Il panettone di Farina & Club Bakery ha vinto una Una Mole di panettoni 2019. Ma il mio non era da vittoria…

 

Questa è la storia di una delusione. Di una cocente delusione.

E pensare che avevo inziato questa avventura panettonesca nel migliore dei modi, vale a dire correndo piena di entusiasmo ad accaparrarmi il panettone che quest’anno è stato vincitore dell’evento Una Mole di Panettoni, che ormai da otto anni si tiene qui a Torino presso il centralissimo e lussuosissimio hotel Principi di Piemonte (tranne un paio di anni disgraziati in cui la manifestazione si è svolta nella triste cornice del Lingotto).

A questa manifestazione partecipano il fior fiore di maestri pasticcieri provenienti da tutta Italia, basti dire che negli ampi spazi messi a disposizione dal Principi di Piemonte troviamo per esempio i panettoni di Sal De Riso –  al cui stand ogni anno acquisto il mio bel panettone che per me rimane il n. 1 – ,  di Montersino, di Denis Dianin e tantissimi altri, insieme a nomi meno conosciuti ma comunque sempre al top del panorama della pasticceria nazionale.

Bene, quest’anno il vincitore della manifestazione per la categoria panettoni classici è stata una panetteria-pasticceria torinese, Farina & Club Bakery, di Paolo d’Errico, che già negli anni scorsi si era piazzata molto bene.

Saputa questa novità, non potevo fare altro che fiondarmi immantinente in Via Germonio 9 , una via non esattamente centrale, per accaparrarmi il mio bel panettone “di pasticceria” annuale, una chicca che mi concedo appunto ogni anno a dicembre e che mi ha portato spesso a cocenti delusioni (vedi Tiri, troppo dolce per i miei gusti )insieme a indubbie gioie (il meraviglioso panettone fichi e cioccolato bianco di Luca Scarcella, altro boss della panificazione qui a Torino).

La prima visita presso il panificio-pasticceria ad ogni modo è andata a vuoto: probabilmente grazie alla pubblicità ricavata dall’aver vinto l’evento, i panettoni, quando sono andata io, erano tutti esauriti, così ho dovuto ordinarlo e tornare dopo due giorni, il sabatto mattina: i panettoni freschi, infatti, sarebbero stati sfornati a sera stessa (questo dettaglio a prima vista insignificante è da tenere a mente per il successivo svolgimento del post), come mi ha detto la commessa.

Sabato mattina, quindi, mi reco nuovamente tutta trulla nella panetteria, sempre non esattamente dietro l’angolo, e pago i miei 24 euretti per 750 gr di panettone (32 euro il chilo) con purea di scorze di arancia, uno dei miei aromi preferiti, tra l’altro.

 

Non mi avvento però subito la domenica, il giorno successivo,  sul mio lievitato appena acquistato: aspetto una settimana, alias sette giorni sette, per godermi poi di più la degustazione al momento dell’assaggio. E oggi, finalmente, piena di aspettative, apro  l’elegante scatola firmatra in oro. Scarto la confezione, tiro fuori il panettone e, armata di coltellaccio, affondo la lama. Che però fa un po’ di resistenza, non affonda proprio morbidamente e  in maniera tranquilla come per tutti i panettoni. Vabbè, non ci faccio caso, anzi, non vorrei farci caso, ma intanto la mia mente, implacabile, registra. Taglio comunque la fetta, ma quello che vedo non mi conforta. Certo, il colore è bello paglierino, di un bel giallo uovo, l’alveolatura, come dice chi la sa lunga, è a posto, ma la pasta ha un aspetto strano, come se fosse …secca. Ancora decido di non farci caso, ma la mia mente, sempre lei, quella perfida, registra pure questo. Vabbè, non mi perdo più in altre osservazioni e assaggio. E qui inizia la delusione. La duplice delusione, perché deriva sia dalla consistenza che dal gusto, anche se la delusione maggiore deriva senza dubbio dalla consistenza. Il panettone è infatti asciutto, stopposo, per nulla soffice, come granuloso, quasi secco..come se fosse ..vecchio, ecco (e forse questa strana consistenza si può notare in foto, guarando la parte di “alveolatura” in alto, verso sinistra).

Eppure so per certo che quando l’ho ritirato dal negozio era stato sfornato appena da due giorni – infatti il negozio era sguarnito -, e  ad ogni modo anche la mia attesa di sette giorni non dovrebbe aver minimamente influito su un prodotto che si conserva benissimo per circa due o tre settimame. Fatto sta che la consistenza è davvero penosa, e purtroppo non è nemmeno corroborata dal gusto: alle papille ciò che si avverte è solo il dolce, e il mio tanto amato sentore di agrumi, che tanto apprezzo nei panettoni di Sal De Riso, non è mimimamente pervenuto. Non fidandomi del mio palato, chiedo però il parere anche ai due amici che avevo invitato a pranzo, e il loro verdetto è lo stesso: secco, asciutto, come vecchio, dal sapore insignificante a parte il dolce. Conveniamo tutti insieme che un panettone così non avrebbe potuto vincere nemmeno la fiera di Passerano Marmorito, altro che Mole di panettoni!  E quindi, cosa è successo, cosa è capitato al panettone “più buono d’Italia” per fare questa fine miseranda? I casi possibili sono diversi, scegliete voi quello che più vi si confà: il primo è che io, e i miei amici, siamo degli emeriti storditi che di panettoni non capiamo una mazza (ed è questa anche l’ipotesi più probabile).  2) il panettone era effettivamente vecchio. Ok che li avevano finiti e in teoria avrebbe dovuto essere bello fresco, ma magari è sbucata fuori, guarda tu, una rimanenza che giaceva dimenticata in fondo al laboratorio da circa un mese e quella è stata inavvertitamente consegnata al malcapitato di turno, cioè io.  Capita (la mia solita jella). 3) Considerato che non penso che i guidici di Una mole di panettoni siano tutti dei cretini, devo dedurre che in realtà quello venduto, a me come ad altri, è il panettone standard, quello normalmente commercailizzato, mentre e quello portato a una Mole di panettoni è stato fatto in modo molto diverso; per quelli destinati al commercio, quindi,  magari le cose vanno in modo differente, mentre queli “da concorso” sono ovviamente fatti con più cura, più attenzione, diversa dosatura di ingredienti e chissà cos’altro. Un po’ come i campioncini che in profumeria ti regalano a piene mani, che sono sempre più intensi della fragranza poi effettivamente confezionata e venduta, per invogliare i clienti. Questo pratica però mi sentirei onestamente di escluderla, perchè davvero troppo bieca 4) Per essere più precisi, l’impasto non è esattamente e semplicemente asciutto, ma è come se in bocca si disgregasse, come se si separasse, ecco, rimanendo comunque cartonoso e allappante. E allora mi viene in mente un episodio: ricordo che a un corso proprio su panettoni e grandi lievitati che frequentai anni fa e tenuto da Luca Montersino nella sua scuola di Chieri, Icook, Montersino stesso, di fronte ai nostri  poveri impasti quasi tutti graniti e separati in planetaria, ci disse che è un attimo perdere l’impasto del panettone, e a quel punto non c’è nulla da fare. Lui stesso, ci disse, una volta dovette buttare decine di chili di impasto non recuperabile. Noi, ricordo, avevamo voluto infornare ugualmente i nostri sudati impasti, e il risultato era stato ovviamente penoso e, a mio avviso, non distante dal prodotto che oggi è finito sotto i miei denti.  A questo punto mi chiedo: quanti  hanno il cuore e la correttezza di buttare nella spazzatura degli impasti con qualche problema, impasti oltretutto con fior di ingrendienti, burro, uova, farina, senza contare la fatica, la lavorazione e tutto, resistendo alla tentazione di cacciare il tutto ugualmente nel forno tanto comunque qualcosa viene fuori lo stesso e magari chissà, non se ne accorgono nemmeno? Ecco, a mio modesto avviso, questo impasto dei problemi li ha avuti, e tanti, anche se non faccio fatica a credere che, nella fretta della lavorazione per soddisfare l’inattesa ed elevata domanda, l’autore non se ne sarà nemmeno reso conto.

Insomma, sia come sia, alla fine il pacco me lo sono comunque beccato io, quello che è avanzato mia sorella non l’ha voluto e Gabriele l’ha schifato del tutto facendomi pure promettere di non fargli mai più assaggiare panettoni di nessuno tipo, nè del supermercato nè tantomeno quelli vicintori di concorsi. E io, che ho fatto? Beh, dopo aver cacciato l’avanzo del disgraziatissimo panettone nel posto a lui più consono, vale a dire la spazzatura, sono corsa ad attaccarmi al computer e a ordinare il mio fidato panettone classico con scorze di agrumi canditi di Sal De Riso. Lui, davvero non tradisce mai. E d’altronde, se devo ingrassare, voglio almeno che sia per qualcosa che merita!

Ad ogni modo, peccato. Proprio come Charles Dickens, avevo posto “grandi speranze” in questo panettone; mi confortava, inotlre, il fatto di avere un vicintore di gare di panettoni qui in città, a portata (più o meno) di un tiro di schioppo. Ad ogni modo, vorrà dire che se il prossimo anno vorrò assaggiare dei panettoni top, dovrò trovare il tempo di andare a degustarli a Una mole di panettoni, evitando poi però di andare anche a comprarli nel punto vendita onde evitare sonore delusioni.

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