CHIARA APPENDINO INVITA I TORINESI A SPENDERE I LORO SOLDI AL RISTORANTE PER SALVARE LA CATEGORIA

 

La sindaca di Torino Chiara Appendino con l’ex Capo di gabinetto Paolo Giordana

 

Il sindaco, o meglio “la sindaca” a cinque stelle di Torino, Chiara Appendino altresì detta Chiarabella, accantonata per un attimo la furia ecologista a causa della quale sta facendo invadere la città di piste ciclabili e monopattini elettrici nell’encomiabile tentativo di far assomigliare il capoluogo sabaudo a una bucolica Passerano Marmorito di fallettiana memoria (sacrificando anche i controviali cittadini, incurante dei pareri contrastanti di cittadini ed esperti della circolazione), ha deciso per una volta di dedicarsi a un altro tema che non sia l’ormai martoriata viabilità del capolougo torinese, un tema che in questi giorni è di particolare rilevanza: il mondo della ristorazione e i suoi problemi derivanti dalla chiusura dei locali per l’emergenza coronavirus, con conseguente crollo dell’unica fonte di reddito per molti professionisti del settore nonché per molti proprietari dei locali, che non vedono un soldo di canone da tre mesi a questa parte.

Anche Appendino, quindi, deve essersi accorta dello stato pietoso in cui versano i ristoratori torinesi, e in un lungo post su Facebook ha deciso di esortatare i suoi amministrati affinchè salvino, al posto delle istituzioni preposte, il settore ristorativo, invitandoli a recarsi in massa nei loro ristoranti preferiti.

Recita il post del sindaco pentastellato:

“Parlare con un ristoratore, oggi, credo dia una misura piuttosto fedele delle difficoltà che stanno attraversando tantissime attività.

Due mesi di fermo. Poi la ripartenza, ma con regole rigide e un generale clima di incertezza che rallenta la ripresa.

Molti ristoranti, dalla riapertura, non sono ancora riusciti a incassare quanto incassavano in un solo giorno pre-crisi.

Grazie a uno sforzo economico e organizzativo immane, i gestori dei locali che ho visitato in questi giorni si sono dimostrarti molto attenti al rispetto delle prescrizioni per la sicurezza.
So che anche per i clienti è difficile cambiare le proprie abitudini, ma tutti quelli che ho incontrato l’hanno fatto con grande senso di responsabilità.

Va detto, però, che sono ancora poche le persone che si sono recate nei ristoranti. L’emergenza d’altronde è ancora in corso e la crisi si sente.

Quello che voglio dire è che questo settore, che dà lavoro a tantissime persone, è fortemente in difficoltà. Vive di clienti, di voi, di noi.
Le Istituzioni possono aiutare – e, dove possono, lo fanno – ma non basta.
Le regole in vigore, se rispettate, garantiscono la sicurezza di tutti. Cenare fuori è e rimane una bella esperienza.

Il mio auspicio è che chi può, torni a far visita al suo ristorante preferito. Magari in gruppi un po’ più ristretti.

Sarà un piccolo grande gesto.
Per loro, per noi e per tutta la Città”.

Amen.

Peccato che i torinesi, e gli italiani in genere, non abbiano al momento tutta questa voglia di recarsi al ristorante: se infatti i ristoratori piangono, tutte le altre categorie di lavoratori non ridono certo, e dopo due mesi e oltre di saracinesche abbassate, cassa integrazione e consumi ridotti al solo comparto alimentare, non abbiano per la stragrande maggioranza né voglia né soldi da versare nelle casse vuote dei loro ristoranti preferiti. Nei commenti al post, infatti, molti ricordano al sindaco torinese che non solo l’andare al ristorante bardati di mascherina in un’atmosfera da day after non sia esattamente il massimo, ma anche che per andare a mangiar fuori, per una famiglia di quattro persone, qualora il ristorante di turno fosse anche solo la pizzeria sotto casa, si spenderebbe una cifretta intorno ai cento euro (non parliamo poi se si va davvero al “ristorante preferito”), che non sono di per sè una cifra esagerata, una volta ogni tanto, ma che in tempi di vacche magre come quelli attuali non tutti possono permettersi di spendere, e soprattutto non possono certo farlo a ripetizione come gradirebbe Appendino.

Insomma, un altro autogol, per il sindaco pentastellato (scusate, davvero non riesco a dire “la sindaca”, non me ne vogliano a male Boldrini e compagnia cantante), che in questi anni di mandato nell’amministrare il capoluogo piemontese è riuscita a collezionare un palmares di calamità e intoppi non indifferenti, per se stessa, la sua giunta e purtroppo anche per i cittadini. Si è iniziato con la disastrosa gestione della finale di Champions Legue tra Juve e Real Madrid  trasmessa con maxi schermo in piazza San Carlo nel 2017: mentre Appendino, nota fan del club bianconero, era in allegra trasferta a Cardiff per godersi la finale in loco, in Piazza San Carlo, privata di vie di fuga, 1500 persone in preda al panico a causa di una banda di irresponsabili che avevano spruzzato spary urticante, rimanevano ferite accalcandonsi una sull’altra, mentre due donne rimanevano uccise in seguito ai traumi riportati. Un evento per cui al sindaco torinese, insieme ad altri imputati, vengono contestati i reati di disastro, lesioni e omicidio colposo, con giudizio ancora in corso.

Tempo dopo, il braccio destro di Appendino alias potente ex capo di gabinetto, Paolo Giordana, praticamente il suo alter-ego in Comune nonchè colui che ha orchestarato la marcia trionfale della pentastellata verso la prima carica cittadina da semplice consigliera, viene intercettato mentre richiede ai comandante dei vigili torinesi di levare una multa a un suo amico: un’inezia, soprattutto in confronto ai fatti di piazza San Carlo, un nulla, se paragonato al mare magnum degli abusi di potere, ma molto per chi fa parte di un “partito” di duri e puri e soprattutto è l’ombra istituzionale del sindaco in carica. Giordana rassegna le dimissioni.

Lasciamo perdere poi la vicenda della consulenza al Salone del Libro del collaboratore di Appendino Pasquaretta, altro factotum del sindaco della cui condotta però Appendino si dichiarava all’oscuro (culpa in vigilando, dove sei?), e passiamo a cose più corpose, cioè alla vicenda Ream, ovvero un debito di “soli” 5 milionicini di euro che i revisori avevano più volte invitato a iscrivere correttamente nel bilancio comunale 2017 ma mai comparso nel suddetto bilancio – con buona pace di principi contabili e delle più basilari norme di corretta redazione di bilancio -, considerato che il documento contabile ovviamente risultava più favorevole senza un debito di tale portata; un atteggiamento perlomeno “disinvolto” per il quale il sindaco torinese è attualmente sotto giudizio, insieme ad altri imputati, con il reato contestato di falso in bilancio e abuso d’ufficio, reati per i quali  la Procura di Torino ha richiesto la condanna di un anno e due mesi.

Arriviamo quindi alle vicende di oggi, alla questione del commissariamento del teatro Regio di Torino, con un sovrintendente, William Graziosi  – fortemente voluto da Appendino e di cui  si era fatta essa stessa garante assumendosene la piena responsabilità politica – oggi accusato di corruzione, turbativa d’asta e abuso d’ufficio. Non è il caso di commentare.

Non parliamo poi dell’imbarazzante ingenuità quando, a inizio mandato, nell’agosto 2016, la sindaca era partita marcia in resta armata di rastrellino e con un manipolo di ardimentosi, tra cui assessori e consiglieri, per andare, novella vispa Teresa, sulle rive del Po, per ripulirlo manualmente dalle alghe che lo stavano soffocando, salvo poi verificare che il prodigioso intervento non solo non era bastato a sconfiggere la pianta infestante ma che addirittura poteva aver provocato più danni che vantaggi, come constatato dall’ARPA (agenzia regionale per la protezione ambientale), che ha poi chiesto ai torinesi di astenersi dall’emulare le gesta della prima cittadina e di «non effettuare autonomamente estirpazioni della pianta, vista la capacità della stessa di replicarsi esponenzialmente a partire anche da minime particelle, ma di lasciare il compito a personale esperto in materia».

Sfortuna, incompetenza, ingenuità, inesperienza, congiunzioni astrali sfavorevoli? Chissà… forse solo “incidenti di percorso”, di cui il post con l’invito ai torinesi ad andare a spendere il proprio (poco) denaro al ristorante, per salvare la categoria al posto delle istituzioni preposte, sembra solo l’ultimo di una lunga fila.

Crediti: Gabosutorino, Corriere, Repubblica, Il post

Potrebbero interessarti anche...