No, Coca-Cola non ci ha rubato l’Acqua Lurisia!

Non c’è notizia che in questi giorni abbia destato più  sdegno, sconcerto e indignazione di quella dell’acquisizione dell’acqua minerale Lurisia da parte di Coca-Cola.

Cori di voci indignate si levano da ogni dove, sui social, sui giornali e sui media, dove il il colosso di Atlanta viene dipinto nè  più nè meno come una società ladra e corsara che viene a fare shopping in Italia per derubarci delle nostre fonti e depauperando il panorama economico italiano di un altro pezzetto di gloria locale, nella fattispecie dell’acqua che zampilla da una sorgete del Monte Pigna a 1400 metri di altezza, sulle montagne cuneesi, e che arriva sulle nostre tavole sin dal lontano 1940.

Sui social, in particolare,  i commenti carichi di astio si sprecano: da chi giura che non comprerà né berrà mai più quell’immonda acqua ora passata agli americani, a chi augura il fallimento a entrambe le società, il tutto condito da un tripudio di simpatici epiteti indirizzati alla Coca ladrona. Si rimprovera cioè, alla multinazionale americana, di portarsi via un pezzo di Italia sana, un’Italia che produce, memori delle  svariate  società estere che han fatto “man bassa” di floride imprese italiane (regolarmente in vendita)  nel campo non solo alimentare ma in ogni settore produttivo, dalla moda alle industrie manifatturiere o al terziario. Persino Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, si dissocia sdegnato dall’operazione commerciale, facendo sapere, in una nota rilasciata a tamburo battete, che la collaborazione di Lurisia ai grandi eventi Slow Food  –  tra cui Cheese 2019, che si inaugurerà proprio questo fine settimana – , “non verrà rinnovata” per l’edizione 2019. Un vero anatema a tutto tondo, dettato, fanno sapere da Slow food stessa, dalla politica di “difesa della biodiversità e contro l’omologazione dei gusti” portata avanti da Petrini & C.  Difficile capire quale omologazione del gusto di un’acqua che sgorga a 1400 metri sopra il livello del mare possa scaturire dal passaggio di Lurisia a Coca Cola, ma questo è quanto rilasciato dall’associazione, e di cui prendiamo atto.

Quella tra Coca Cola e Lurisa è in realtà un’operazione del tutto routinaria ma vista da noi italiani medi come un vero e proprio scippo, un’onta da lavare con il sangue, una sorta di affronto, dimenticando che,  solo per restare nel campo delle acque minierali, già negli anni passati Nestlè aveva acquisito l’acqua minerale Sanpellegrino e le sue controllate Levissima, Recoaro, Vera, San Bernardo e Panna, e nessuno era morto e nemmeno si era sentito male. In realtà, tutto rientra tra le operazioni economiche win-win, dove, in un contesto di libero mercato, esiste un interesse di un acquiremte ad acquistare un’impresa sana,  e un corrispondente interesse del venditore a vendere. Nel caso di Coca-Cola, l’offerta per l’acqua Lurisia è stata della modica cifra di 88 milioni di euro, reputati evidentemente più che sufficienti da Farinetti e Invernizzi (Acque Minerali Lurisia è infatti controllata congiuntamente dal fondo d’investimento privato IdeA Taste of Italy, dalla famiglia Invernizzi e da Eataly Distribuzione) per placare la tristezza di doversi separare dalla sorgente del monte Pigna.

Cose che succedono, in un’economia di libero mercato, che sono sempre successe e che succederanno ancora.

E allora, perché scandalizzarsi, perché gridare al ladro e scagliare contro lo “straniero invasore”’? Che cosa verrà a mancare all’Italia, agli italiani, con il cambio di proprietà dello storico marchio? Non certo un sito produttivo: da che mondo è mondo, è sempre stato leggermente complicato spostare una sorgente da un luogo all’altro, figurarsi poi dalle morbide colline cuneesi fino alle lontane lande statunitensi! E quindi,  il “pericolo” che l’impianto produttivo venga spostato all’estero parrebbe abbastanza remoto. Parrebbe, perché non si sa mai, con ‘sti americani che una ne fanno e cento ne pensano, tutto è possibile, anche se per ora l’ipotesi di un trasloco della sorgente da Cuneo ad Atlanta pare abbastanza improbabile a realizzarsi.

Anche per quanto riguarda i lavoratori, parlando della base operativa –  la più consistente –  non dovrebbero esserci problemi, in quanto, vertici a parte, è abbastanza improbabile che dall’oggi al domani il sito di produzione venga invaso da orde di lavoratori in cappellaccio  e tacchetto da cow-boy che cacciano via a cazzotti quelli nostrani, e quindi anche il problema occupazionale, quello che più preme,  dovrebbe essere scongiurato.

Per quanto poi rigurada il dividendo agli azionisti, ovviamente quello finirà in mano extra UE, ma in effetti a noi, normali cittadini senza le mani in pasta, o meglio in acqua, cosa interessa veramente se il dividendo se lo becca (o se lo beccava) Farinetti e soci oppure i nuovi proprietari a stelle e strisce? Non eravano azionisti prima e non lo saremo neppure ora, quindi a noi, massa, del dividendo societario poco ne cale, anzi direi nulla.

Rimane (forse) la questine degli utili reinvestiti: Coca-Cola è un gruppo, e quindi potrebbe legittimamente utilizzare parte degli utili prodotti dalla nuova acquisita – nei limiti previsti dalla legislazione statunitense e locale – ed investirli eventualmente in altre società del gruppo. Ma anche queste sono cose che capitano, in econonia, e anche per questo non  è mai morto nessuno, anzi,in genere tutti hanno sempre tratto giovamento dalle operazione infragruppo volte a migliorare efficienza e competitività.

Mettiamo anche in evidenza il fatto che per Lurisia il passaggio verso Coca Cola non dovrebbe comportare nessuna sciagura epocale, se non consideriamo tale il venir inserita in un gruppo efficiente e remunerativo, organizzato e all’avanguarda, con canali distributivi infinitamente più estesi degli attuali.

Guardando quindi all’operazione con occhi disincantati, e con la mente sgombra da pensieri di stranieri usurpatori e ruba-lavoro, ci si chiede davvero dove stia lo scandalo, l’onta e la vergogna per questa normalissima operazione economica, effettuata oltretutto in tempi di globalizzazione, di unione, di accordi e di allenze in ogni campo.  Tutto è global ormai, e l’economia non fa eccezione. Anzi, proprio in economia le operazioni tra realtà diverse sono all’ordine del giorno e, se effettaute tra realtà in buona salute, risultano positive per tutti, operatori economici ma anche comuni mortali, che tutto hanno da guadagnare da maggiore efficienza e organizzazione; le quali, non dimentichiamolo,  hanno come conseguenza   un maggiore benessere per tutti e non solo per gli attori direttamente coinvolti.

E qusto, anche quando “lo straniero” compra, pagandolo profumatamente, un pezzetto della nostra economia.

Fonti immagini: il giornale di Alessandria