ANCHE IL TORTELLINO SI SOTTOMETTE ALL’ISLAM

Che poi non è nemmeno la questione del tortellino farlocco, con carne di pollo al posto della tradizionale carne di maiale, lo sappiamo tutti.  Il problema non è il “tortellino dell’accoglienza”, ideato apposta, in occasione della festa del patrono di Bologna, per i palati islamici, che considerano il maiale un animale immondo e come tale gravato da un divieto assoluto a essere mangiato da fauci umane.

La questione reale sono invece questi continui gesti di sottomissione, gesti piccoli, apparetnetmente insignificanti, ma continui, ininterrotti, attraverso i quali la più totale sudditanza ad una sola religione viene spacciata per tolleranza e democrazia verso tutte.

E così si leva il prosciutto dalle mense dei bambini, perché altrimenti gli alunni “di altre religioni” nonché i loro irosi genitori, scontentano il loro dio. E si levano i crocifissi dalle scuole, perché altrimenti sempre gli stessi alunni delle stesse “altre religioni” piantano un casino che levati, chiamano a raccolta tutto lo stato maggiore del pd, grillini e progressisti vari e ne viene fuori che quel povero Cristo in croce nelle aule occidentali no, non ha proprio più il diritto di starci. E poi si fanno piscine con accessi separati per uomini e donne, sempre perché quelli delle solite “altre religioni” non tollerano la promiscuità, la vicinanza agli uomini di quegli esseri inferiori e immondi che sono le donne, a cui non stringono nemmeno la mano. E poi si levano in tutta fretta i canti di Natale dalla scuole, altrimenti quelli di “ altre religioni” si offendono e chiamano sindacati, politici, politicanti e il Presidente in persona per rivendicare i loro sacrosanti diritti. E poi il Presepe fa la stessa fine, perché quelli di “altre religioni” lo trovano blasfemo secondo la loro. E poi si chiamano appositamente dei medici -donna per fare visite mediche alle donne di “altre religioni”, che non sia mai detto che occhio maschile si posi sul corpo delle donne tentatrici. E poi si tollera che per le nostre città vadano in giro delle specie di Belfagor incappucciate dalla testa ai piedi, pure con 40 gradi d’estate, e si permette che vi siano interi quartieri, come ad esempio accade in Svezia, dove le donne non possono girare libere, perché non vestono e non si comportano secondo i rigidi dettami di “altre religioni”, cioè alla Belfagor.

Premesso che non ho mai visto un indiano pretendere di levare il vitello (anzi, la vitella femmina, in quanto la mucca per gli Indù è un animale sacro, e quindi non destinato a finire in padella) dalle mense o un cinese richiedere a gran voce di inserire piatti di cavallette, è chiaro che il problema si ha sempre e solo con una singola religione, la più agguerrita, quella che ci fa più  paura, e verso la quale teniamo un atteggiamento di prudente e continua sottimissione.

Che cosa sono infatti tutti questi gesti se non atti di sottomissione? Sottomissione e negazione di quelli che sono i cardini, non solo religiosi ma anche civili, di un’intera civiltà, la nostra, ormai arrivata a confondere il rispetto per “altre religioni” con una completa abiura a quelle che sono le nostre radici e quelle che sono state le nostre conquiste, non sempre rapide e indolori, in tema di libertà, tolleranza e vivere civile. Ma l’unico che ha il coraggio di dirlo pare sia solo Salvini, quel brutto cattivo lì che invece di trascorrere zitto zitto le sue vacanzae in spiagge di località esclusive della sinistra  (che però poi rifiutano di ospitare immigrati, vedi Capalbio), se ne va più popolramente a Milano Marittima, che già solo il nome fa tenerezza.

Insomma, la questione è complessa e profonda.  E non si tratta semplicmente  del ripieno di un banale tortellino.

CHE SCHIFO I CANI CHE LECCANO I CIBI AL SUPERMERCATO!

Warning! Padroni fanatici di quadrupedi e quattrozampe astenersi dalla lettura: il seguente articolo può contenere passaggi traumatizzanti per la loro sensibilità.

I fatti.

Lo scorso sabato mattina sono andata a far compere nel più grande “tempio” di cibi torinese: è l’onomastico del mio pargolo Gabriele, e voglio festeggiarlo degnamente con i manicaretti che più gli piacciono, tra cui l’immancabile arrosto e patate (più arrosto che patate); e in quale altro luogo sono sicura di trovare della carne sempre fresca, umida e succosa, andando sul sicuro? Proprio qui, dove a 30 euro al chilo mi porto a casa  i miei bei sette/otto etti di arrosto di scamone, il suo preferito.

Mentre Gabriele e io passeggiamo placidamente tra marmellate e olii estravergini di oliva, noto però un signore che ha con sé al guinzaglio un cane di grossa taglia, che tira e scalpita come un cavallo per uscire, evidentemente non troppo deliziato dall’idea di andare a fare la spesa.  E mentre osservo il quattrozampe scalpitare, subito mi tornano alla mente alcune simpatiche scenette, avvenute nel super sotto casa, dove i cani entrano regolarmente a frotte al guinzaglio dei loro svagati padroni, scene di cui sono stata entusiasta testimone: cani che infilano tutta la testa dentro gli ultimi scaffali, quelli raso-terra, per leccare svogliatamente le confezioni di cellophane di pan grattato (“ma tanto il pacco è chiuso, che problema c’è”, le solite riposte dei padroni dei quadrupedi), cagnolini che slinguettano mollemente gli ovetti Kinder – sempre quelli collocati in basso, alla loro portata – per poi ritrarsi sdegnati: evidentemente, la stagnola degli ovetti non è di loro gradimento.

Memore di questi bei quadretti, chiedo quindi a due addetti del supermercato se fosse consentito l’ingresso di cani all’interno dello stesso.  “Sì, se di media e grossa taglia e al guinzaglio possono entrare (il perché abbiano lasciato indietro quelli più piccoli mi è ignoto, ma decido di non farmi troppe domande)”, è la risposta.

Delusa dalla risposta affermativa, espongo allora i miei dubbi ai due addetti, più per sfogo che per altro, racconto le mie scene di vita vissuta a base di cani che leccano ovetti e confezioni di pan grattato, asserendo timidamente che, secondo me, la cosa non è igienica. Timidamente, dico, perché di questi tempi se osi dire che forse un cane in un supermercato non è il massimo dell’igiene, ti guadagni la dannazione eterna nonché l’esclusione permanente dal civil consesso.

E invece, con mia grande sorpresa, i due addetti subito si infervorano, parlano, sono un fiume in piena: “lasci perdere, è uno schifo, combinano un disastro dietro l’altro! Due giorni fa un cane di grossa taglia ha azzannato tutti i salumi confezionati sottovuoto, un altro ha buttato a terra tutte le confezioni di biscotti e marmellate ; annusano dappertutto, noi li vediamo, leccano le confezioni, e non possiamo dire niente, anzi, ci tocca rimediare ai loro disastri!”.

E qui mi si apre un mondo: quindi non sono l’unica ad avere delle “perplessità” riguardo all’entrata di Fido nei supermercati!  Forse qualcuno sta davvero iniziando a vedere le cose sotto un altro occhio che non sia solo quello dei “diritti” dei proprietari di cani! Ed è il punto di vista di chi vorrebbe veder tutalata non solo l’igiene ma anche il semplice, sacrosanto diritto di portarsi a casa, dopo averli regolarmente pagati, dei prodotti la cui confezione sia scevra da bava di cani. E’ chiedere troppo? E’ davvero chiedere troppo, considerando che i cani sono e rimarranno animali, e che il nostro umanizzarli eccessivamente non li renderà automaticamente degli innocui bambolotti di peluche? I cani, per quanto amorevoli, fedeli e tutto quello che volete, rimangono animali con le loro abitudini e sì, i loro piaceri: non si fanno problemi a leccare per strada la pipì o la cacca dei loro simili, si salutano annusandosi e leccandosi con reciproca gioia il sedere con il muso, quello stesso muso con cui poi, una volta nei supermercati, annusano ovetti e merendine. E’ normale, è il loro istinto e non c’è nulla di strano in tutto ciò.

La cosa strana inizia invece quando si vuole negare che mettere in dispensa un ovetto o una confezione di formaggio in precedenza slinguata da un cane a nostra insaputa non è affatto una cosa igienica, e che questo non è progresso, è solo una insana porcheria –soprattutto quando gli utenti finali dei prodotti slinguazzati, per quanto “solo” sulla confezione, sono dei bambini piccoli – e che no, la bocca dei cani non è, come urlano molti padroni indignati “più pulita di quella dell’uomo”. I cani, come detto sopra, mettono bocca e naso dappertutto, sederi di altri cani, deiezioni liquide e solide dei loro simili che trovano per la strada, e via così, e la loro cavità orale è letteralmente piena di germi e batteri, non certo salutari per l’uomo. E quello stesso naso/lingua/bocca, una volta nei supermercati, la appoggiano spesso su quello che poi voi portate in tavola. E questo non è progresso e modernità, come non è rispetto obbligare coloro che non amano la bava dei cani ad acquistare, ignari, dei prodotti che ne sono ricoperti. Quello cioè che nei decenni scorsi era una norma igienica imperativa, e cioè di tenere lontani gli animali da luoghi dove ci siano alimenti per il consumo umano, è ora diventata paradossalmente simbolo di ristrettezza mentale e arretratezza culturale.

E a nulla servono avvisi, ammonizioni o articoli di medici e scienziati in cui si cerchi di mutare il pensare ormai comune, come ha fatto il New York Times, che in un articolo poi ripreso dal Fatto Quotidiano, ha riportato  il parere del dr. Neilanjan Nandi,  del Drexel University College of Medicine di Filadelfia (Usa), che ha testualemtne affemato che le bocche dei cani sono “un vero e proprio coacervo di batteri”, e che “oltre ad esserci proteine che possono aiutare a pulire e ‘disinfettare’ le ferite dell’animale, ci sono anche alcuni organismi unici dei cani che noi non siamo in grado di tollerare o combattere”. In pratica, “alcuni batteri nella bocca del cane  possono, se trasmessi all’uomo, causare malattie, come i comuni batteri zoonotici clostridium, l’Escherichia coli, la salmonella e il campylobacter”.  Tutti batteri non esattamente salutari per l’organismo umano, anzi, a volte letali.

“E anche se non è così frequente contraree delle infezioni quando la pelle dell’uomo è intatta, gli agenti patogeni contenuti nella saliva possono essere assorbiti comunque attraverso le mucose del naso, della bocca e degli occhi, per quanto la trasmissione della malattie in questo modo sia abbastanza infrequente”, specifica Nandi.

Un altro eminente virologo londinese, il prof.John Oxford, della Queen Mary University di Londra, ha anche caldamente sconsigliato dal farsi leccare dal cane sulla faccia, altra abitudine ormai comunemente praticata dai felici padroncini di quattrozampe, in quanto “i cani passano la metà della loro vita infilando il naso negli angoli più sporchi, compresi gli escrementi degli altri cani pieni di batteri e virus”.

Ma davvero ci andavano degli studi universitari, davvero ci occorrevano i pareri illustri dei più eminenti virologi mondiali per puntualizzare una cosa talmente ovvia da rasentare la banalità, una cosa sotto gli occhi di tutti, una evidenza che nessun amore per gli animali, nessuna tolleranza potrà mai negare? E cioè che la bava dei cani no, non è affatto innocua come ci piace credere, ma è portatrice di germi che possono essere dannosi per l’uomo. Ma oltretutto, quand’anche bava e saliva dei cani fossero del tutto innocue,  potremo comunque avere  il sacrosanto diritto di avere schifo a mettere in frigo una confezione di ovetti, di biscotti, di acqua o di qualsiasi altra cosa completamente sglinguazzata e annusata da chissà quanti cani? Purtroppo la risposta per ora è un netto “no”: per gli intransigenti padroni dei cani, ferventi propugnatori dei diritti dei loro quadrupedi, il nostro diritto ad avere confezioni non sbavate e annusate viene molto dopo quello dei loro beneamati di mettere il loro naso ovunque vogliano, forti anche del Regolamento CE n. 852/2004 che stabilisce che è vietato l’ingresso di animali solamente nei luoghi dove si preparano, manipolano, trattano e si conservano gli alimenti (praticamente cucine e laboratori), e non anche in quelli dove vengono commercializzati, per quanto i singoli Comuni abbiano comunque la facoltà di vietare la presenza di animali in qualunque luogo dove siano presenti dei generi alimentari, anche solo per la vendita.

Insomma, niente buone news per noi, oltranzisti dell’igiene e refrattari alla bava dei cani sulle nostre confezioni di biscotti: il diritto alla piena espressione e manifestazione del potenziale canino, anche al supermercato, viene prima del nostro diritto all’igiene o anche solo alla pulizia. Eppure, basterebbe così poco per accontentare tutti: durante la spesa, Fido se ne sta tranquillo a casa una mezz’oretta, da solo (sì, solo), oppure, se proprio verrà colto dall’irrefrenabile desiderio di andare al super, aspetterà all’entrata, legato con il guinzaglio, risparmaindosi passeggiate tra biscotti e caffè e slalom tra cavolfiori e zucchine. E chissà, magari potrebbe pure esserci riconoscente: in fondo, che noia la spesa!

Ah, dimenticavo:  le stesse considerazioni valgono per coloro che infilano tranquillamente il loro cane nei carrelli della spesa: le strade sono piene di urina di cani e di umani e cose di questo tipo, e le zampe del cane non sono quindi troppo  più pulite del muso: se proprio non riuscite a staccarvi dal vostro cane lasciandolo a casa o legato all’ingresso, almeno mettetelo nei carrelli a lui esclusivamente dedicati. L’igiene non è democratica, direbbe Burioni, e  non guarda in faccia nessuno: nemmeno i cani.

HA RAGIONE VISSANI: LE DONNE IN CUCINA FATICANO PIU’ DEGLI UOMINI

Le donne, nelle cucine dei ristoranti, faticano di più degli uomini. E la loro collocazione ideale è la pasticceria.

Parole che non sono state pronunciate da uno sprovveduto qualsiasi in cerca di notierietà fittizia, bensì da Gianfranco Vissani. Dallo chef Gianfranco Vissani, vale a dire da un big della ristorazione, un grande della  cucina nazionale, e non certo dall’altro ieri: due stelle Michelin,  al primo posto nella  Guida ristoranti italiani de l’Espresso per vent’anni, riconoscimenti a profusione,  carriera limpida e un nome che ha fatto la storia della ristorazione italiana. Insomma, uno che di cucina se ne intende, e che quando parla di cucina lo fa a ragion veduta.

Eppure, nei giorni scorsi, intervistato ai microfoni di Radio Capital (ma anche tu, Vissani, attento alle radio che frequenti…) da Edoardo Buffoni e da Michela Murgia, è stato trattato senza tante cerimonie alla stregua di un cretino, tra i risolini di scherno misti a espressione sarcastiche e grasse risate, più che altro da  parte della scrittrice,  che dopo aver riscosso uno dei suoi maggiori successi letterari recenti con il suo curriculum indirizzato all’ex ministro dell’Interno, è stata ora definitivamente canonizzata e inserita tra le schiere dei progressisti di sinistra più influenti, e sarà ben presto insignita dell’onoreficenza di “Saviano in gonnella 2018-2019″.

L’intervista verteva sul ruolo delle donne nella ristorazione, e il buon Vissani è stato invitato dai conduttori a dire la sua sul fatto che le cucine dei ristoranti siano o meno un ambiente prettamente maschile.

La risposta è stata ovviamente in Vissani-style, ovvero sincera, schietta e con un po’ di colore, ma basata su presupposti oggettivi e sull’esperienza e conoscenza di uno che in cucina ci ha passato una vita. Ebbene, proprio le sue risposte hanno causato lo sdegno mistro al disprezzo che si riserva ai minus habens da prte soprattuto della Murgia.

Ma cosa ha detto poi in fondo, il buon Vissani, di così fuori dalle righe?

In realtà lo chef non ha affatto detto cose assrude, nè ha rivelato chissà quale verità. Ha semplicemente detto cose ovvie, di buon senso, sotto gli occhi di tutti da quando mondo è mondo, e che solo in quest’epoca succube del più esasperato politically correct si possono considerare trovare denigratorie o mortificanti. Sul tema del presunto machismo ai fornelli, Vissani ha cioè ribadito quello che non lui, bensì madre natura ha stabilito, e cioè che le donne sono, di default, fisicamente più esili/deboli degli uomini, e che lavorare nelle cucine dei ristoranti-  a dispetto dei vari programmi TV che lo fanno passare come una lieve passeggiata tra una zucchina trifolata e un patè di foie gras – si suda, si fatica, si sta in piedi delle ore e si maneggiano padelle pesanti. E che le donne, quelle normali,  quelle non dedite alla palestra anche di notte e con gli addominali a tartaruga scolpiti da ore di body building, fanno più fatica degli uomini. Vissani ha cioè ribadito ai conduttori che le cucine sono ambienti faticosi, dove le donne sono naturalmente meno avantaggaite degli uomini. Ad essere precisi, alla domanda cioè se le cucine siano luoghi “maschilisti, con clima da caserma e che respingono le donne” posta dai conduttori, lo chef ha risposto con un pensiero di una linearità quasi sconcertante, in questi tempi di esternazioni tanto guardinghe quanto scipite confezionate appostas per non offendere nessuna categoria sociale: “Indubbiamente sì”, ha risposto il nostro, aggiungendo però immediatamente che però ” ci sono certe donne che sono fenomenali”.

Ecco, e già qui pare chiaro che non si possa tacciare lo chef di maschilismo in quanto 1) ha detto una verità sacrosanta e conclamata: la cucina è pesante, la cucina non è Masterchef e sono gli chef stessi a denunciare il clima pesante e il lavoro duro che si sono scelti. Anzi, molti non reggono e addirittura arrivano al gesto estremo e 2) ha però subito fatto omaggio alle donne, dicendo che alcune sono dei fenomeni. E questo non pare proprio essere maschilismo.

Certo, Vissani, com’è nel suo stile, ha poi aggiunto un po’ di colore, dicendo che “io non vorrei essere frainteso, ma la cucina per una donna è pesante. Poi ci sono quelle mascoline che non fanno parte di questo mondo. Però io dico una donna, una bella donna, noi la mettiamo sempre in pasticceria. Ha una funzione diversa da chi si occupa dei primi e dei secondi, perché le casseruole pesano. Al momento può non dar fastidio, ma a lungo andare potrebbe fare la differenza”.

Apriti cielo. Con quel commento, “bella donna”, Vissani si è attirato le ire di schiere di progressisti, femminste e di tutti gli esponenti di un certo tipo di mondo, e con il fatto di mettere le donne in pasticceria – dove è lecito pensare che Vissani non le obblighi ad andare con il fucile puntato ma che vi accedano per libera scelta –  si è guadagnato la dannazione eterna, almeno per tutti quei media schierati di cui Radio Capital, specialmente negli ultmi tempi, fa parte a pieno titolo.

Ma come si può davvero dar torto allo chef umbro?  E’ chiaro che la pasticceria è più adatta a  persone meno forti fisicamente, un conto è tagliare un quarto di bue, un conto è agghindare una porzione di panna cotta con un coulis di lamponi e due fiorellini. Tutto rientra nella normalità. anzi, nella ovvietà delle cose.

Nella prosecuzione dell’intervista, i due conduttori hanno poi  continuano a punzucchiare il sanguigno chef, probabilemnte anche consci del fatto che ogni sua parola genera comunque un boom di ascolti: “E’ una questione fisica, quindi, non ce la fanno”, maramaldeggia il conduttore

“Ma no, non è che non ce la fanno, ci sono certe donne che ce la fanno, ma durano poco, capisce…”, è stata la risposta di Vissani.

Ed è qui che è intervenuta Michela Murgia, che tra un risolino di scherno e e mimica facciale di compatimento rivolti al Vissani-pensiero, ha chiesto allo chef quante donne ci siano nella sua batteria di cucina. “Cinque, sei sette.. otto ci sono tutte – ha risposto lo chef -, quasi il quaranta per cento”. Beh, non male per quello che si voleva far passare come un orco retrogrado e maschilista. E anche la frase successiva in cui lo chef afferma che “per me, dal mio punto di vista, la donna deve spadellare per la famiglia” è chiarita subito dallo stesso, ed è molto meno becera di quanto possa apparire: “io qui ho le casseruole – e qui lo chef indica un marchio di pentole pesanti – e nessuno le tocca, nessuno! Noi abbiamo tutte batterie in rame, doppio fondo…”.

E qui vorrei fare un breve inciso personale e spezzare  una ulteriore lancia a conforto delle parole di Vissani: io stessa ho acquistato due anni fa una casseruola spaziale, costata un patrimonio, in ghisa smaltata: una casseruola Le Creuset. Pesa uno sproposito – oltre cinque chili, per dire – ,  l’ho usata due volte e ora è lì a far bella mostra di sè sul tavolo della cucina, usata esclusivamente come portafrutta; troppo pesante da maneggiare, troppo pesante da lavare, un vero patimento utilizzarla. E quindi condivido in pieno il giudizio di Vissani.

Ma il punto più alto viene comunque sul finale dell’intervista, dove un infante viene bellamente paragonato a una casseruola: “Ma secondo lei, Vissani, pesa più sollevare una padella o un bambino?”, chiede marpiona la Murgia, certa di aver avuto una bella trovata per la propria causa e poter prendere lo chef in contropiede. “Ma sono gesti completamente diversi!”, esclama Vissani. E come dargli torto? Un bambino a casa mia si solleva, non si spadella o altro,  e pare ingenuo, o quatomeno strumentale, voler paragonare i due tipi di “fatica”.

Insomma, ciò che è emerso da questa intervista, secondo il mio umile punto di vista, non è un presunto (e inesistente) maschilismo di Vissani per aver osato dire che la cucina è fatica, e che le donne possono trovarla più pesante degli uomni a causa della dotazione di madre natura, ma il fatto che sia stato trattato dagli intervistatori della gauche caviar proprio come lo scemo del villaggio. Ma Vissani non è il cretino del villaggio.Vissni, come nessun altro, non merita di essere deriso da pseudo-intellettuali di sinistra con il sopracciglio alzato e il politically correct brandito fino all’esasperazione. Vissani è uno chef di capacità indiscusse, con un’esperienza infinita in cucina, e quando parla sa quel che dice. Si può essere d’accordo o no con il merito del suo pensiero – e io concordo totalmente con quanto da lui affermato nell’intervista, e non solo in quella attuale -, ma anche in caso di vedute diverse, scherno, disprezzo e compatimento non si addicono comunque a coloro che si propongono come gli Alfieri della correttezza e della tolleranza, ma solo però con chi la pensa come loro. Per gli altri, il trattamento da fenomeno da baraccone è assicurato. Con buona pace del politically correct.

TROVATE DEI VERMI NELLA PIZZA? SE LO SCRIVETE SU TRIPADVISOR SBORSERETE 5000 EURO DI RISARCIMENTO AL RISTORATORE

Andate in pizzeria pregustandovi già la vostra bella pizza, magari unico strappo in un’unica settimana di dieta, e ci trovate dentro dei graziosi vermicelli, ben cotti, ovviamente?

Bene, sappiate allora che se non siete tra gli estimatori del cibo del futuro, ovvero scarafaggi, cavallette, grilli e vermaglia varia, non potrete nemmeno avere la soddisfazione di lamentarvi degli sgraditi ospiti su TripAdvisor. Non solo, potreste essere condannati dal giudice ordinario a pagare spese legali e risarcimento danni al pizzaiolo per la cifra di circa 5000 euro.

Qusto è ciò che è accaduto a un cliente di una pizzeria di Montagnana, in provincia di Padova, che recatosi nel lontano 2013 a mangiarsi una pizza con funghi porcini, è stato omaggiato anche della piacvole aggiunta di pasciuti vermi, evidentemente contenuti nei funghi porcini.  Fatto che ha prontamente segnalato su Tripadvisor.

Critica sacrosanta, diremmo noi, ma che invece non è piaciuta al ristoratore, che ha querelato il cliente per diffamazione. Sì, avete letto bene. Il ristoratore querela il cliente omaggiato di vermi non richiesti. In prima istanza, la Procura di Rovigo aveva diposto – e ragionevolmente, diremmo n oi –  l’archiazione del caso, ma il giudice per le indagini preliminari si è opposto, arrivando quindi oggi ad appioppare al povero cliente servito di vermi una multa di mille euro, nomchè un risarcimento verso il ristoratore ancora da stabilirsi in sede civile, ma per il quale dovrà comunque già  versare un anticipo di 2 mila euro. Aggiungendo le spese legali, il malcapitato cliente si troverà a dover versare, quindi, un cifra che si aggira sui 5000 euro. E questo in quanto il giudice ha stabilito che “la presenza dei vermi nei funghi non è anormale, né indice necessariamente di un cattivo prodotto o di problemi sanitari”.

Insomma, non solo trovare i vermi nella pizza con funghi non è un fatto sanzionabile, ma addirittura, se vi lamentate, potreste dovervi trovare pure a dover mettere mano al portafoglio. Quindi, la prossima volta che troverete dei vermi della pizza, ricordate non solo di non lamentarvi, ma anche prudenzialmente  di ringraziare il cortese ristoratore, che ha arricchito la vostra pizza di proteine nobili di origine animale, oltretutto fresche di fungo, senza nemmeno farvi pagare il sovrapprezzo. Un bel trattamento, non vi pare?

Immagini: Scatti di gusto

UN BICCHIERE DI VINO ROSSO FA PERDERE PESO COME UN’ORA DI PALESTRA: davvero?

Volete perdere peso ma siete refrattari a sport, palestre e ogni tipo di movimento che non sia quello delle mandibole? Bene, allora sappiate che da oggi pare che abbiate un alleato in  più per perdere chili senza dover sudare per ore e ore nella palestra sotto casa per perdere un misero etto di ciccia: un bel bicchiere di vino rosso, bevuto la sera, avrebbe sui vostri rotolini di grasso lo stesso effetto di un’ora di palestra. Non male, se fose vero, eh?

Lo so, non pensavate che il paradiso fosse così vicino, eppure è così. O almeno parrebbe così. E a dirlo è una ricerca condotta dall’Università di Alberta, in Canada e riportata da Il Messaggero – , dove i ricercatori hanno scoperto che un bicchiere di vino rosso equivarrebbe a circa un’ora di palestra. Secondo infatti il dr. Jason Dyck dell’Unio, nel vino rosso è contenuto il resveratrolo, un componente che avrebbe il potere di attivare nel nostro organismo gli stessi effetti dell’esercizio fisico, impedendo alle cellule di grasso di diventare più dense. E la scoperta è supportata anche che dagli scienziati della Washington State University e di Harvard: secondo i loro studi, infatti, bere almeno due bicchieri di vino al giorno, preferibilmente rosso,  potrebbe aiutare a prevenire un aumento di peso fino al 70%. L’unica pecca è che perchè la magia si compia e il resveratrolo faccia per bene il suo lavoro, il vino deve essere bevuto la sera. Addio quindi ai pensieri di allegre libagioni durante la giornata, con il pensiero non solo di essere felicmente alticci ma di avere gli stessi effetti che un’ora dell’invisa palestra. Non ci resta che consolarci la sera, andando a nanno invece che con il solito, scipito bicchiere di latte caldo, con una bella tazza di barbera.  E pensare a come è bella, a volte, la vita.

Ci avevate creduto, vero?

Purtroppo però la notizia è vera solo in parte.  E’ vero cioè che il resveratrolo aiuterebbe l’effetto delle prestazioni sportive,  ma per arrivare all’effetto  desiderato occorerebbe bere, spiega lo stesso Dr. Dyck, tra le 100 e le 1000 bottiglie al giorno”, come riportato da Affari Italiani, e non solo un bicchiere. Il bicchiere si intende composto di resveratrolo puro, e per ottenerlo le 100-1000 bottiglie sono la quantità che dovremmo scolarci. Un po’ troppo anche per noi, in effetti.

Peccato.  Per un po’ avevamo voluto crederci.

 

Fonte: Il Messaggero, il Giornale; immagini: Casertaweb

No, Coca-Cola non ci ha rubato l’Acqua Lurisia!

Non c’è notizia che in questi giorni abbia destato più  sdegno, sconcerto e indignazione di quella dell’acquisizione dell’acqua minerale Lurisia da parte di Coca-Cola.

Cori di voci indignate si levano da ogni dove, sui social, sui giornali e sui media, dove il il colosso di Atlanta viene dipinto nè  più nè meno come una società ladra e corsara che viene a fare shopping in Italia per derubarci delle nostre fonti e depauperando il panorama economico italiano di un altro pezzetto di gloria locale, nella fattispecie dell’acqua che zampilla da una sorgete del Monte Pigna a 1400 metri di altezza, sulle montagne cuneesi, e che arriva sulle nostre tavole sin dal lontano 1940.

Sui social, in particolare,  i commenti carichi di astio si sprecano: da chi giura che non comprerà né berrà mai più quell’immonda acqua ora passata agli americani, a chi augura il fallimento a entrambe le società, il tutto condito da un tripudio di simpatici epiteti indirizzati alla Coca ladrona. Si rimprovera cioè, alla multinazionale americana, di portarsi via un pezzo di Italia sana, un’Italia che produce, memori delle  svariate  società estere che han fatto “man bassa” di floride imprese italiane (regolarmente in vendita)  nel campo non solo alimentare ma in ogni settore produttivo, dalla moda alle industrie manifatturiere o al terziario. Persino Carlo Petrini, fondatore di Slow Food, si dissocia sdegnato dall’operazione commerciale, facendo sapere, in una nota rilasciata a tamburo battete, che la collaborazione di Lurisia ai grandi eventi Slow Food  –  tra cui Cheese 2019, che si inaugurerà proprio questo fine settimana – , “non verrà rinnovata” per l’edizione 2019. Un vero anatema a tutto tondo, dettato, fanno sapere da Slow food stessa, dalla politica di “difesa della biodiversità e contro l’omologazione dei gusti” portata avanti da Petrini & C.  Difficile capire quale omologazione del gusto di un’acqua che sgorga a 1400 metri sopra il livello del mare possa scaturire dal passaggio di Lurisia a Coca Cola, ma questo è quanto rilasciato dall’associazione, e di cui prendiamo atto.

Quella tra Coca Cola e Lurisa è in realtà un’operazione del tutto routinaria ma vista da noi italiani medi come un vero e proprio scippo, un’onta da lavare con il sangue, una sorta di affronto, dimenticando che,  solo per restare nel campo delle acque minierali, già negli anni passati Nestlè aveva acquisito l’acqua minerale Sanpellegrino e le sue controllate Levissima, Recoaro, Vera, San Bernardo e Panna, e nessuno era morto e nemmeno si era sentito male. In realtà, tutto rientra tra le operazioni economiche win-win, dove, in un contesto di libero mercato, esiste un interesse di un acquiremte ad acquistare un’impresa sana,  e un corrispondente interesse del venditore a vendere. Nel caso di Coca-Cola, l’offerta per l’acqua Lurisia è stata della modica cifra di 88 milioni di euro, reputati evidentemente più che sufficienti da Farinetti e Invernizzi (Acque Minerali Lurisia è infatti controllata congiuntamente dal fondo d’investimento privato IdeA Taste of Italy, dalla famiglia Invernizzi e da Eataly Distribuzione) per placare la tristezza di doversi separare dalla sorgente del monte Pigna.

Cose che succedono, in un’economia di libero mercato, che sono sempre successe e che succederanno ancora.

E allora, perché scandalizzarsi, perché gridare al ladro e scagliare contro lo “straniero invasore”’? Che cosa verrà a mancare all’Italia, agli italiani, con il cambio di proprietà dello storico marchio? Non certo un sito produttivo: da che mondo è mondo, è sempre stato leggermente complicato spostare una sorgente da un luogo all’altro, figurarsi poi dalle morbide colline cuneesi fino alle lontane lande statunitensi! E quindi,  il “pericolo” che l’impianto produttivo venga spostato all’estero parrebbe abbastanza remoto. Parrebbe, perché non si sa mai, con ‘sti americani che una ne fanno e cento ne pensano, tutto è possibile, anche se per ora l’ipotesi di un trasloco della sorgente da Cuneo ad Atlanta pare abbastanza improbabile a realizzarsi.

Anche per quanto riguarda i lavoratori, parlando della base operativa –  la più consistente –  non dovrebbero esserci problemi, in quanto, vertici a parte, è abbastanza improbabile che dall’oggi al domani il sito di produzione venga invaso da orde di lavoratori in cappellaccio  e tacchetto da cow-boy che cacciano via a cazzotti quelli nostrani, e quindi anche il problema occupazionale, quello che più preme,  dovrebbe essere scongiurato.

Per quanto poi rigurada il dividendo agli azionisti, ovviamente quello finirà in mano extra UE, ma in effetti a noi, normali cittadini senza le mani in pasta, o meglio in acqua, cosa interessa veramente se il dividendo se lo becca (o se lo beccava) Farinetti e soci oppure i nuovi proprietari a stelle e strisce? Non eravano azionisti prima e non lo saremo neppure ora, quindi a noi, massa, del dividendo societario poco ne cale, anzi direi nulla.

Rimane (forse) la questine degli utili reinvestiti: Coca-Cola è un gruppo, e quindi potrebbe legittimamente utilizzare parte degli utili prodotti dalla nuova acquisita – nei limiti previsti dalla legislazione statunitense e locale – ed investirli eventualmente in altre società del gruppo. Ma anche queste sono cose che capitano, in econonia, e anche per questo non  è mai morto nessuno, anzi,in genere tutti hanno sempre tratto giovamento dalle operazione infragruppo volte a migliorare efficienza e competitività.

Mettiamo anche in evidenza il fatto che per Lurisia il passaggio verso Coca Cola non dovrebbe comportare nessuna sciagura epocale, se non consideriamo tale il venir inserita in un gruppo efficiente e remunerativo, organizzato e all’avanguarda, con canali distributivi infinitamente più estesi degli attuali.

Guardando quindi all’operazione con occhi disincantati, e con la mente sgombra da pensieri di stranieri usurpatori e ruba-lavoro, ci si chiede davvero dove stia lo scandalo, l’onta e la vergogna per questa normalissima operazione economica, effettuata oltretutto in tempi di globalizzazione, di unione, di accordi e di allenze in ogni campo.  Tutto è global ormai, e l’economia non fa eccezione. Anzi, proprio in economia le operazioni tra realtà diverse sono all’ordine del giorno e, se effettaute tra realtà in buona salute, risultano positive per tutti, operatori economici ma anche comuni mortali, che tutto hanno da guadagnare da maggiore efficienza e organizzazione; le quali, non dimentichiamolo,  hanno come conseguenza   un maggiore benessere per tutti e non solo per gli attori direttamente coinvolti.

E qusto, anche quando “lo straniero” compra, pagandolo profumatamente, un pezzetto della nostra economia.

Fonti immagini: il giornale di Alessandria

SCANNABUE, GLI AGNOLOTTI AL PLIN E LA CALDA ACCOGLIENZA PIEMONTESE

Se c’è un appuntamento settimanale a cui io e Gabriele non manchiamo mai, è quello con Scannabue.

Chi è di Torino lo sa bene: Scannabue è una realtà che da anni ormai delizia i palati dei buongustai torinesi, soprattutto  quelli di coloro che amano la carne in tutte le sue declinazioni,  dalla tartare di fassona agli angnolotti al sugo d’arrosto, dalla guancia brasata alla coscia di agnello, dal  piccione con cipolla ripiena o al sontuoso hamburger spesso tre dita. Scannabue, insomma, sta ai carnivori torinesi come le mosche al miele.

Ma per quanto prevalentmente votato alla carne, la varietà dell’offerta di questo gradevole ristorantino dall’atmosfera antica collocato in una raccolta piazzetta –  Largo Saluzzo,  all’incrocio tra Via Baretti e Via Saluzzo, in piena zona movida del quartiere San Salvario –  non si esaurisce certo con essa, essendo presente anche una copiosa offerta di piatti di pesce o di verdure. Sto parlando di piatti come il gustosissimo risotto con zucca e scampi, quando di stagione, oppure la parmigiana, la tatin di cipolle con crema di gorgonzola, o ancora gli squisiti tajarin  (le tagliatelline piemontesi finissime) fatti a mano con ragù di salsiccia e porri, un ragù bianco, senza pomodoro (come piace alla sottoscritta) che esalta il gusto dell’ottima materia prima.  E poi i piatti di pesce, come avioli di pesce con bottarga di muggine o la julienne di calamaretti e gamberi.

Bene, di tutte le prelibatezze sopra enunciate, io e Gabriele siamo saldamente e tenacemente affezionati a due classici della cucina piemontese: gli agnolotti al plin al sugo di arrosto e il vitello tonnato. Gli agnolotti al plin  – per quei senzadio che ancora non lo sapessero  – sono quegli agnolotti classici della cucina piemontese che si presentano come dei piccoli fagottini, preparati a mano uno per uno dando loro il famoso “plin” – pizzicotto in piemontese –, ripieni in genere di tre tipi di arrosto diversi (maiale, vitello e coniglio, ma con molte variazioni sul tema) e con un impasto che può arrivare a comprendere fino a più di 20 tuorli per chilo di farina, dando origine a una pasta straordinariamente morbida e scioglievole. Ovviamente sono serviti, come da tradizione, con uno squisito sugo d’arrosto, lo stesso sugo prodotto dalla cottura della carne del ripieno,  addizionato di ottimo burro di montagna. Inutile dire che queste piccole perle, con il loro sughetto succulento, sono una vera squisitezza.

E il vitello tonnato? Ne vogliamo parlare, del vitello tonnato di Scannabue? Rosato, morbido e tenerissimo, con la sua tipica salsa a base di maionese (nella versione “moderna” – cioè risalente cioè agli anni ‘60/’70 del secolo scorso -,  in quanto in origine, nella versione povera e tradizionale, la maionese non era prevista), capperi, acciughe e tonno, il vitello tonnato di Scannabue si scioglie letteralmente in bocca, grazie anche alla cremosità della salsa la cui sapidità non eccessiva non va mai a coprire il gusto della carne.

A tutto questo ben di Dio egregiamente cucinato (e servito), si devono poi aggiungere i dolci. Inutile dire che io e Gabriele siamo fissi sul Tiramisù, servito in bicchieri monoporzione e composto da due o tre strati di morbidissima crema tiramisù bella gialla inframezzati da un pan di Spagna al cacao di produzione propria, imbevuto di caffè. Ma ho visto passare delle candide panne cotte semplicemente aromatizzate alla vaniglia, senza salse multicolorate e senza fantasiosi impiattamenti, che una volta attacate con il cucchiaino rivelavano un aspetto nè troppo morbido ma nemmeno troppo sostenuto, indice di un eccesso di gelatina alimentare con cui semplificarsi la vita in cucina, a discapito di gusto (la gelatina  non è insapore, come molti credono) e consistenza.

Certo, basterebbe già questo per diventare clienti a vita di questo caratteristico locale: cibo squisito, materia prima eccellente, posizione suggestiva e prezzi adeguati, senza contare che nel nostro caso specifico, forse a causa dell’innata simpatia che Gabriele ispira naturalmente, le sue porzioni di agnolotti arrivano praticamente doppie e il conto è sempre rivisto al ribasso (cosa che, tra l’altro, mi ha finora frenato dallo scrivere di questo locale, temendo di esser influenzata, nel mio modesto ma sincero“giudizio”, da un trattamento favorevole).

Basterebbe e avanzerebbe.

Eppure, io e Gabriele, non andiamo da Scannabue ogni santa settimana che Dio manda in terra per mangiare bene e stare in un bel posto, caratteristico e anche molto “in”, frequentato immancabilmente non solo da una vera orda di turisti, giapponesi, inglesi, francesi a go go, oltre a politici, amministratori locali, critici gastronomici e anche stessi ristoratori torinesi. Non ci andiamo nemmeno per le porzioni extra o altro. Noi ci andiamo per le persone. “Anche”, per le persone. Non solo i titolari, in particolare Paolo, che non manca mai di scherzare o conversare con  Gabriele, ma anche i camerieri, gli addetti, i cuochi che ogni tanto fanno capolino dalla cucina, e che ti mettono a tuo agio in un clima amichevole e familiare che però non sfocia mai nella confidenza pacchiana da pacca sulla spalla dell’oste di campagna né nell’intimità estorta a tutti i costi. Da Scannabue si sta semplicmente bene, si mangia meglio ma soprattutto si è accolti, con amicizia, ma anche con discrezione. Si sta, in fondo, come tra vecchi amici, tra gente che ti ha a cuore e ha a cuore i momenti che si trascorrono assieme, con le gambe sotto un tavolo.

Chissà se Aristarco Scannabue, pseudonimo utilizzato dal letterato torinese del XVIII secolo  Giuseppe Baretti – dal quale prende il nome una delle due vie su cui si affaccia il locale- sarebbe stato anche lui un cliente abituale come noi, se il locale fosse esistito già ai suoi tempi, per gustarsi  in santa pace un buon risottino o due agnolotti al sugo d’arrosto.

Io credo di sì. E una volta entrato, sono sicura, non avrebbe potuto fare a meno di tornarci. Proprio come facciamo io e Gabriele.

 

IL GELATO DI MARA DEI BOSCHI, A TORINO

Che bello il giorno di San Giovanni, a Torino.

Che bello fermarsi per un attimo di relax in un déhors di Piazza Carlina nel tardo pomeriggio, quando la piazza, il nuovo “polo gastronomico” torinese, non è ancora stata presa d’assalto dalla gioventù à la page che si ritrova nei molti locali, vecchi e nuovi, che qui si susseguono l’un l’altro. E che bello gustarsi un gelato sotto le fresche frasche, soprattutto quando questo gelato è fatto come Dio comanda.

Io e Gabriele, mio figlio quindicenne,  arriviamo da Mara dei Boschi –  che in piazza Carlina ha recentemente inaugurato la sua nuova apertura, dopo quella storica di San Salvario –  verso le cinque, e subito veniamo gentilmente  invitati ad accomodarci da un addetto che si intuisce subito non essere un semplice cameriere, ma che potrebbe essere un titolare o un “addetto alle pubbliche relazioni”. Ad ogni modo, una volta seduti, passiamo alle ordinazioni: per i nostri palati tradizionali  – Gabriele più di me -, scegliamo due coppe medie da cinque euro, gianduja e panna, gusti classicissimi; per me solo con l’aggiunta di un po’ di pistacchio, per rendere omaggio a quella metà di me che, per parte di padre, arriva dalla Sicilia. Andiamo sul classico, perché se l’obiettivo di Gabriele è solo gustarsi un gelato, il mio è anche quello di testare il prodotto. E che c’è di meglio dei gusti classici, per stabilire la bontà di un gelato? E il gelato arriva. Gustoso, scioglievole, vellutato, non troppo zuccherato, un gelato dove i gusti del pistacchio, del gianduia, delle nocciole si percepiscono chiaramente, un gelato dalla consistenza morbida, scioglievole, avvolgente, che ricorda i grandi classici dell’arte gelatiera a Torino, da Fiorio a Miretti. Lontano le mille miglia dai nuovi dei consacrati e osannati come Marchetti (non me ne voglia, nulla di personale, se non il gusto), dai sapori troppo dolci e dalla consistenza troppo compatta, per i miei gusti di profana. Qui, la parola d’ordine è gusto, sapore,  e scioglievolezza: una crema che ti si fonde in bocca, e che ti regala attimi di puro piacere. Unica pecca, la panna, troppo compatta e pesante, e quindi troppo grassa. Ma sono minuzie: la verità è che il gelato di Mara dei Boschi è una vera coccola, una delizia che ti si scioglie

in bocca. E per me il voto è otto e mezzo, che sarebbe stato nove se non fosse stato per la panna. E  mi sento di dare anche un bel  dieci per il servizio,   attento e cortese, contando che, alla fine della nostra sosta, ci vengono anche offerti degli ottimi gianduiotti. Insomma, davvero una bella pausa, un bel momento di relax e di gusto.

Che bella Torino, in un tardo pomeriggio di giugno, tranquillamente seduti in un déhors di piazza Carlina … e con davanti una bella coppa al gianduja di Mara dei Boschi…

QUASI UN “FESTIVO”: liberamente ispirato al Gâteau Concorde di Gaston Lenôtre

Se siete di Torino e se, come me, avete ormai alcune decadi  sulle spalle, forse allora anche voi ricorderete che, sin da quando eravate bambini, la festa non era tale se a casa non c’era un dolce particolare: il Festivo. Il Festivo di Pfatisch.

Il rito prevedeva di andarlo a comprare la mattina stessa del giorno di festa , incombenza in genere affidata ai nonni o al capofamiglia,  in quel gioiello dagli interni in boiserie e trasudante autentica aria sabauda da ogni singolo anfratto –  dai pavimenti in parquet per finire con l’imponente cassa d’epoca ancora esposta in bella mostra – che è la pasticceria storica Pfatisch, dagli albori del 1900 sempre nella stessa sede, in Via Sacchi, di fronte alla stazione di Porta Nuova.

E quando arrivava il Festivo a casa, allora era davvero festa. Era di nuovo amici, parenti, voglia di stare assieme, un’atmosfera magica, quasi natalizia, che solo il Festivo era in grado di regalare. Non solo per la sua inarrivabile bontà, con quella magica combinazione di chantilly, cioccolato e meringa, ma anche per la sua ammaliante forma esteriore, con quelle leggerissime sfoglie di cioccolato al latte che gli donano un’allure di eleganza e leggerezza. Un dolce che ancora oggi è fa bella mostra di sè nelle vetrine dell’antica pasticceria, e che ancora oggi santifica le nostre feste più belle.

Inutile dire che per me la tentazione di provare a rifare in casa questa meraviglia di dolce è sempre stata fortissima, per quanto tutte le prove fino ad oggi effettuate non siano mai andate a buon fine, per quanto lo abbiam sempre ben studiato, oltre che gustato: all’aspetto si presenta composto da due  strati di meringa al cacao (e fin lì ci possiamo arrivare), inframezzati da uno strato di quella che sembra una crema al cioccolato, più scura, e una sorta di chantilly o ganache montata al cioccolato. Detta così sembra semplice, ma solo per chi non ha idea delle infinite combinazioni di panna e cioccolati vari che le parole  “ganache”, cremoso  o chantilly al cioccolato portano con sè. A farla breve: a fare un Festivo, a replicare un Festivo a casa, per quanto imperfetto, non ci sono mai riuscita, anzi, non mi ci sono ma nemmeno lontamente avvicinata.

Fino a quando, un giorno, non mi sono messa in testa di fare a casa un dolce quasi iconico di Gaston Lenôtre, padre della moderna pasticceria francese (è lui, ad esempio che che ha introdotto in pasticceria la colla di pesce per rendere più sostenute le creme), mancato una decina di anni fa. Ebbene, Lenôtre, tra le altre grandi meraviglie, ci ha lasciato la ricetta di un dolce che aveva ideato per celebrare il primo volo del Concorde, il famoso areo a becco d’aquila messo a punto negli anni ’70. Ebbene, quel dolce, aspetto e decorazioni a parte, nella sostanza mi pareva proprio che ricordasse molto da vicino il mio caro Festivo: due o tre strati di sottile meringa al cacao, infrmezzati da creme al cioccolato indefinite che tali, grazie al pasticciere francese, non erano più. Non solo: spulciando in rete, mi sono accorta che il Gateau Concorde di Lenôtre si rifà a un classico della pasticceria francese chiamato Gateau Royal au chocolat o  anche Trianon, dal nome  delle tre consistenze del dolce (una parte cremosa, una croccante e una base più morbida).

E subito mi prende il sacro fuoco: devo provare a fare questo dolce  meraviglioso: frullo, impasto, scaldo, mescolo e poi assemblo il tutto. Alla fine delle mie fatiche, metto in frigo, e aspetto trepidante il giorno successivo (sì, è un dolce che dà il suo meglio il giorno successivo, o comunque dopo almeno due o tre ore, di modo che la chantilly all’interno diventi della giusta consistenza). Prima di fare la fatidica prova assaggio, mi ricordo anche di tirare il dolce fuori dal frigo una ventina di minuti prima di gustarlo, proprio come si fa con il Festivo.

E quando assaggio, non oso credere alle mie papille: è lui, è lui, non uguale magari al 100%, ma al 90% è prooprio lui, il Festivo, il dolce delle mie feste, il dolce dei torinesi vecchi e giovani, il dolce che Gustavo Pfatish, svizzero trapiantato a Torino, rese immortale agli inizi del ‘900, trovando magari l’ispirazione nel Royal francese, che poi anche Lenôtre, ai giorni nostri, ha ripreso per il suo Gâteau Concorde.  Ma ad ogni modo, davvero importa un nome?  Trianon, Royal,  Concorde o Festivo, che differenza fa? L’importante è che sia lui, per me l’unico e insostituibile dolce delle feste. Che certo,  continuerò imperterrita ad andare a comprare nell’antica pasticceria di Via Sacchi,  per continuare con il tradizionale rituale di famiglia. Ma intanto, ho avuto la soddisfazione di essere riuscita a replicare, con le mie stesse mani e in maniera più che soddisfacente, uno dei dolci più buoni di tutta la mia vita: una bella soddisfazione!

Grazie, Lenôtre.

Nota bene: esteriormente, il Festivo di Pfatish è molto diverso dal Gâteau Concorde di Lenôtre così come dal mio tentativo di imitazione. Il Festivo è infatti sormontato da dei sottilissimi veli di cioccolato al latte, mentre il Concorde è decorato con piccoli cilindretti di mering al cacao. Io, invece, non ho fatto alcuna decorazione particolare: ho semplicemente spalmato su tutta la superficie del dolce, bordi compresi,  la chantilly che ho utilizzato all’interno, facendo delle onde con il dorso di un cucchaio e spolverizzando, prima di servire,con del cacao amaro. I (tentativi di ) veli di cioccoalto al latte, la prossima volta; per ora, mi accontento così.

Qui sotto, il Festivo di Pfatisch: l’inarrivabile.

E il suo interno. Si vede chiaramente la chantilly al cioccolato  inframezzata dalla meringa al cacao

Sotto, il Gâteau Concorde di Lenôtre

E infine, in basso, il “mio” dolce. Festivo? Gâteau Concorde? Trianon? Royal? Ma chissenefrega del nome, di fronte a una cosa così..!

Gâteau Concorde di Gaston Lenôtre

Nota: le mie dosi sono per un dolce più piccolo rispetto a quello della ricetta originale di Lenôtre, composto di soli due strati di meringa di cm 16 di diametro, mentre il dolce originale prevede tre strati di meringa del diametro di 18 cm (e non con le dosi originali di 510 gr di panna e 280 cicocolato)

Per le due meringhe da 16 cm di diamentro (tra parentesi le dosi per tre dischi di meringa dal diametro di 18 cm):

Ingredienti:

200 gr (380) gr zucchero

100  gr (190) di albumi (circa 3 albumi)

20 (40) gr di cacao amaro in polvere

Esecuzione:

Nota: le uova devono essere a tempertura ambiente

Riscaldate il forno a 110°C. – 120 °C, statico.

Mettete gli albumi in una ciotola (ancora meglio se avete una planetaria) e con una frusta elettrica cominciate a montarli. Quando sono a oltre la metà del loro volume, cominciate a inserire lo zucchero lentamente, in due o tre volte, poi continuate a  montare per qualche minuto fino a che la meringa non fa il “becco”. A questo punto, unite il cacao facendolo cadere da un setaccino, e amalgamatelo delicatamente, con movimento dal basso verso l’alto, agli albumi montati.

Su un foglio di carta forno appoggiato su una teglia da forno, disgnate due cerchi da 16 cm di diametro (in diagonale ci stanno entrambi), poi girate il foglio di modo che i cerchi si vedano in trasparenza: in questo modo la  grafite non verrà a contatto con la meringa.  Mettete delicatamente la meringa in una sacca da pasticceria con bocchetta liscia da circa mezzo centimentro, e, partendo dal centro vero i bordi, fate delle spirali fino a raggiungere la circonferenza del cerchio.  Infornate per 60-70 minuti, poi togliete dal forno e fate raffreddare completamente.

Per  la chantilly al cioccolato al latte:

Ingredienti :

(tra parentesi, le dosi di crema per un dolce con tre dischi di meringa dal diametro di 18 cm)

– 220 gr (280) di cioccolato (io 100 fondente e 120 gianduia al latte: se si usa solo il cioccolato al latte, più morbido, la dose è di 240 gr di cioccolato totale)

– 400 grammi di panna al 35% di grassi min., divisi  in 130 + 270 grammi  (510, divisi in 340  + 170)

Esecuzione:

Tritate grossolamente con  un coltello il cioccolato a scaglie, poi metterlo in un’ampia ciotola. Tenete da parte.

Portate quasi a ebollizione i  130 gr di panna, poi versartela sulle scaglie di cioccolato e  lasciate agire per circa  un minuto; a questo punto, mescolate bene, dal centro ai bordi, fino ad ottenere  un’emulsione liscia e omogenea. Affinate il tutto con un frullatore ad immersione per qualche secondo e tenete da parte, coperto, a temperatura ambiente, per il tempo necessario allo svolgimento del passaggio successivo.

Con le fruste elettriche, montate  i 300 gr di panna restanti, non troppo soda ma ancora morbida, quasi semimontata, poi stemperatene circa un quarto nel composto di panna e cioccolato – che dovrà avere una temperatura non superiore ai 40-45°C, ideale sui 30° C  – girando normalmente con un cucchiaio, poi, utilizzando una spatola, unite, in due volte la panna restante,  con dei movimenti dal basso verso l’alto, delicatamente, per non smontar il composto.

A questo punto, mettete uno dei due dischi di meringa su una gratella, poi spalmatevi sopra circa un terzo di crema, che sarà molto morbida (a piacere potete spolverizzare con un po’ di cacao o inserire un po’ di cioccolato fuso); prendete poi il secondo disco di meringa e ricopritene la sommità con il composto restante, facendone anche aderire uno strato lungo tutti i bordi del dolce.  A questo punto, con il dorso di un cucchiaio,  fate delle “onde” in superficie e sui bordi.  Aiutandovi con  una spatola sottile, trasferite il dolce su un piatto, copritelo e mettetelo in frigo fino al giorno dopo: la crema avrà assunto una consistenza più compatta e meno cremosa, come deve essere (non si tratta di un dolce al cucchiaio).

Al momento di servire, ricordate di tirare il dolce circa 20 minuti fuori dal frigo prima di servirlo, di modo che la crema si ammorbidsca, e spolverate, solo all’ultmmo momento, con del cacao amaro. Trasferite infine il dolce su un piatto da portata e servite.

 

 

 

 

C’ERA UNA VOLTA PIAZZA CARLINA….

C’era una volta Piazza Carlina.

Piccola, raccolta ed elengantemente silenziosa, la piccola piazzetta torinese risalente al XVII secolo se ne stava lì, accogliendo i passanti con il suo fascino discreto e raffinato. Non fastosa come Piazza San Carlo, non ampia come Piazza Vittorio, non regale come Piazza Castello e nemmeno civettuola come piazzetta Maria Teresa, il punto di forza di  questa piccola piazza, il cui nome è in realtà piazza  Carlo Emanuele II ma che i torniesi doc hanno sempre conosciuto come Piazza “Carlina” – pare per i modi non esattamente virili di colui dal quale prende il nome –  stava proprio  nella sua bellezza discreta,  nella calma, nella sua bellezza quasi nascosta e nella sua discrezione, che costituitivano, per tutti coloro che l’attraversavano,  una sorta di oasi,  un momento di quiete quasi meditativa in mezzo al traffico della città.

Bene, peccato che ora tutto questo stia per finire, o meglio, possiamo dire che è già praticamente terminato.  Andato, sparito, divorato dal turismo. O anzi, potremmo dire “mangiato” dal turismo. Infatti, quella che era una tranquilla piazza dalle sabaude atmosfere,  è diventato l’ennesimo polo gastronomico per turisti e ragazzotti autoctoni annoiati in vena di farsi selfie da postare su Instagram.

Prima, invece, vale a dire prima della scoperta della vocazione turistica torinese, nella piccola piazza c’erano i soliti due o tre baretti che stavano lì tranquilli senza pretese e senza clamore, perfettamente incastonati con beata pacificità della piazza, oltre a un ristorante. Poi, pian piano, sono arrivati i pezzi grossi, i colossi, i big dell’offerta gastronomica:  prima è arrivato “100 montaidtos”, con i suoi paninetti spagnoli a un euro. Poi, in tempi recenti, è arrivato Mi Scusi, un pastificio con cucina sul modello di Savurè,  e per finire, proprio in questi giorni, ci sono state le entrate trionfali di Trapizzino, dritto dritto da Roma, il locale che offre l’ormai iconico triangolo di focaccia farcita inventato da Stefano Callegari, e la seconda apertura della Gelateria Mara dei Boschi. Allora, chiariamoci bene: sono contentissima che a Torino sia sbarcato Trapizzino, e anzi non vedo l’ora di addentare un bel triangolo di pasta ripieno di parmigiana di melanzane, coda alla vaccinara o pollo alla cacciatora, come non vedo l’ora di provare un bel piatto di agnolotti con sugo d’arrosto da MiScusi, così come sono curiosa di vedere se la seconda apertura di Mara dei Boschi presenterà qualche novità rispetto al locale orginario in San Salvario, a pochi passi da casa mia. Tutto questi bei locali rappresentanto per me, appassionata di cibo fin dalla più tenera età, una benedizione e una gioia, e penso che davvero siano una grande opportunità per tutti i luoghi dove si insediano, a patto che non siano tutti concentrati in un luogo in modo tale da snaturarne l’essnza.  Quello  che cioè da vecchia reazionaria lievemente misantropa non riesco proprio a mandare giù è la vera e propira cannibalizzazione  e l’omologazione seriale di tutte le nostre piazze e dei nostri siti più belli, a Torino come a Firenze, a Bologna come a Milano. Rimanendo a Torino, in poco tempo, da quel tranquilllo e raffinato gioiello di quiete e riserbo che era Piazza Carlina, eccola che diventerà il solito ritrovo con i soliti dehors con tavolini finto-provenzali, finto-rustici, finto fusion, con i soliti ragazzi-bene con birra d’ordinanza in mano – artigianale, per carità! – e  l’Iphone nell’altra, intenti a fotografare e postare, postare e fotografare, postare, fotografare, bere e mangiare. Ecco, a fronte di questo trionfo di gioventù mangiante e di tavolini al vento, io mi chiedo: ma possibile che ormai tutto, tutti i luoghi più belli e caratteristici, tutto il bello dei nostri territori debba essere sacrificato sull’altare del turismo e del divertimento? Possibile che questi luoghi carichi di storia e du cultura debbano finire i loro giorni così miseramente da essere solo più interprerati – dalle amministrazioni comunali per il ritorno in imposte, tasse suolo pubblico e balzelli vari, e dai  commercianti per l’ovvio ritorno in termini economici dato da locali siti in zone di grande richiamo – in chiave di turismo enogastronomico o di divertimento? Possibile che tutti i siti più belli e caratteristici debbano solo più diventare un ammasso di tavolini, sedie, gente che mangia, che beve, che fotografa, che posta a destra e a manca?  Piazza Carlilna, come le altre nunerosissime piazze italiane, era un gioiello da preservare, un patrimonio da tenere distante dalla massa caciarona e chiassosa  che sta dilagando nelle nostre città e trasformando ogni luogo di interesse storico o artistico in una semplice quinta per déhors alla moda o locali di grido. Le nostre piazze storiche non sono nate per essere ridotte a semplice sfondo di lusso per esercizi commerciali o a bancomat per le sempre esauste casse comunali. Certo, nessuno può impedire le legittime aperture di locali e localini nei locali più ricchi di storia delle nostre città. Ma almeno, i titolari di quegli stessi locali, sappiano che proprio quell’aria e quell’atmosfera particolare che  hanno ricercato per i propri clienti,  sarà irrimediabilmente perduta proprio a causa della loro stessa presenza. In cambio, in luogo dell’aura magica delle piazze storiche, potremo comunque deliziarci con lo spettacolo di umanità varia che gozzoviglia felice seduta ai graziosi tavolini dell’ennesimo déhors. Uno spettacolo di cui avremmo volentieri fatto a meno.