“GALLERIA IGINIO MASSARI”: A TORINO ABBIAMO DI MEGLIO

Questa mattina, complice un permesso dal lavoro, me ne sono andata tutta trulla nella nuova pasticceria aperta da Iginio Massari qui a Torino un paio di giorni fa,  nella centralissima piazza CLN, che taglia l’altrettanto centralissima Via Roma alle spalle di Piazza San Carlo – vale a dire “il salotto di Torino”, giusto per far capire la zona ai non torinesi -,   con il cuore gonfio di aspettative.

 

Inutile rimarcare che la mia contentezza e la mia grande aspetttiva poggiavano su una solida base: Iginio Massari non è solamente un pasticciere tra i più acclamati a livello nazionale e non, che si è fatto conoscere sl grande pubblico – come la maggior parte di chef, cuochi e pasticcieri che oggi vanno per la maggiore– da talent e programmi televisivi come Masterchef e compagnia bella, ma è anche una vera e propria istituzione, nel campo della pasticceria, tanto da venir definito con l’appellativo “il maestro dei maestri pasticcieri”, nonché fondatore dell’Accademia dei Maestri pasticcieri italiani. Non per nulla due giorni fa, all’apertura del suo nuovo punto vendita torinese, a inaugurare il nuovo locale c’erano proprio tutti, a iniziare dalla cosiddetta “stampa specializzata”,  composta da giornalisti, influencer e food blogger, per finire con la nostra cara sindaca – Dio ce l’abbia in gloria (…) – Chiara Appendino, altrimenti detta Chiarabella.

Io non c’ero, prima di tutto perchè non appartengo a nessuna delle categorie sopra indicate, e in secondo luogo perché quando si tratta di cibo preferisco testarlo, assaporarlo e godermelo in beata grazia e  tranquillità, sola soletta e in santa pace.

E così ho fatto. Questa mattina, quindi, poco dopo le  nove di una fredda, uggiosa  giornata (finalmente) autunnale, con tanto di foschia e pioggerellina leggera, mi sono diretta senza esitazione verso la pasticceria Massari, io e il mio cure gonfio di aspetttive, gioia etc etc.

Peccato.

Peccato, sì, perchè le  belle spettative sono rimaste tali, mentre la cruda realtà è stata ben diversa dal platonico mondo delle idee, e alle rosee aspettative  è succeduta pian pianino una sequela di cocenti delusioni.

La prima delle quali è stata la vetrina.

Sì, la vetrina. Una cosa estremamente formale, che poco ha a che vedere con quanto venduto all’interno,  ma che costituisce senza dubbio il biglietto da visita di ogni locale: la vetrina  è il colpo d’occhio istasntaneo, quello che forma la prima impressione, quello che subito ti invoglia o ti respinge.

A me, ha respinto.

E questo ha forse ha che vedere non solo con le mie impressioni personali ma anche con la mia …torinesità.

Noi infatti, vecchi torinesi, siamo abituati a vedere, parlando di questi veri  e propri templi della lussuria e del piacere che sono le pasticcerie, vetrine sontuose, calde, invitanti, lussuriose, tronfie e gonfie di dolci e pasticcini – pur senza mai scadere nel pacchiano e nel cafonal ma conservando tutta quell’eleganza e quel riserbo che contraddistingue Torino – , il tutto preferibilmente condito da boiserie in legno e arredi caldi e invitanti. Avete presente la pasticceria Pfatisch, in Via Sacchi dai primi del ‘900? Ecco, una roba così: calda, accogliente e invitante, quasi intima.

Non così è la pasticceria Massari. Anzi, la “Galleria Iginio Massari”, come riportato anche sullo zerbino che vi accoglie all’entrata.

La Galleria Massari è in stretto stile minimal, improntata davvero al minimalismo più spinto e all’essenziale: vetro e metallo sono le parole d’ordine, il tutto declinato in modo severo e lineare che forse vuole rifarsi a una (ormai obsleta) idea di eleganza  architettonica che però, per quanto mi concerne, è sfociata solamente nella freddezza e nel disadorno. E anche le vetrine non fanno eccezione: nessun dolce, nessuna torta troneggia al di là dei vetri della Galleria Massari, ma solo scatole e scatolette, disposte in bell’ordine a significare non si sa bene cosa.

Oltretutto, l’entrare in una pasticceria dove lo zerbino mi recita “Galleria” Iginio Massari  mentre in realtà sto entrando non in una pinacoteca o in un museo ma in un più banale negozio di dolci mi crea un certa sottile inquietudine nonchè un rimpianto dei bei tempi andati in cui il termine galleria era associato a quadri e opere d’arte mentre al giorno d’oggi viene riservato a brioches e pasticcini. Ad ogni modo entro comunque, sempre baldanzosa e speranzosa di un futuro migliore, all’interno del locale.

Purtroppo per me, però, all’interno le cose non è che vadano troppo meglio.

Nella sala, che si compone di una grande vetrina per i dolci e da un minibancone da bar sul lato sinistro e, sul lato destro, di una lunga sorta di mensola che fa da appoggio per le consumazioni in piedi (data la ristrettezza del bancone bar) e dalle vetrinette per i lievitati, l’atmosfera non diventa certo più calda e invitante, anzi, se possibile risulta ancora più fredda dell’esterno.

Per quanto riguarda i dolci che fanno bella mostra di sé nella vetrina di sinistra, ebbene non sono esattamente come me li immaginavo: si tratta per un intero piano di torte da forno (quelle che si conservano più giorni, capisc’a mme..), bossolà, crostate e simili, mentre al piano inferiore si trovano cinque torte moderne  (quelle in genere a strati e a base di cremosi e atre preparazioni simili), mentre i pasticcini occupano il piano inferiore: questi ultimi, davvero invitanti, lucenti, glassati e splendenti da sembrare davvero dei gioielli. Quello che mi lascia perplessa è che avrei immaginato un’offerta più diversificata, dati i toni trionfalistici di questa nuova apertura, mentre la delusione di vedere la metà dello spazio riservato alle torte  a  crostate e dolci da forno – belli sì, ma che non definirei esattamente di alta pasticceria – mi lascia un po’ l’amaro in bocca.

 

 

 

Le vere note dolenti però,  per quanto mi rigurada, arrivano dai lievitati.

Brioches e lievitati da colazione sono custoditi come gioielli all’interno di grandi teche di vetro, da dove un addetto, a questo specificamente demandato,  li preleva gentilmente e ve li serve per il consumo o per l’asporto. Il tapino è addetto solo ed esclusivamente a servire parigine e brioches, e davvero faccio fatica  a ricordare un mestiere così alienante che non sia il vecchio “casellante di Savona, non ti passa proprio più, tutte le notti a guardar le auto andar su e giù” di Sanscemo 1992. Nel senso che si capisce una tale mansione e una tale deferenza quando si tratta di armeggiare magari con diamanti, pietre preziose, reperti antichi e via dicendo, un po’ meno quandi si tratta di sfogliatine e bauletti alle mele, oltretutto abbastanza ordinari. Ma se il Maestro ha disposto così, un motivo ci sarà, e forse il motivo sarà proprio nell’inarrivabile bontà di quanto conservato sotto le teche in vetro.

 

 

Peccato che per me non sia così, e dei miei amati croissants, di cui vado matta, non ci sia nemmeno l’ombra. Al loro posto infatti ci sono delle brioches a mezzaluna, che in altre parti d’Italia chiamano cornetti, e accanto ad essi altri tipi di lievitati, come bauletti alle mele,  brioches di sfoglia o parigine. Rassegnata chiedo quindi un cornetto (quanto detesto quest aparola per indicare delle brioches!) farcito di crema pasticciera e una brioche sfogliata con uvetta. La consistenza è esattamente quella che mi aspettavo: lieve, leggera, così leggera e eterea da risultare inconsistente e floscia, leggermente “cartonosa”, esattamente come molte altre simili da me assaggiate, ed estremamente dolce, almeno per i miei gusti. Niente a che vedere con un croissant,  un vero croissants, con la sua consistenza croccante, il suo sapore non troppo dolce e il suo  sentore di burro. Ma in realtà queste brioches non hanno in effetti nemmeno il vezzo di essere un croissant: d’altronde, non tutte le patate si credono tartufi, checchè ne dica Bottura.

 

 

Nel frattempo, assaporo la mia delusione dando un’occhiata più approfondita al locale.

Di fianco alla vetrina dei dolci, c’è quello che chiamare “bancone bar” sarebbe un’esagerazione: in un metro e mezzo circa di lunghezza e ancor meno di larghezza, due altri poveri tapini, oltre all’addetto alla consegna brioches, si devono affannare a servire tutti i clienti, ammassati nel poco spazio disponibile, cercando di non spintonarsi a vicenda, e barcamenarsi nel loro mezzo metro quadro di spazio pro capite disponibile: l’idea che se ne ricava è di affanno e disordine, per quanto sia tutto pulitissimo e i due poveretti vivano praticamanete con uno straccetto in mano per pulire la seppur minima goccia che appanni il lucidissimo bancone, e l’impressione generale che se ne ricava, nonostante gli encomiabili sforzi del personale, non è certo di ordine e di organizzazione.

Continuando, alle spalle del “bancone bar”,  si trova poi un inquietante e angusto corridoio, dove sono sistemati dei tavolini posizionati al di sotto di finestrelle in stile loculo, il tutto con una splendida visuale sul muro antistante, che dista tra l’altro pochissimo spazio dai tavolini, dando così al già piccolo corridoietto una vaga impressione di soffocamento. Il tutto ovviamente nello solito stile minimal-essential. “Stranamente”, tutti questi posti a sedere sono vuoti, nonostante il discreto affollamento mattutino e l’orario da colazione: poteri dello stile minimal!

Al piano sottostante è comunque presente anche una sala thè, che però non mi sono data il piacere di visitare, essendomi già bastato il piano superiore senza necessità di discendere pure negli inferi. E intanto, osservando il locale, mi soffermo mentalmente su quello che è uno dei mantra di Massari: se è vero che si assapora prima con gli occhi che con il palato, allora l’architetto di questa Galleria ha di sicuro una sua personalissima concezione sull’arte di creare ambienti che invoglino la gola e lo spirito, in quanto a mio modesto parere  – parere di autentica profana 100%  -,  lo spazio che mi si presenta davanti agli occhi di certo non invita alla sosta nè tantomeno all’assaggio. Il minimalismo spinto, per quanto con pretese di un’eleganza moderna e contemporanea, a mio parere mal si addice ad un luogo che vuole essere di piacere come lo è una pasticceria con bar, e le vetrine mezze piene e mezze vuote contribuiscono a insinuare un sottile senso di vaga desolazione.

 

Ad ogni modo, continuo con la mia visita, e decido di provare la pasticceria secca dirigendomi decisa verso i baci di dama, senza ombra di dubbio tra i miei dolci preferiti. Ne ho assaggiati di tutte le fogge e di tutte le pasticcerie, da quelle di Torino  (dove non è che siamo esattamete gli ulitmi arrivati, in fatto di dolci e specialemte di baci di dama), alle Langhe e Roero, per finire con la Liguria e passando anche per Alessandria (con i baci Gallina), e posso affermare di essere una discreta intenditrice. Quelli di Massari, come aspetto sono diversi dai consueti baci di dama che si vedono nelle maggiori pasticcerie torinesi, più grandi e irregolari, quasi grumosi – un aspetto che voglio credere sia appositamente voluto e ricercato – e per quanto appunto mi lascino perplessa, mi accingo a ordinarli alla commessa. Peccato che, mentre li guardo, veda una specie di piccolo capello, una sorta di setola, che troneggia su uno dei baci di dama (il terzo a destra a partire dal basso).

Niente di particolarmente abominevole, sia chiaro, ma il fatto di trovare una setola/capello o altro oggetto non identificato su un prodotto che pago  70 euro il chilo, e in una pasticceria che ha il vezzo di chiamarsi “Galleria”non mi aggrada per nulla: se perfezione deve essere, se la perfezione è quella che sbanderiamo, allora perfezione deve essere!  Di baci, quindi, alla fine ne prendo solo due, “solo per assaggiare”, dico alla commessa per non fare polemiche, e me ne vado. Per fare un ulteriore test però acquisto anche un altro dolce, un pan dei morti al cremino che mi ispira parecchio, e che forse mi ripagherà delle piccole delusioni finora subite.  Quando assaggerò i baci di dama a casa,  in realtà, li troverò buonini, ma non certo tra i migliori che ho assaggiato nel mio lungo peregrinare per baci di dama. Per il mio gusto, anzi, risultano leggemente troppo dolci, con una scarsa percezione della frutta secca e anche troppo consistenti, per non dire duri, rispetto ad altri che ho mangiato.

Tralascio volutamente le paste fresche: so che saranno eccellenti e che le troverò di mio gusto (la panna è praticamente il mio dolce preferito), già l’aspetto me lo dice, ma ora sono troppo delusa dalle brioche e dall’atmosfera per apprezzarle come sicuramente meriterebbero.

Intanto, la mia visita in Galleria volge al termine. Mestamente, prendo il sacchetto e ci infilo l’avanzo della mia brioche a cui ho dato solo qualche morso. Intanto do un’occhiata al listino prezzi, e infine pago.

 

 

Pago il giusto: i prezzi non sono esagerati per dei prodotti di pasticceria e per la zona in cui è collocato il locale (con la pasticceria a 70 euro il chilo, 100 euro le praline,  le brioches a 1,50 e il caffè a 1,20 se consumati al banco/mensola) , e poi e me ne esco nella plumbea e piovosa mattina di fine ottobre. Fredda.

Fredda come l’atmosfera della nuova Galleria Massari.

E senza nemmeno aver avuto la consolazione di gustarmi un bel croissant.

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