti proprio una bella perla.
I due si erano recati, per festeggiare degnamente la loro amicizia, nel più rinomato ristorante di New York in fatto di ostriche e molluschi, il ‘Grand Central Oyster Bar & Restaurant’, a Manhattan e avevano ordinato la loro bella zuppa di ostriche.
Ad un certo punto, l’uomo ha avverito qualcosa di duro sotto i denti? Una pietruzza dimenticata, un sassolino, un’otturazione saltata? Macchè, niente di tutto questo: il corpo estraneo finito nella bocca del fortunato cliente era nientemeno che una perla, una splendida, lucente, autentica perla. Un vera fortunata, scovata in una zuppa dal valore di poco più di 14 dollari (circa 13 euro). Un fatto davvero sensazionale, considerato che lo chef del locale, che vi lavora da ben 28 anni, ha detto che in tutti i suoi anni di servizio, questa è stata solo la seconda volta che un cliente ha avuto la fortuna di trovare una perla in un’ostrica, nonostante il locale venda qualcosa come cinque milioni di ostriche ogni anno.+
Un vero colpo di fortuna, che non uguaglia però quello accaduto ad una coppia di un ristorante di Salerno nell’agosto 2015: quando il titolare del locale ha preso nota della prenotazione telefonica della coppia, con tanto di richiesta di ostriche, e non avendone più a disposizione, si è recato subito in una vicina pescheria, a cui però ne erano rimaste solo tre. E in quelle tre ostriche si nascondevano cinque perle.
Cose che (a volte) succedono anche nella realtà. Sempre “agli altri”, ovviamente.